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  • I burattinai dell’ISIS

      I burattinai dell’ISIS 

    di Luciano Piacentini e Claudio Masci* 

     

    La rivoluzione islamica iraniana avvenuta nel 1979 trasformò il regime dello Scià – una monarchia costituzionale, ma in pratica con potere assoluto – in una repubblica islamica, con una costituzione fondata sulla legge coranica (sharia). Tutte le forze di opposizione al monarca – di ispirazione religiosa, nazional-liberale e marxista – si riunirono intorno alla figura carismatica dell’Ayatollah Khomeini ed i suoi mujaheddin riuscirono a fagocitare i Fedayn-e Khalq (volontari del popolo) d’ispirazione marxista, che avevano avviato la guerriglia, coinvolgendo nella lotta sempre più ampi strati della popolazione per allargare le basi della protesta.

    Le forze di sinistra ritennero, erroneamente, che il Paese fosse laico e moderno e che l’applicazione della sharia fosse un’ipotesi lontana dal potersi realizzare. Ma il clero sciita divenne in breve tempo l’unico riferimento della rivolta, esautorando tutti i gruppi di ispirazione politica-laica.

    L’ascesa al potere di Khomeini esaltò la minoranza sciita del Golfo (area est e nord-est della penisola araba) nella quale la rivoluzione khomeinista creò un forte entusiasmo per l’Iran, primo paese islamico in cui gli sciiti erano riusciti ad ottenere la supremazia.
    I nuovi dirigenti di Teheran, traendo vantaggio dal loro entusiasmo, li invitarono a rovesciare il potere delle locali monarchie sunnite.

    Allo scopo furono costituiti vari gruppi estremisti sciiti che compirono attentati seguendo gli alti e bassi delle relazioni politico-diplomatiche fra Iran ed Arabia Saudita.

    Inoltre, l’Iran estese la sua area di influenza in Siria e Libano e tentò di fare altrettanto nelle repubbliche islamiche (allora) sovietiche, cercando di diffondere i principi della sua rivoluzione.

    Questi intenti non potevano lasciare indifferenti i leader sunniti dell’area, soprattutto l’Arabia Saudita, che non intendeva concedere campo libero alla diffusione delle ideologie teocratiche sciite, anche in considerazione che sul proprio territorio ospitava da lungo tempo una nutrita colonia di sciiti, stabilitasi nell’area fin dai secoli immediatamente successivi alla nascita dell’Islam e fino ad allora tollerata, considerata eretica ed emarginata.

    La nascita della Repubblica islamica avviò, pertanto, la competizione con l’Arabia Saudita per l’egemonia del mondo musulmano. Il contenzioso si è sviluppato quasi in maniera silente per decenni fino ad esplodere nel 2014 con la costituzione dell’IS in risposta alla rimozione di una serie di sanzioni, ultime quelle sul nucleare, fino ad allora imposte all’Iran.

    Esaminando gli eventi più importanti – articolati in decenni – si riscontrano strategie parallele fra le due principali confessioni islamiche finalizzate alla realizzazione di uno “stato islamico globale”, l’una (Iran) attraverso l’imamato, l’altra (Arabia Saudita) mediante il califfato.

    I sanguinosi anni ’80

    Nel decennio 1979 – 1989 si assistette a:
    a.    tentativi di esportazione della rivoluzione islamica nel mondo, attuata dalla Suprema Assemblea Iraniana della Rivoluzione Islamica (SAIRI), inizialmente in Iraq con la costituzione del Supremo Consiglio Islamico per la Rivoluzione in Iraq (SCIRI) e in varie aree dell’Africa centro-settentrionale e delle Repubbliche sovietiche con popolazioni mussulmane. Queste iniziative contribuirono non poco a diffondere l’islamismo (il termine sta ad indicare un insieme di ideologie secondo le quali la religione islamica debba guidare la vita sociale, politica e personale di tutti. Si tratta di una concezione essenzialmente politica dell’Islam ed il termine non va utilizzato come sinonimo di islamico che si riferisce alla sola sfera religiosa) inteso come trasfusione ed asservimento della religione islamica in dottrine politiche;

    b.    sanguinosa guerra dell’Iraq con l’Iran che si protrasse fino al 1988 e ridimensionò le velleità iraniane di diffondere la dottrina sciita nelle aree limitrofe;

    c.    sanguinosi attentati con auto esplosive condotte da terroristi suicidi sciiti contro ambasciate francesi, statunitensi ed israeliane in varie aree geografiche e sequestri di cittadini occidentali con richiesta di riscatti;

    d.    tentativi di penetrazione della dottrina sciita nelle repubbliche sovietiche con minoranze mussulmane, documentati anche da una lettera di Khomeini a Gorbaciov, del 1989, in cui la Guida della rivoluzione iraniana ricordava al sostenitore della perestroika, ancora alle prese con l’occupazione dell’Afghanistan, invaso dieci anni prima, la superiorità dell’Islam non solo come religione ma anche come modello politico e sociale. Convinto che la caduta del comunismo sarebbe stata imminente, il vecchio ayatollah lanciò a Gorbaciov un invito dai toni di un monito: il popolo sovietico, dopo il tramonto del materialismo ideologico, non avrebbe dovuto rivolgersi verso il “nulla dell’Occidente” ma verso la “spiritualità dell’Islam”.

    Khomeini considerava, infatti, Est e Ovest le facce di un “satana” bifronte, due concezioni del mondo che si combattevano in nome di ideologie universaliste con radici nella stessa originaria cultura, con il primato della tecnica e con la medesima volontà di potenza. Per il leader della rivoluzione iraniana, l’Islam rappresentava la “terza via” tra Est e Ovest. E se la Russia non avesse saputo cogliere questa verità, allora sarebbe stata la Repubblica islamica iraniana, “bastione dell’ Islam nel mondo” a riempire quel vuoto. «E’ chiaro come il cristallo – concludeva Khomeini – che l’Islam erediterà le Russie…»;

    e.    invasione sovietica dell’Afghanistan (dicembre 1979) favorita dal Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) di stampo marxista-leninista, strettamente collegato con i sovietici, all’interno del quale si erano verificate faide mortali. La guerriglia dei gruppi islamici, scoppiata in seguito alla promulgazione della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, indusse il PDPA a richiedere l’intervento sovietico per mantenerla in piedi. L’invasione dell’URSS provocò reazioni a livello internazionale ed in particolare di Gran Bretagna e Stati Uniti.

    La guerra ai sovietici in Afghanistan

    Le varie fazioni di guerriglieri inizialmente autonome, nel 1985 furono riunite sotto un comitato, denominato “Peshawar 7”, composto da:

    •    Hezb-e Islami Gulbuddin (“Partito islamico di Gulbuddin”) – HIG – con al vertice Gulbuddin Hekmatyar, marxista leninista convertitosi all’estremismo islamico;
    •    Hezb-e Islami Khalis (“Partito islamico di Khalis”) – HIK – ala scissionista del HIG di Hekmatyar, gruppo di mullah e ulema capeggiato da Mohammad Yunis Khalis, forte tra i pashtun, di cui faceva parte la “Rete Haqqani”, struttura alquanto autonoma costituita da Jalaluddin Haqqani, dotto islamico altamente qualificato con studi completati presso una madrasa deobandi;
    •    Jamiat-i Islami (“Società islamica”) – JIA – condotto da Burhanuddin Rabbani, in cui militava Ahmad Massud meglio conosciuto come «leone del Panshir» ucciso in circostanze rimaste misteriose il 9 settembre del 2001;
    •    Ettehad-e Islami (“Unione islamica”) – IUA – in rapporti con i gruppi wahabiti della Fratellanza Musulmana;
    •    Jehb-e Nejad-i Melli Afghanistan (“Fronte di Liberazione Nazionale dell’Afghanistan”) – ANLF – movimento di piccole dimensioni che annoverava intellettuali, uomini di stato e ufficiali del precedente regime afghano;

    •    Mahaz-e Melli Islami (“Fronte Islamico Nazionale per l’Afghanistan”) – NIFA –strutturato come una setta più che partito politico, con molti sostenitori tra i pashtun di Kandahar;
    •    Harakat-e Inqilab-e Islami (“Movimento Islamico Rivoluzionario Armato”) – IRMA – cui aderirono molti mullah che avevano un largo seguito popolare e una diffusa presenza sul territorio, soprattutto nelle aree pashtun.

    A queste fazioni il Pakistan, con a capo il generale Zia-ul-Haq, per timore di un’ulteriore escalation sovietica verso i confini del proprio Paese,  affiancò unità organizzate, denominate “Reggimenti islamici”, composte da giovani estremisti islamici addestrati militarmente in campi pakistani.

    Il Pakistan divenne così il “santuario della guerriglia”, dove furono radunati truppe e rifornimenti per i mujaheddin sunniti, ponendoli fuori dall’area di operazioni dei sovietici.

    I gruppi guerriglieri, per tutta la durata del conflitto, furono sostenuti da Arabia Saudita, Pakistan, Stati Uniti, Regno Unito, e Cina per conseguire differenti obiettivi: Arabia Saudita, Pakistan, Staiti Uniti e Regno Unito accomunati dalla preoccupazione di un’ulteriore avanzata dell’URSS verso l’Oceano Indiano, direttrice strategica da sempre perseguita dalla Russia zarista ne “Il Grande Gioco” ed ulteriormente ambita dal comunismo internazionalista.

    La Cina fornì armi leggere, lanciarazzi e carri armati ai mujaheddin operanti nel nord-est, ricevendone in cambio assicurazione della cessazione di qualsiasi aiuto alla guerriglia islamica degli uiguri dello Xinjiang (regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese – punta estrema dell’occidente cinese verso l’Asia centrale – ove gli uiguri costituiscono il 46% della popolazione – e snodo centrale per l’approvvigionamento di idrocarburi dall’Asia Centrale).

    L’Arabia Saudita, principale finanziatore, impegnò anche il suo servizio segreto nell’addestramento di combattenti volontari, provenienti da tutto il mondo islamico, stimati intorno alle 20.000 unità e nel loro indottrinamento al wahabismo.

    Per il loro controllo e con il compito di convogliare in Afghanistan denaro, armi e combattenti provenienti da tutto il mondo arabo, fu costituita a Peshawar, nel 1984, sotto la direzione dell’ISI (Inter-Services Intelligence il servizio segreto pakistano), la Maktab al-Khidamat – Ufficio Servizi (MAK) – gestita dall’attivista palestinese Abd Allah Yusuf Azzam e finanziata dal miliardario saudita Osama bin Laden indicato, all’epoca, al servizio dell’apparato di sicurezza saudita.

    L’Iran, intenzionato ad esportare la propria rivoluzione in seno agli sciiti dei Paesi limitrofi – in primis fra gli Hazara stanziati nell’area nord ovest dell’Afghanistan (provincia di Herat), confinante con l’Iran stesso – costituì e finanziò due propri gruppi: lo Shura-i Inqilabi (“Consiglio rivoluzionario”) e Sazmar-i Nasr (“Organizzazione per la vittoria”), anche perché gli Hazara non furono inclusi nel comitato “Peshawar 7”. Ad essi il governo di Teheran fornì armi e rifornimenti, aprendo anche il suo territorio alle unità di guerriglieri in fuga dai rastrellamenti sovietici;

    f.    alla costituzione, nel 1988, di Al-Qaeda o (Qaida) – “la Base” – mediante la  trasformazione del Maktab al-Khidamat, Ufficio Servizi (MAK), ad opera di Osama bin Laden che aveva incontrato e stretto rapporti con Hamid Gul, generale dell’esercito pakistano e capo dell’ISI.

    In tal modo il MAK si trasformò in una struttura paramilitare, islamista sunnita – manovrata dagli apparati intelligence di Pakistan ed Arabia Saudita – nella quale si amalgamarono le ideologie politiche riconducibili al fondamentalismo islamico più oltranzista ed ispirate da wahabismo (Osama bin Laden), fratellanza mussulmana (Ayman al-Zawahiri) e salafismo (Abd Allah Yusuf Azzam).

    In seno all’organizzazione, Abd Allah Azzam – che ne era l’ideologo – esortava ed indottrinava gli estremisti islamici reclutati alla realizzazione del califfato globale – vecchio cavallo di battaglia dell’ISI e dell’apparato militare pakistano – e la costituzione di al Qaeda era finalizzata a realizzare questo obiettivo.

    Secondo l’ideologia jihadista il califfato universale doveva essere costituito attraverso “la jihad”, cominciando con la realizzazione di califfati regionali che sarebbero diventati poi poli di attrazione per i paesi confinanti.

    Nei nove anni di guerriglia contro l’Unione Sovietica, l’ISI venne incaricato di amministrare e distribuire fondi ed armi ai citati gruppi guerriglieri che però elargiva – in abbondanza e con particolari  attenzioni intelligence – solo in favore  di quei leader suoi più fedeli collaboratori, fra cui spiccavano in particolare le organizzazioni di: Osama bin Laden, Gulbuddin Hekmatyar e Jalaluddin Haqqani, strumenti indispensabili per gestire le “linee guida” della politica pakistana in Afghanistan ed in Kashmir, nonché per esercitare il controllo nelle famigerate “aree tribali”, a cavallo della frontiera afghana-pakistana, irriducibili nemiche di ogni forma di amministrazione statuale.

    Inoltre, mentre USA, Arabia Saudita ed altri paesi sostenitori della guerriglia fornirono denaro ed armi, la formazione dei gruppi guerriglieri fu interamente appannaggio delle forze armate pakistane e dell’ISI, che ovviamente ne manipolarono a proprio piacimento leader e strategie.

    La fine del 1989 segnò:
    a.    la cacciata dei sovietici dall’Afghanistan nel mese di febbraio e l’avvio di una turbolenta fase di gestione governativa del Paese in quanto l’abbandono dei sovietici invece di provocare il crollo della Repubblica Democratica indusse i comunisti afghani a combattere contro i vari gruppi di estremisti islamici.
    Mohammad Najibullah, esponente di spicco del PDPA – già capo del KHAD (nel 1980), l’equivalente afgano del KGB, che sotto la sua guida divenne uno degli organi governativi più brutalmente efficienti – nel novembre del 1986 venne eletto Presidente della Repubblica Democratica.

    Najibullah ricercò un compromesso con i mujaheddin che, memori dei trascorsi del Presidente, non lo accettarono e continuarono la lotta.

    Il governo comunista divenne ancora più duro e determinato nell’opera di repressione per aver visto, nel marzo 1989 a Jalalabad, un camion carico con corpi di compagni comunisti smembrati e tagliati a pezzi dopo che si erano arresi a salafiti non afghani (alcune fonti indicano al Qaeda), smaniosi di mostrare al nemico il destino che avrebbe atteso gli infedeli.

    La devastazione di Jalalabad avvenne ad opera dei due partiti islamici Hezb-e-Islami, quello di Yunis Khales e quello di Hekmatyar che si trovava alla conferenza islamica di Riyadh per sollecitare i riconoscimenti del governo provvisorio afghano. Lo scempio di quei corpi innescò la guerra civile che si protrasse fino al 1992, quando i mujaheddin conquistarono Kabul, abbatterono la Repubblica Democratica ed instaurarono lo Stato Islamico dell’Afghanistan;

    b.    la prosecuzione della guerra civile in Afghanistan per la lotta di potere: in sostanza tutta la guerriglia contro i sovietici, che era stata condotta a livello locale dai “signori della guerra” con un sofisticato supporto esterno capeggiato da Pakistan ed Arabia Saudita, proseguì con la guerra civile fra le varie fazioni di mujaheddin che controllavano l’80% del paese e tutelavano i rispettivi interessi clanici.

    La situazione di estrema instabilità si protrasse fino al 1994 allorquando comparvero sulla scena afghana i Talebani, studenti indottrinati per anni nelle madrase deobandi dell’area pakistana, specie quella delle “zone tribali”, sostenuti militarmente e finanziariamente da Pakistan ed Arabia Saudita.
    Costoro, per lo più afghani, molti dei quali orfani dalla guerra, erano stati educati nella rete delle scuole islamiche (madrasa prevalentemente attestate sulla dottrina Deobandi) sia a Kandahar sia nei campi profughi al confine afghano-pakistano.

    La dottrina deobandi sorse all’interno dell’islam sunnita nel 1867 nella città di Deoband – in India dove fu costituita la scuola Darul Uloom Deoband – come reazione al colonialismo britannico. Il movimento concepiva un’India indipendente – ancorché multiconfessionale – e si opponeva al “Movimento per il Pakistan” che auspicava la separazione fra gli induisti ed i mussulmani e l’esodo di questi ultimi verso il Pakistan.

    Incentrata prevalentemente in India, si è poi diffusa in Pakistan, Afghanistan e Bangladesh subendo una forte influenza wahabita per finanziamenti dell’Arabia Saudita e di facoltosi arabi dell’area del Golfo. Circa il 20 per cento dei musulmani sunniti del Pakistan sono considerati deobandi e quasi il 65% dei seminari (madrasa) pakistani sono gestiti da deobandi.

    La dottrina deobandi ha estremizzato ancor di più le teorie salafite, rifiutando ogni forma di dialogo con il colonialismo e con la revisione filosofica dell’islam, ancorandosi alla diretta interpretazione del Corano e dedicando, nelle loro madrase, una particolare attenzione allo studio degli Hadith (“racconti, narrazioni”, “aneddoti” di alcune righe sulla vita del profeta Maometto, inseriti in sei raccolte di fondamentale importanza perché sono parti costitutive della cosiddetta Sunna, la seconda fonte della Legge islamica (Sharia) dopo lo stesso Corano).

    Molti dei mussulmani influenti (professori, uomini politici, militari ecc.) dell’India e del Pakistan sono ispirati dalle teorie deobandi. Secondo Ahmed Rashid, scrittore pakistano, i maggiori leader dei talebani erano laureati di Darul Uloom Haqqania, una madrasa deobandi nella piccola città di Akora Khattak situata vicino a Peshawar in Pakistan.

    I nuovi jihadisti, dopo una serie di vittoriosi scontri con i “signori della guerra” e le residue forze della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, il 26 settembre 1996 occuparono la sede del governo e fondarono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan;

    c.    il ritorno nelle rispettive aree di provenienza degli elementi di Al Qaeda, la cosiddetta “prima generazione di qaedisti o jihadisti”, cioè coloro che avevano combattuto in Afghanistan contro i russi. Costoro vagheggiavano la realizzazione, nei rispettivi paesi di origine, di un movimento finalizzato alla costituzione di uno stato islamico.

    Il diffondersi del jihadismo

    Infatti, a partire dal 1990, si assiste alla formazione di una serie di gruppi jihadisti nella fascia tropicale dal Marocco alle Filippine fra cui:
    •    il  Gruppo Islamico Armato (GIA) algerino;
    •    il Movimento della Tendenza Islamica in Tunisia che viene infiltrato dai reduci afghani e disciolto nel 1991;
    •    la Repubblica Cecena di Ichkeria, entità statuale non riconosciuta, costituita dal governo separatista ceceno e proclamata dal leader secessionista ceceno Džokhar Dudaev nel 1991;
    •    il gruppo Abu Sayyaf, costituito nei primi anni novanta da Abdurajak Janjalani, cittadino filippino musulmano che aveva combattuto nella “Brigata Internazionale Musulmana” in Afghanistan;
    •    la Jemaah Islamiyha che nel 2002 iniziò ad operare in Thailandia ed Indonesia.

    Lo stesso Bin Laden (a sinistra in Afghanistan nel 1984) tornò in Arabia Saudita nel 1990 ove fu accolto come un eroe per aver liberato un paese islamico dagli atei sovietici. Questo idillio però durò ben poco. L’invasione irakena del Kuwait, nell’agosto 1980, spinse Bin Laden ad incontrare re Fahd e il principe Sulṭan, Ministro della difesa saudita, offrendosi di aiutare a difendere l’Arabia Saudita con la sua “legione araba” invece che con l’aiuto degli Stati Uniti.

    L’offerta venne respinta ed il dispiegamento delle forze statunitensi sul territorio saudita spinse Bin Laden a denunciare pubblicamente la completa dipendenza militare saudita dagli “infedeli”. Da quel momento in poi si rivolgerà all’Arabia Saudita come regime traditore dei mussulmani che, nel 1992, gli tolse la cittadinanza e lo costrinse all’esilio in Sudan.

    Ma anche da qui proseguì nella sua predica contro i regimi mussulmani corrotti e contro l’Occidente, continuando ad alimentare finanziariamente i resti della sua “Brigata Internazionale Musulmana” in Afghanistan.

    Costretto a lasciare anche il Sudan, nel 1996 tornò in Afghanistan, a Jalalabad, e pose al Qaeda al servizio del mullah Mohammed Omar proclamatosi capo dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, riconosciuto da: Pakistan, Arabia Saudita Ed Emirati Arabi Uniti.

    La costituzione dell’Emirato islamico afghano, attuata secondo gli schemi indicati da Abd Allah Azzam e favorita dalla politica strategica di Pakistan ed Arabia Saudita, rappresentò il primo embrione di califfato globale e fu la prima risposta ai tentativi di esportazione della rivoluzione della Repubblica islamica iraniana nell’area.

    L’era di al-Qaeda

    Il connubio al Qaeda-Talebani rinvigorì l’ideologia di al Qaeda che a partire dall’agosto 1998 avviò il “concetto operativo” per la realizzazione del califfato globale con i due attentati simultanei contro le ambasciate americane di Nairobi (Kenia) e Dar es Salaam (Tanzania). Nell’ottobre del 2000, seguì l’attacco con un’imbarcazione carica di esplosivo pilotata da un terrorista – di matrice jihadista – suicida contro il cacciatorpediniere “Cole”, ormeggiato nel porto di Aden, uccidendo 17 marinai. Il nefasto preludio si conclude con glòi attacchi dell’11 settembre 2001, che provocarono oltre 3.000 morti.

    Questa prima fase fu condotta da Osama bin Laden che, con il suo “fronte islamico internazionale”, intendeva costituire il vagheggiato califfato globale di Azzam e dei suoi mentori pakistani, sterminando gli ebrei ed i cristiani. Gli sciiti, peraltro da sempre considerati fazione scismatica dell’islam, non erano ancora nel mirino dei terroristi in quanto la madre di Osama era siriana e di confessione alauita, uno scisma sciita.

    Dopo l’11 settembre del 2001 la successiva polverizzazione di Al Qaeda, seguita al conflitto che debellò il regime dei Talebani, favorì:
    a.    la diaspora jihadista che prese la via del Maghreb, del Sahel, della penisola arabica e del Caucaso – in particolare della Cecenia, divenuta ormai terra d’Islam da difendere dalla Russia – dando vita alla costituzione di:

        Jemaah Islamiah “Congregazione islamica” (JI), gruppo terroristico legato ad al-Qaeda e militante nel Sudest asiatico che si prefiggeva la costituzione di un califfato islamico regionale, assurto alle cronache il 25 ottobre 2002, dopo aver perpetrato la strage di Bali (Indonesia). L’attentato avvenne il 12 ottobre 2002 ad opera di attentatori suicidi che fecero detonare ordigni esplosivi nella zona turistica dei locali notturni di Kuta. JI attualmente è una organizzazione transnazionale con cellule in Thailandia, Singapore, Malesia e Filippine, nonché con legami con il Fronte Islamico di Liberazione Moro;

        Al Qaeda in Iraq, costituita alla fine del 2004 da Abu Musab al-Zarqawi (nella foto a sinistra) che promise fedeltà a Osama bin Laden. Il suo gruppo, al-Tawhid wal-Jihad – già associato ad Al Qaeda – divenne noto come Al-Jama’at al-Tawhid waal-Jihad o meglio al-Qaeda in Iraq (AQI) e a Zarqawi fu dato il titolo di “Emiro di Al Qaeda nel Paese dei Due Fiumi”.

    Nel settembre del 2005 AQI, sotto la guida di Zarqawi, dichiarò “guerra totale” agli sciiti in Iraq. Il cambiamento, peraltro criticato dai vertici di Al Qaeda (Osama era ancora vivo), avvenne dopo l’offensiva – contro gli insorti della città sunnita di Tal Afar – delle truppe irachene inviate dall’Assemblea Nazionale transitoria irachena. Tale struttura era già pilotata da Nuri Kamil al-Maliki, sciita, che nel dicembre 2005 diventò Primo Ministro del nuovo governo irakeno, istituito dopo l’abbandono dell’Iraq da parte degli USA;

        Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), sorta nel 2005 quando il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, guidato dall’emiro Abdelmalek Droukdel – gruppo jihadista nato negli anni novanta, nell’ambito della guerra civile algerina, con lo scopo di costituire in Algeria uno stato islamico – si è affiliato ad al-Qaeda, rinominandosi AQMI;

        Emirato del Caucaso, noto come Emirato caucasico – sedicente entità statale,  autoproclamatasi successore della Repubblica cecena di Ichkeria – sorto il 31 ottobre 2007 ad opera di Dokka Umarov, ex capo dell’Ichkeria e proclamatosi primo emiro, dotato di un braccio militare rappresentato dal Fronte Caucasico;

        Al Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), conosciuta nello Yemen come Ansar al-Sharia, organizzazione jihadista che opera principalmente nello Yemen e in Arabia Saudita. Gruppo di matrice jihadista salafita formatosi nel 2009 con la fusione di cellule qaediste yemenite e saudite, attualmente con a capo l’emiro Qasim al-Raymi.

    L’eloquente cartina di Limes sotto riportata, evidenzia a chiare note la strategia per la costituzione del califfato globale – ad opera della propaganda ideologica jihadista – composta da wahhabismo, ancorato al rispetto integrale ed ortodosso della sharia; salafismo, movimento anticoloniale che trae forza da sentimenti antioccidentali; corrente scissionista e rivoluzionaria dei Fratelli Mussulmani di Al Zawahiri.

    Questa iniziale ideologia terroristica fu cementata dai Talebani, con i quali Al Qaeda si era indissolubilmente legata e che si erano abbeverati per anni agli insegnamenti delle madrasa deobandi pakistane.

    Tali scuole coraniche erano e sono tuttora prepotentemente ispirate dall’organizzazione Ahi al-Hadith che persegue la “linea dura” del salafismo, predicando il disprezzo dei valori occidentali e l’odio dei musulmani per ebrei, cristiani e indù, invitando i suoi adepti a spargere il sangue degli infedeli per la gloria di Allah, “assioma” cha ha “imbarbarito” l’ideologia qaedista.

    Nel medesimo periodo della guerriglia sunnita in Afghanistan, l’esportazione della Rivoluzione Islamica Iraniana rimaneva impantanata nella guerra Iran-Iraq dal settembre 1980 all’agosto 1988, riuscendo solo a   costituire lo SCIRI –Supremo Consiglio Islamico per la Rivoluzione in Iraq (gruppo di opposizione armata al dittatore iracheno Saddam Hussein) e a   realizzare una solidissima alleanza con gli Alauiti siriani e con gli Hezbollah libanesi sia in funzione anti israeliana, sia nella prospettiva strategica di soggiogare l’Iraq e realizzare una mezzaluna sciita dal Golfo Persico al Mediterraneo.

    Le pretese ideologiche khomeiniste verso la Russia ed in primis verso il Caucaso, trovarono immediatamente un freno alla loro espansione nell’”Islam di Stato” di stampo sunnita, ancorché burocratico e controllato dalle risorse distribuite dal partito comunista dell’URSS.

    Infatti, quelle repubbliche sovietiche con popolazione musulmana nelle quali lo sciismo sperava di espandersi erano controllate da confraternite che avevano reso inutili i commissari politici travestiti da muftì e dato vita ad un islam sunnita parallelo, incontrollabile e ben radicato, soprattutto in Daghestan e in Cecenia-Inguscezia, che furono subito preda della diaspora qaedista.

    Inoltre l’Iran, a partire dalla fine degli anni ’80, fu costretto ad assumere un basso profilo sul piano internazionale fino al 2014 a causa di una serie di sanzioni, dapprima per la sua azione di supporto al terrorismo (1983-1992) e successivamente, dal 1994 al 2014, per frenarne la corsa al nucleare.
    Infatti nel 1995, previ accordi con la Russia, l’Iran iniziò la costruzione del reattore di Bushehr, inaugurato il 21 agosto 2010.

    Nel 2002 il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, guidato dal movimento dissidente Mojahedin-e Khalq (MEK) annunciò durante una conferenza stampa a Washington D.C. che la Repubblica degli Ayatollah stava costruendo nei pressi della città di Natanz un impianto segreto per l’arricchimento dell’uranio.

    La nuova trasgressione comportò all’Iran nel 2010 l’imposizione di ulteriori e più pesanti sanzioni internazionali.

    La guerra civile siriana, scoppiata nel 2011 tra le forze governative e quelle dell’opposizione – nonché situata nel più ampio contesto delle primavere arabe – ha visto l’inserimento nel contenzioso di forze qaediste supportate da Pakistan ed Arabia Saudita per far cadere il regime siriano di Bashar Al Assad e vanificare il disegno strategico della mezzaluna sciita vagheggiato dall’Iran.

    La Siria – che costituisce il più recente dei molteplici terreni di scontro, fra sciiti e sunniti, sul quale l’Arabia Saudita è impegnata a mantenere la propria influenza – rappresenta il più feroce scontro interreligioso per sostenere il quale Riyadh necessita di uno dei più stretti alleati di cui disponga: il Pakistan.

    I rapporti tra i due Paesi risalgono agli anni Sessanta, quando l’Arabia ottenne l’assistenza militare pakistana per accrescere le limitate capacità delle sue forze di sicurezza nazionali.

    Negli anni successivi, le relazioni bilaterali furono progressivamente rafforzate, grazie alla complementarietà degli interessi dei due Paesi: la monarchia saudita, in quanto custode dei più importanti siti religiosi dell’Islam, offriva al Pakistan la legittimazione religiosa ed i proventi derivanti dalla vendita del petrolio per il sostegno della fragile economia pakistana.

    Riyadh riceveva in cambio il supporto di uno dei più importanti apparati militari della regione, senza dover necessariamente provvedere al rafforzamento delle proprie forze armate per non compromettere gli equilibri interni di potere. Sono in molti a ritenere che esista una sorta di patto non scritto, tra Riyadh e Islamabad, che garantirebbe ai Sauditi le armi nucleari pakistane qualora Teheran riuscisse a dotarsene.

    Occorre, infine, considerare che :
    a.    la posizione geografica dell’Iran colloca quest’ultimo in un quadro strategico molto favorevole nell’ambito dell’area islamica. La sua posizione costituisce il naturale collegamento tra Medio Oriente, Caucaso, Asia centro-meridionale, ma nel contempo rischia di essere coinvolto in molte questioni regionali. Inoltre, l’attuale teocrazia sciita punta ad aumentare la propria influenza in tutta l’area ricercando relazioni e strette alleanze con i gruppi sciiti di altri Paesi;

    b.    il Pakistan, paese a maggioranza sunnita, è una potenza nucleare islamica e si trova in una posizione geografica altrettanto favorevole, ma anch’esso non è esente da dispute territoriali, in particolare: quelle relative alla linea di confine con l’Afghanistan, con l’Iran nella regione del Belucistan e con l’India riguardo al Kashmir.

    Inoltre, negli anni ‘90 il gruppo etnico degli Hazara situato in Afghanistan, sostenuto da Teheran, divenne obiettivo dei Talebani appoggiati dal Pakistan e tuttora la questione afghana continua a essere una spina nel fianco nei rapporti Iran-Pakistan;

    c.    l’Arabia Saudita ha come suo più grande alleato il Pakistan, sia in relazione alla pregressa guerra contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan, sia per l’influenza wahabita sull’islam deobandi  dell’area, sia per le ottime relazioni fra i dirigenti dei due Paesi fra cui per ultime quelle dell’attuale Primo Ministro pakistano Muhammad Nawaz Sharif, di orientamento wahabita, che è stato eletto per la terza volta a questa carica. Durante il suo secondo mandato, in seguito agli esperimenti nucleari del 1998, gli Stati Uniti e la NATO imposero sanzioni economiche al Pakistan.

    Poco dopo il governo di Nawaz Sharif fu rovesciato dal colpo di stato militare del generale Parvez Musharraf ed egli fu inviato in esilio in Arabia Saudita dove sarebbe dovuto rimanere per dieci anni. Nel novembre del 2007, in seguito alla visita in Arabia Saudita del Presidente Musharraf al re Abd Allah, fu consentito a Sharif il rientro in patria. il suo legame privilegiato con l’Arabia Saudita ha favorito il trasferimento in Pakistan di aiuti economici sauditi, parte dei quali utilizzati per la costruzione di moschee e la realizzazione di madrasa, o scuole coraniche.

    Si può dunque affermare che i vari conflitti regionali che nel tempo si sono verificati nell’area medio-orientale e centro-asiatica, hanno favorito lo sviluppo sotterraneo e dissimulato di un conflitto ben più profondo fra sciiti e sunniti per la supremazia della rispettiva concezione religiosa, che vede l’Iran chiuso fra il fronte pakistano e quello saudita ed il suo maggiore alleato, la Siria, territorialmente ed etnicamente sconvolta dallo Stato Islamico, creatura finanziata dai ricchi paesi arabi del Golfo persico e ritenuta pilotata da apparati intelligence.
    In sintesi, pare possibile che tutto questo sia finora accaduto solo per opera di:
    •    un facoltoso saudita di origini yemenite (Osama bin Laden ) con ottime relazioni con il capo dei servizi pakistani Hamed Gul, contornato da un ideologo palestinese e un fratello mussulmano egiziano?

    •    un delinquente comune (Abu Musab al Zarqawi) fuggito dalla Giordania e riparato nel 2000 in Pakistan, inizialmente fermato dalle autorità pakistane e successivamente rilasciato con un lasciapassare ed inviato in Afghanistan a parlare con Osama bin Laden. Il colloquio fra i due non fu molto felice per differenze di vedute sugli sciiti, tuttavia Zarqawi ottenne denaro con cui allestì un proprio campo di addestramento ad Herat, poi passò in Iraq e nel 2004 costituì AQI e giurò fedeltà ad Osama. Nel 2005 attuò la sua strategia stragista contro gli sciiti?

    •    un mufti irakeno (al Baghdadi) che interpretava ed applicava capziosamente la legge coranica, mandando a morte con qualsiasi pretesto intere famiglie sciite, ancorché circondato da consiglieri e personale dei servizi dell’ex dittatore Saddam Hussein?

    Prima dell’11 settembre 2001 vi erano più di 40 fra gruppi e partiti estremisti islamici direttamente legati all’ISI e all’apparato militare pakistano e da essi manovrati, ai quali Al Qaeda, creatura dell’ISI, forniva un progetto internazionale di jihad globale.

    Secondo Ahmed Rashid – dopo l’intervento USA contro i talebani afghani – l’apparato militare e di sicurezza pakistano ha continuato a sostenere l’estremismo islamico degli studenti-guerriglieri attraverso lo schermo di società caritatevoli gestite da ex militari ed ex appartenenti ai servizi di sicurezza fra cui l’ex capo dell’ISI Hamed Gul, che aveva patrocinato la costituzione di Al Qaeda.

    Le organizzazioni hanno operato in maniera clandestina e sotto copertura con una ridotta procedura gerarchica, un sistema di comando e controllo non rintracciabile, assenza di ogni procedura documentale o documentabile e finanziamenti tramite articolazioni decentrate dell’apparato militare e di sicurezza.

    Fra le strutture indicate quali appartenenti a questa organizzazione vi sono Jamaat-ud-Dawah (acronimo JuD, letteralmente Organizzazione per la predicazione) ed il suo braccio armato Lashkar-e-Taiba (acronimo LeT, letteralmente “Esercito del bene”) entrambe ferocemente anti sciite ed anti indù, prevalentemente operanti nel Kashmir.

    Jamaat-ud-Dawah ebbe origine nel 1985, come un piccolo gruppo missionario dedicato alla promozione dell’associazione Ahl-e-Hadith (La gente del Hadith), per opera di Hafiz Mohammed Saeed (inviato all’università in Arabia Saudita nei primi anni ’80 per gli studi superiori, ove incontrò personaggi che stavano prendendo parte alla jihad afgana e, al suo rientro, nominato dal Generale Mohammad Zia-ul-Haq fra i membri del Consiglio dell’Ideologia Islamica, struttura con funzioni di controllo sull’applicazione della legge coranica) e Zafar Iqbal.

    Nel 1987 un gruppo di jihadisti anti-sovietici, fra i quali il più attivo era Abdallah Azzam si associò al JuD per formare il Markaz-ud Dawa-wal-Irshad (Centro per la predicazione e di orientamento – MDI), che nel 1990 – nella provincia di Kunar (nei pressi di Jalalabad – Afghanistan) – costituì il suo braccio armato, Lashkar-e-Taiba, ad opera di Hafez Saeed, Abdullah Azzam e Zafar Iqbal, con un finanziamento di Osama Bin Laden.

    La sicurezza nazionale del Pakistan poggia sull’estremismo islamico sunnita di matrice deobandi ed è rappresentata da una “triade” politico-strategica fondata su:
    •    contrasto all’egemonia dell’India nell’area regionale, con rivalse territoriali sul Kashmir;
    •    protezione e sviluppo del nucleare, sia civile sia militare;
    •    insediamento di un governo filo-pakistano nel suo retroterra strategico identificato dall’Afghanistan.

    Questo concetto strategico si avvia con la presidenza del generale Zia-ul-Haq (Presidente Pakistan dal 5 luglio 1977 al 17 agosto 1988) che, per contrastare il suo predecessore Zulfikar Ali Bhutto (di orientamento laico e progressista),  instaurò un islam di tipo integralista appoggiandosi ai mullah ed alle madrasa deobandi.

    Allo scopo provvide a vietare alcolici, imporre la zakat, infliggere punizioni corporali ai criminali e a reintrodurre la lapidazione per le donne adultere, spingendosi fino a tentare di restaurare il califfato con il supporto di Al Qaeda e del suo ideologo Abdallah Azzam.

    Successivamente il suddetto concetto strategico è stato rafforzato dal conflitto Pakistan-India del luglio 1999 per la disputa del Kashmir ed ulteriormente potenziato dal colpo di stato del generale Parvez Musharraf (ottobre 1999 – agosto 2008) che, per mantenere il potere, ha seguito la politica del cosiddetto “doppio binario”.

    Da un lato ha sostenuto e finanziato l’estremismo islamico dei talebani per formare un governo filo-pakistano in Afghanistan, dall’altro ha sporadicamente catturato elementi di Al Qaeda – non afghani o pakistani – consegnandoli agli Americani per non perdere il loro appoggio politico, la fornitura dei loro armamenti ed i finanziamenti a sostegno dell’economia.

    La più evidente dimostrazione di questo assunto è costituita dall’allargamento territoriale del califfato globale avvenuta nell’area afghana ove nei primi di gennaio 2015 ha debuttato il c.d. IS (acronimo di stato islamico) del Khorasan – originaria regione costituita dalle città di Balkh, Herat, oggi in Afghanistan;

    Mashhad e Sabzevar, oggi nel nord-est dell’Iran; Merv e Nisa, oggi nel sud del Turkmenistan; Samarcanda e Bukhara, ora in Uzbekistan – con il formale giuramento di fedeltà nei confronti del califfo Al Baghdadi che lo ha riconosciuto come «wilaya», cioè “provincia” (il c.d. Stato Islamico si propone, nella sua retorica, di abolire i confini interni al mondo arabo-islamico abbattendo i confini nazionali “colonialisti”).

    La sua costituzione rappresenta la prosecuzione della politica strategica pakistana sia verso l’Afghanistan sia verso l’Iran sia verso l’India.

    Per tali ragioni anche Al Qaeda in Iraq e la sua filiazione di Stato Islamico, sorto subito dopo l’abolizione delle sanzioni all’Iran per lo sviluppo del suo nucleare, rientrano in questa logica strategica.

    Il Califfato universale

    Secondo l’ideologia jihadista il califfato universale deve essere costituito attraverso “la jihad”, iniziando con la realizzazione di califfati regionali che diventeranno poi poli di attrazione per i paesi confinanti.

    “La scintilla è partita qui in Iraq, e il suo calore continuerà ad intensificarsi – se Allah vuole – fino a quando brucerà le armate crociate a Dabiq.», è una frase attribuita ad Abu Musab al-Zarqawi, riportata sulla rivista Dabiq dello stato islamico. La località di Dabiq nella Siria settentrionale – menzionata in un ḥadith del Ṣaḥiḥ di Muslim (una delle sei maggiori raccolte di ḥadith della tradizione sunnita) – è il luogo dove dovrebbe avvenire l’apocalittico scontro finale tra musulmani e bizantini, che si concluderebbe con il trionfo definitivo dell’Islam in tutto il mondo.

    Lo studio degli hadith è una peculiarità delle madrasa deobandi pakistane da cui sono nati Al Qaeda, i Talebani – e non ci sono solo quelli afghani – le filiazioni di Al Qaeda dal Maghreb all’estremo Oriente ed infine l’ISIS.

    Gli elementi indiziari fin qui tracciati non sembrano sufficienti per incolpare i burattinai, ma è tradizione consolidata che chiunque sponsorizzi il terrorismo non operi mai in prima persona ma si serva sempre di intermediari, più o meno affidabili, che operano sotto copertura e qui ce ne sono ad abundantiam.

    Quanto finora accaduto si è verificato senza che il disattento pubblico occidentale ne riuscisse a percepire la realizzazione, perché:

    •    è stato ormai anemizzato dei principi religiosi e dei precetti morali, da teorie opportunistiche, egoistiche e relativiste;
    •     ha dissolto tradizioni e consuetudini intese come trasmissione – nel tempo all’interno di un gruppo – di conoscenze, competenze, eventi sociali e storici, usanze, ritualità, costumi, superstizioni e credenze religiose, per le giovani generazioni. Queste avrebbero dovuto raccogliere i valori in esse contenuti ed adattarli alle loro attuali esigenze di vita. Ma non l’hanno fatto;
    •    ha smarrito la propria fede nei labirinti dell’edonismo, della sessualità, dell’accaparramento di denaro e nei liquami della demagogia, abdicando ad ogni forma di assistenza, aiuto e solidarietà,
    sicché non si è accorto che gli editti propagandistici del cosiddetto “Stato Islamico”, la sua propaganda attraverso le riviste ed il web nonché la sua strategia altro non sono che la naturale evoluzione delle teorie del “califfato globale”, dettate negli anni ’80.

    Anzi, a tali teorie si sono associate le esortazioni di Al Zawahiri con il trasferimento – all’interno dell’Europa attualmente e degli Stati Uniti in prospettiva – della conflittualità terroristica, facendo leva sulla terza e quarta generazione degli immigrati mussulmani, specie se disoccupati, emarginati e frustrati e sui giovani occidentali nelle medesime condizioni, strategia abilmente sfruttata da daesh (è un acronimo ed è usato in senso denigratorio perché in arabo il termine ha un suono simile alle parole “calpestare e distruggere”).

    Del resto, questa ulteriore diffusione dell’ideologia califfale è insita nella visione bipolare geo-religiosa del radicalismo islamico, ove gli stati-nazione che dividono la Umma musulmana non sono riconosciuti. Diventa ovvio quindi pensare che i proponimenti strategici dei burattinai dello Stato Islamico siano quelli di annientare la presenza dei mussulmani sciiti nell’area medio-orientale, e poi allargare le frontiere inizialmente verso l’Europa e l’Africa e poi verso l’Asia e le Americhe.

    Per questo l’IS, anche se non dispone di contiguità territoriale, impiega i suoi proclami propagandistici e la costituzione di nuove wilaya per realizzare uno stretto legame di sottomissione con i nuovi affiliati, imponendo loro il giuramento di fedeltà al califfato.

    Quale risposta è possibile dare a siffatta concezione strategica che con l’opzione militare non sta dando soddisfacenti risultati, anzi rischia una guerra che, se non controllata, potrebbe condurre al terzo conflitto mondiale con un olocausto nucleare superiore a quello di Hiroshima e Nagasaki?

    Quanto precede traspare nelle parole del presidente Vladimir Putin che nel dicembre 2015 – poco dopo il lancio di missili su Raqqa – chiedendo l’analisi dei risultati si è augurato che tali missili non debbano mai essere armati con testate nucleari.

    Ipotesi da non sottovalutare atteso che l’attuale fronte sciita, che conta sul supporto della Russia, vede la cooperazione militare ed intelligence fra Iran, Iraq e Siria che in pratica si traduce nel progetto iraniano della “mezzaluna sciita” dal golfo persico al Mediterraneo.

    A questo fronte si oppone quello a guida statunitense che vede impegnati Arabia Saudita, Qatar e Turchia con contrasti russo-turchi per gli sconfinamenti di bombardieri russi sul territorio turco.

    Ma la risposta militare non può essere solo affidata a missili ed aerei bensì integrata con Intelligence e forze speciali caratterizzate dal più elevato indice di addestramento per conseguire i risultati necessari a debellare i nuovi barbari, che appaiono sempre più gli eredi dei sanguinari Gengis Khan e Tamerlano.

  • Le grandi manovre per “repubblicanizzare” l’Italia

    Le grandi manovre per “repubblicanizzare” l’Italia

    (di Cristina Siccardi

    Il 1° giugno di 70 anni fa, vigilia del referendum istituzionale, Pio XII si rivolse al Sacro Collegio e, attraverso la radio, agli elettori italiani e francesi (anche in Francia, infatti, si votava, per le elezioni politiche), con queste allarmanti parole, che presagivano il nostro presente: «Domani stesso i cittadini di due grandi nazioni accorreranno in folle compatte alle urne elettorali.

    Di che cosa in fondo si tratta? Si tratta di sapere se l’una e l’altra di queste due nazioni, di queste due sorelle latine, di ultramillenaria civiltà cristiana, continueranno ad appoggiarsi sulla salda rocca del cristianesimo, sul riconoscimento di un Dio personale, sulla credenza nella dignità spirituale e nell’eterno destino dell’uomo, o se invece vorranno rimettere le sorti del loro avvenire all’impassibile onnipotenza di uno Stato materialista, senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio. Di questi due casi si avvererà l’uno o l’altro, secondo che dalle urne usciranno vittoriosi i nomi dei campioni ovvero dei distruttori della civiltà cristiana. La risposta è nelle mani degli elettori; essi ne portano l’augusta, ma pur quanto grave responsabilità!».

    I distruttori della civiltà cristiana, attraverso il referendum istituzionale, vinsero, ma non il 2 giugno nelle urne, bensì diversi giorni dopo, con gli inganni. La notte fra il 12 e 13 giugno, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri, il presidente Alcide De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato repubblicano.

    Per Umberto II fu un vero e proprio colpo di Stato e lasciò volontariamente il Paese il 13 giugno, indirizzando agli italiani un proclama, senza attendere la definizione dei risultati e la pronuncia sui ricorsi, che saranno respinti dalla Corte di Cassazione il 18 giugno.

    La monarchia in Italia era una minaccia per i rivoluzionari, così come lo era stata per i giacobini: occorreva tagliare la testa al Re. Se il cattolico Luigi XVI era stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793, in Italia con il cattolico Re Umberto si decapitò la Monarchia per volontà dei Comunisti, dei Socialisti, di molti democristiani, fra cui lo stesso Alcide De Gasperi in comune accordo con le aspirazioni repubblicane degli Stati Uniti.

    Interessante quanto riporta un documento redatto a Roma il 21 marzo 1946 dall’Ambasciatore argentino in Italia, Carlos Brebbia, e indirizzato al Ministro degli esteri dell’Argentina Juan J. Cooke: «Una repubblica turbolenta con maggioranza socialista e comunista, realizzandosi in Roma, costituirebbe una minaccia costante per la cristianità rappresentata dalla autorità spirituale del Papa. L’appoggio del Vaticano a favore della monarchia è ostensibile ed evidente affinché i cattolici sappiano a favore di chi dovranno votare. I vescovi hanno ordinato l’apertura dei conventi di clausura affinché le monache partecipino alle elezioni e durante l’ultimo Concistoro tutti i cardinali presenti a Roma accolsero l’invito del luogotenente  (il Principe Umberto, che diverrà Re dal 9 maggio al 2 giugno 1946) per presenziare a un ricevimento dato in onore dei nuovi porporati nei salotti del Palazzo del Quirinale, al quale assistette il Corpo Diplomatico e l’alta società romana (…). Alcuni si chiedono se le elezioni si terranno veramente il 2 giugno. Si può rispondere affermativamente a meno che ciò non venga impedito da cause esclusivamente interne (…) È da osservare che anche quando la differenza tra monarchici e repubblicani fosse di poca importanza, il fatto che alcune centinaia di migliaia di italiani non abbiano potuto partecipare alla votazione, potrebbe indurre la parte perdente a reclamare l’invalidità dei risultati».

    Parlare di Monarchia è ancora un tabù. Il Comunismo in Italia, come altrove, ha lavorato sulla diffamazione, sull’odio e sull’oblio, metodi efficacissimi per depennare le scomodità e le coscienze, così da poter creare rivoluzionari modelli e arrivare a mettere addirittura sul trono dell’opinione pubblica odierna un Marco Pannella, un’incoronazione che ha trovato la sua legittimazione persino nella Santa Sede.

    Affermava Palmiro Togliatti nel 1944 a proposito del futuro della monarchia in Italia: «Accantoniamo questo problema, dichiariamo solennemente tutti uniti che questo problema lo risolveremo quando tutta l’Italia sarà stata liberata e il popolo potrà essere consultato, allora vi sarà un plebiscito, vi sarà un’Assemblea Costituente, decideremo allora del modo di liberarsi dall’istituto monarchico, se il popolo vuole liberarsi, di proclamare un regime repubblicano come era nelle nostre aspirazioni».

    Le loro intenzioni si sono concretizzate e la mentalità italiana si è trasformata, secolarizzandosi a grandi falcate. Se anche gli italiani in maggioranza erano monarchici, che importava? Se anche le votazioni non si potevano svolgere in Alto Adige (sotto amministrazione alleata), in Venezia Giulia (sotto amministrazione alleata e jugoslava), che importava? Se mancavano all’appello gli abitanti delle province di Zara, Istria, Trieste, Gorizia, Bolzano, che importava? Se mancavano alle urne migliaia e migliaia di militari ancora prigionieri all’estero e gli internati civili, che importava? Era il Regime a decidere, secondo le sue aspirazioni, non il popolo.

    Agli elettori furono consegnate sia la scheda del referendum per la scelta fra Monarchia e Repubblica, sia quella per l’elezione dei 556 deputati dell’Assemblea Costituente, cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova Carta costituzionale. I votanti furono 24.946.878, pari all’89,08% degli aventi diritto al voto. Questi i risultati ufficiali del referendum: Repubblica 12.718.641 voti, pari al 54,27%; Monarchia 10.718.502 voti, pari al 45,73%; le schede nulle furono 1.509.735 (Fonte: Ministero dell’Interno – Archivio storico delle elezioni). La Monarchia è un nervo scoperto perché fa paura poiché l’Italia era cattolica e monarchica, per essenza.

    Tuttavia La Grande Storia di Rai3 oggi non può più negare, come è accaduto nella trasmissione andata in onda il 27 maggio u.s.: 2 giugno 1946 – 70 anni dalla Repubblica (http://www.lagrandestoria.rai.it/dl/portali/site/page/Page-7f9d45d4-8c78-461e-9787-601bf8c90a52.html). Così, mentre si snocciolano documenti che sottendono incongruenze, manomissioni, sottrazioni di voti, nonché grandi manovre orchestrate da Togliatti, da Alcide De Gasperi, dall’allora Ministro degli Interni Giuseppe Romita, allo stesso tempo Paolo Mieli getta acqua sul fuoco e si affretta a dire che non è il caso di guardare ai complotti… ma i toni antisabaudi oggi si sono chetati, perché la vera Storia può essere imbavagliata, ma non uccisa: ormai ci sono troppe documentazioni e testimonianze che attestano ciò che avvenne 70 anni fa.

    I seggi si chiusero alle 14.00 del 3 giugno. Lo spoglio non iniziò con le schede della scelta istituzionale, bensì con quelle dei deputati all’Assemblea Costituente e 35% dei suffragi andò alla Democrazia Cristiana. Le operazioni referendarie furono gestite da tre ministri di sinistra del primo gabinetto De Gasperi: il ministro per la Costituente, il socialista Pietro Nenni, per l’Interno Romita e per la Grazia e Giustizia Togliatti. Presero a dipanarsi ore elettrizzanti. Dopo un accentuato ritardo nell’afflusso dei verbali da parte del Ministero della Giustizia, nelle prime ore del 4 giugno la percentuale repubblicana si collocava fra il 30 e il 40 %.

    Dirà Romita: «… le cifre erano lì, col loro linguaggio inequivocabile! (…) Non era possibile eppure era vero, verissimo, paurosamente vero: la monarchia si presentava in netto vantaggio. Mi accasciai nella poltrona (…) Il telefono squillò più volte (…) La monarchia sta vincendo, mormorai… Che cosa avrei detto a Nenni, a Togliatti, a tutti gli altri che non volevano l’avventura del referendum?» (M. Caprara, L’ombra di Togliatti sulla nascita della repubblica. Le pressioni del Guardasigilli sulla Corte di Cassazione, in Nuova Storia Contemporanea, 6 (novembre-dicembre 2002), p. 135).

    Il Sud era per la maggioranza monarchico, il Nord repubblicano. C’era stata fretta nell’indire il referendum per due ragioni: mancavano moltissimi all’appello, come si è detto, inoltre non si voleva dare l’opportunità a Umberto II, molto amato dal popolo, di dargli tempo per una campagna elettorale a proprio favore. Il Re, infatti, ebbe soltanto 40 giorni appena, ma non si risparmiò e riempì le piazze. Umberto II, che aveva un’immagine pubblica diversa e affabile rispetto a quella del padre, era incapace di finzioni a causa della sua profonda rettitudine morale, della sua signorilità ovunque e comunque, ma anche della sua profonda fede cattolica.

    Sarebbe bastato un suo ordine per scatenare una nuova guerra civile, tutta l’Arma dei Carabinieri sarebbe stata al suo fianco, così come le truppe del generale polacco Władysław Anders. Ma rifiutò a priori di versare altro sangue sulla patria. La coscienza innanzi a tutto. Pio XII dimostrò la sua benevolenza: al Re, espropriato dallo Stato italiano di tutti i suoi beni, donò una somma di denaro per i primi duri tempi dell’esilio in Portogallo.

    Papa Pacelli, quel 1° giugno, aveva ancora dichiarato: «Da una parte (…) è lo spirito di dominazione, l’assolutismo di Stato che pretende di tenere nelle sue mani tutte le “leve di comando” della macchina politica, sociale, economica, di cui gli uomini, queste creature viventi, fatte ad immagine di Dio e partecipi per adozione della vita stessa di Dio, non sarebbero che ruote inanimate. Da parte sua, invece, la Chiesa si erge serena e calma, ma risoluta e pronta a respingere ogni attacco. Essa, madre buona, tenera e caritatevole, non cerca, no! la lotta; ma appunto, perché madre, è più ferma, indomita, irremovibile, con le sole forze morali del suo amore, che non tutte le forze materiali, quando si tratta di difendere la dignità, l’integrità, la vita, la libertà, l’onore, la salute eterna dei suoi figli. (…) Noi proviamo, anche più sensibilmente che d’ordinario, un immenso dolore nel mirare la società umana più che mai allontanatasi da Cristo, e al tempo stesso una indicibile compassione allo spettacolo delle calamità senza precedenti, con cui essa è afflitta a cagione della sua apostasia. Perciò Ci sentiamo mossi ad elevare di nuovo la Nostra voce per ricordare ai Nostri figli e alle Nostre figlie del mondo cattolico l’ammonimento che il Salvatore divino non ha cessato di inculcare attraverso i secoli nelle sue rivelazioni ad anime privilegiate che si è degnato di scegliere per sue messaggiere: Disarmate la giustizia punitrice del Signore con una crociata di espiazione nel mondo intero; opponete alla schiera di coloro, che bestemmiano il nome di Dio e trasgrediscono la sua legge, una lega mondiale di tutti quelli che Gli rendono l’onore dovuto e offrono alla sua Maestà offesa il tributo di omaggio, di sacrificio e di riparazione, che tanti altri Gli negano».

    Nello Statuto Albertino, in vigore fino al 1948, stava scritto all’Art. 1: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». Mentre con l’Art. 1 della Costituzione venne stabilito che: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». L’«impassibile onnipotenza di uno Stato materialista», come aveva paventato il Sommo Pontefice, «senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio», era stata ufficialmente sancita.

    (Cristina Siccardi)

  • Luttwak: chiamiamolo col suo nome, Stato islamico

    Edward Luttwak parla a Lettera 43.

    Vincere contro i jihadisti? «Impossibile».
    Il Califfato? «Lasciamo che trovi il suo equilibrio». 
    Il papa? «Sull'islam moderato dice cretinate».

    di | 19 Marzo 2015

     

    Non chiamatelo Isis. Non se parlate con Edward Luttwak. «Si chiama Stato islamico, Isis è un eufemismo buonista». E lui, di certo, buonista non è.
    Economista, politologo e saggista romeno è consulente strategico del governo americano e membro del National security study group del dipartimento della Difesa Usa.
    Gran parte dei suoi studi, dunque, sono stati dedicati al terrorismo e all'islam, e niente di quello che sta accadendo adesso, nemmeno la strage del museo di Tunisi, può stupirlo. «Lo Stato islamico riesce ad attrarre volontari in tutto il mondo, non si può eliminarlo con un guerra». C'è solo una soluzione possibile: «Non combatterla».

     

    DOMANDA. Dopo Iraq e Siria l'Isis si è spostato dal Medio Oriente al Nord Africa. Prima la Libia, ora la Tunisia.

     

    RISPOSTA. Prima di tutto chiamiamolo col suo nome, lo Stato islamico: è il movimento islamico di maggior successo perché è il più autentico islam.

     


    D. Non è un movimento estremista?
    R.
    Presidenti e papi che dicono che non ha niente a che fare con l'islam mentono. È una bugia benevola, politicamente furba, ma è una bugia. È lo Stato islamico.
     

    D. E questo cosa comporta?
    R.
    Riesce ad attrarre volontari in tutto il mondo. Arrivano, combattono e si sacrificano. Contro di loro ci sono dei soldati salariati, spesso di governi che hanno poca legittimità, come ad esempio in Siria e Iraq.
     

    D. L'attacco del 18 marzo in Tunisia è particolarmente significativo perché colpisce un Paese che sta facendo grossi sforzi di democratizzazione. O no?
    R.
    Si sapeva da tempo che da quel Paese veniva un numero sproporzionato di volontari dello Stato islamico. La Tunisia è piccola, ma si parlava di 3 mila uomini, più di quelli del grande Egitto. C'era una radice fondamentalista in Tunisia che ha prodotto questo.
     

    D. Come si può combattere lo Stato islamico?
    R.
    Per prima cosa bisogna dire la verità: non è un'anomalia dell'islam, è l'islam. Bisogna smettere con queste commedie, come ha fatto Obama che ha invitato al vertice anti-terrorismo di Washington tutta questa gente per parlare di estremismo, dicendo che non aveva niente a che fare con l'islam. Però non ha invitato dei presbiteriani o dei metodisti. Ha invitato dei musulmani.
     

    D. E poi?
    R.
    Quando si combatte lo Stato islamico in Mesopotamia si paga un prezzo geopolitico altissimo, perché indebolendo lo Stato islamico si rinforza l'Iran, che ha già messo le mani su Baghdad, Damasco, Yemen e ha enorme influenza anche a Beirut.
     

    D. E infatti Israele non vede la lotta allo Stato islamico come una priorità.
    R.
    Lo Stato islamico è arrivato sul Golan da molto tempo, ma non ha fatto niente contro lo Stato di Israele. Così come al Qaeda non aveva fatto niente contro Israele.
     

    D. Come mai?
    R.
    Non è solo perché hanno paura degli israeliani, e sanno che la risposta sarebbe tremenda, ma anche perché combattono gli sciiti, che per Israele sono la minaccia numero 1 sia per l'Iran sia sulla frontiera col Libano, con Hezbollah che è armato da Teheran. Gli israeliani sarebbero dei cretinetti a impegnarsi contro lo Stato islamico come fanno altri irresponsabili.
     

    D. Israele quindi non può essere un alleato dell'Occidente. E l'Arabia Saudita?
    R.
    Prima di tutto la religione saudita è la stessa identica religione dello Stato islamico, l'affinità ideologica è totale. Basti pensare che in Arabia Saudita hanno distrutto la tomba di Maometto e dei suoi seguaci a La Mecca. Se l'avessero fatto i cristiani o gli ebrei ci sarebbe stato il mondo islamico in fiamme. Ma l'hanno fatto i sauditi e nessuno ha detto niente.
     

    D. Nessuna possibilità che l'Arabia Saudita faccia qualcosa contro lo Stato islamico, dunque.
    R.
    Di fronte all'avanzata dell'Iran sciita, i sauditi non vogliono fare niente contro lo Stato islamico. Hanno fatto finta di fare qualcosa all'inizio, ora non fanno neanche finta.
     

    D. Non è che l'Occidente ha le sue colpe?
    R.
    Sicuramente quella di aver inventato l'islam, che è una derivazione di cristianesimo ed ebraismo. Poi l'Occidente fa, gli altri non fanno. Quando succede qualcosa si può sempre dire che è colpa dell'Occidente.
     

    D. Per esempio?
    R.
    L'Occidente ha inventato tivù, stampa, mass media. Tutto ciò che permette allo Stato islamico di fare propaganda. In più loro vogliono restaurare il VII secolo ed è chiaro che noi occidentali abbiamo fatto moltissime cose per cambiare la situazione dal VII secolo.
     

    D. Perché tutto questo odio l'Occidente?
    R.
    Perché ha delle idee velenose per loro, come per esempio che le donne non sono animali domestici, che hanno il diritto di andare a fare la spesa invece di aspettare che gliela porti un figlio con più di 13 anni, o il marito o il padre.
     

    D. E la guerra in Iraq?
    R.
    Finché l'Occidente esiste esprime lo spirito europeo, che è lo spirito di creazione, guerra e conquista. E quando fai guerre e conquiste ne sbagli una su due. Rimuovere Saddam è stato sicuramente un errore, basato sull'idea che ci potesse essere democrazia nel mondo arabo. Errore ripetuto in Libia con Gheddafi e anche in Tunisia con Ben Ali.
     

    D. Anche in Tunisia?
    R.
    Certo. Oggi i tunisini sognano i giorni di Ben Ali, che rubava un po' e governava bene.
     

    D. E perché sui giornali non si è detto questo?
    R.
    I media hanno trasformato una rivolta islamica in una rivolta democratica. Stessa cosa fatta in Egitto e negli altri Paesi.
     

    D. Gli Stati Uniti sono passati dall'interventismo di Bush a una strategia quasi opposta con Obama.
    R.
    Sì, fanno molto meno, perché quando hai l'islam contro non puoi fare sviluppo economico e politico, né la guerra. Combattono, non si arrendono. Non puoi vincere, puoi solo sforzarti e perdere tempo. La Libia è stato l'ultimo grave errore.
     

    D. Rinunciare ad agire è stato un errore o era l'unica possibilità?
    R.
    No, tutti questi tentativi di portare la democrazia nel mondo musulmano sono falliti. L'islam non accetta la democrazia. Dicono che la Turchia è democratica, ma dimenticano che è stato il governo pre-islamico a portare la democrazia in Turchia, da quando ci sono gli islamici riducono la democrazia giorno per giorno.
     

    D. È possibile vincere la guerra con lo Stato islamico?
    R.
    No, è possibile non combatterla. Ed è un'ottima idea. Lasciare che loro trovino il loro equilibrio. Oggi è assurdo attaccare i nemici dell'Iran. Teheran è la minaccia strategica in Medio Oriente ora, non lo Stato islamico. E se l'Occidente attaccherà lo Stato islamico l'Arabia Saudita si schiererà sempre più al suo fianco. Magari non con truppe, ma coi soldi. È l'unica difesa che hanno sul territorio contro lo Stato islamico.
     

    D. Lo Stato islamico può rappresentare un nuovo blocco di potenze in grando di prendere il posto dell'Unione sovietica?
    R.
    Sarebbe un grande blocco di potenze al livello del VII secolo. Lo Stato islamico va bene contro gli eroi persiani, non contro un battaglione occidentale in grado di attraversare tutta la Mesopotamia da una parte all'altra. Basta vedere cos'è successo in Palestina: per ogni perdita israeliana ce n'erano sette per Hamas, solo limitandosi ai combattimenti di fanteria.
     

    D. Non possono organizzarsi?
    R.
    Se conquistano l'Egitto possono al massimo produrre armi leggere. Non creare potere. Il loro focus non è il potere globale, ma quello di impedire alle donne di fare cose disgustose come andare in giro senza marito e senza velo integrale. Ambiscono a questo.
     

    D. E noi cosa possiamo fare per difenderci dagli attacchi terroristici?
    R.
    Finirla con le cretinate. Quando il papa ha invitato in un gruppo interfede un rappresentante islamico ben selezionato, lui a un metro dal pontefice ha fatto una dichiarazione in arabo che è finita su YouTube, dove dice: «Allah, assicuraci la conquista e il governo di questo giardino».
     

    D. E nessuno se n'è accorto?
    R.
    Neanche uno dei cretini di Sant'Egidio e Vaticano, che hanno organizzato l'incontro, sapeva l'arabo. È finito su YouTube e ha fatto ridere 1 miliardo di musulmani. Il papa, cretinamente, invita un rappresentante musulmano che pensavano mansueto e che invece ha invocato la conquista di Roma.
     

    D. Cosa possiamo imparare da questo?
    R.
    L'ignoranza non fa bene, la bugia nemmeno. Bisogna riconoscere la verità: lo Stato islamico è un movimento religioso di stretta fede islamica. Quando facciamo atterrare Qatar Airways in Italia stai permettendo allo Stato islamico di atterrare in Italia. E dico specificamente Qatar, non Emirates o Etihad. Ma Qatar.

  • Documenti: Siria: le colpe d'Occidente

    Patriarca siro-cattolico: l’Occidente è complice del genocidio in Siria

    In una intervista ad Aleteia, il Patriarca Younan accusa le forze straniere di incitare la violenza nel suo Paese

  • Il Governo Renzi promuove l’omosessualismo nella scuola

    Il MIUR promuove l’ideologia del gender nella scuola italiana

    di Rodolfo de Mattei -
    Osservatorio Gender di Famiglia Domani

    L’obiettivo dichiarato è la decostruzione degli stereotipi di genere, al motto di “sei come sei” e la promozione dell’indifferenza sessuale per la quale ogni studente deve sentirsi libero di costruire la propria soggettiva sessualità, identificandosi come maschio o femmina, o chissà cos’altro, a seconda del sesso percepito, al di là dell’irrilevante e “datato” sesso naturale e biologico.

     

    in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, ricorrenza promossa dall’Unione europea che si celebra dal 2004 il 17 maggio di ogni anno, il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha inviato, con preghiera di massima diffusione, una circolare a tutte le sovraintendenze, ai dirigenti scolastici, alle associazioni dei genitori e studenti e alle consulte studentesche, invitando gli istituti di ogni ordine e grado a svolgere attività per contrastare fenomeni di violenza e “discriminazione omofobica“, con il fine di “rendere l’ambiente scolastico inclusivo di ogni differenza“.

    Solo con l’educazionesi legge nel testo recante come oggetto, 17 maggio – Giornata internazionale contro l’omofobia, –  si superano i pregiudizi e gli stereotipi ancora presenti nella nostra società; in tal senso, la scuola deve fornire strumenti, metodologie e deve attivare tutte le necessarie pratiche per interventi di prevenzione”.

    La circolare rende noto come il Ministero responsabile dell’istruzione sia intenzionato a garantire il proprio totale supporto ad ogni tipo di iniziativa scolastica volta a favorire il pieno sviluppo dell‘identità di genere degli studenti. Il MIUR – si legge sempre nel testo diffuso il 17 maggio – intende infatti “supportare le istituzioni scolastiche fornendo agli insegnanti strumenti per il proprio aggiornamento e la conoscenza del contesto giovanile, ma anche agli studenti e alle famiglie spazi per potersi confrontare sulle delicate questioni legate all’identità di genere o a qualsiasi altra forma di violenza“.

    Il documento presenta inoltre un nuovo servizio di supporto per comunicare fenomeni di bullismo in ambiente scolastico per il quale tutta la comunità scolastica “potrà avvalersi di un servizio di messaggistica al numero 345/3916485, attraverso cui segnalare casi e verificare (…) tutte le possibili forme di intervento, prevedendo un raccordo costante con l’amministrazione centrale e territoriale per verificare la possibilità di effettuare interventi direttamente in collaborazione con gli istituti scolastici stessi, anche in accordo con altri Enti e Associazioni maggiormente impegnate nella lotta alle discriminazioni“.

    Ezio De Gesu, responsabile scuola di Arcigay, ha applaudito l’iniziativa del MIUR, commentando con le seguenti parole:

    «Ringraziamo il Miur e la direttrice generale Giovanna Boda, che coordina il servizio per lo studente, l’integrazione e la partecipazione, per aver ricordato che la giornata del 17 maggio rappresenta l’opportunità per tutte le scuole italiane di sensibilizzare studenti, genitori ed insegnanti al contrasto del bullismo omofobico e transfobico».

    Sulla stessa linea, Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, che ha sottolineato la propria soddisfazione per la particolare attenzione riservata dalle Istituzioni alle istanze LGBT, dichiarando:

    «Il segnale lanciato dal Miur è un’importante conferma di attenzione sul tema. Un segnale che si somma ad altri segnali istituzionali importanti, contenuti tanto nelle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quanto in quelle della Presidente della Camera, Laura Boldrini. C’è da augurarsi che la comunione di intenti che registriamo in questa giornata dia impulso a un percorso concreto e efficace di contrasto a tutte le discriminazioni. Arcigay, da questo punto di vista, è pronta a giocare la sua parte».

    Leggendo questa circolare, tornano alla mente le dichiarazioni del ministro Stefania Giannini la quale nel corso degli ultimi mesi ha più volte respinto indispettita le accuse di promuovere l’educazione gender all’interno delle scuole, arrivando a parlare di “truffa culturale”. Ebbene, il testo appena diffuso dal MIUR, racchiude perfettamente quelle che sono le linee guida per la promozione dell’ideologia gender all’interno delle scuole, utilizzando tutti i “vocaboli totem” e le parole chiave dell’armamentario genderista. L’obiettivo dichiarato è la decostruzione degli stereotipi di genere, al motto di “sei come sei” e la promozione dell‘indifferenza sessuale per la quale ogni studente deve sentirsi libero di costruire la propria soggettiva sessualità,  identificandosi come maschio o femmina, o chissà cos’altro, a seconda del sesso percepito, al di là dell’irrilevante e “datato” sesso naturale e biologico. Questa sì, una vera e imperdonabile truffa culturale, ancora più grave, in quanto perpetrata dall’Istituto preposto all’Istruzione e all’Educazione, emblematicamente esplicitata – come si legge nel testo – dall’affermazione che con “l’educazione si superano i pregiudizi e gli stereotipi ancora presenti nella nostra società”. Un linguaggio volutamente ambiguo e criptico, finalizzato a promuovere subdolamente, all’insaputa delle famiglie, l’ideologia gender nelle scuole italiane.

  • Il Papa contro... la “violenza di genere” !!!

    di Cristiano Lugli

    Pubblicato il:6 maggio 2016 in Osservatorio Gender: http://osservatoriogender.famigliadomani.it/il-papa-contro-la-violenza-di-genere/

     

    Un nuovo ed incisivo colpo, di quelli che lasciano senza parole, arriva proprio da chi dovrebbe lottare in prima fila contro il rivoluzionarismo sovversivo che sempre più calca la mano sulle rimaste rovine di questa civiltà. Chi dovrebbe scovare le dietrologie insite nei coordinamenti di chi tenta con ogni forza di destabilizzare l’ordine naturale delle cose, non solo non svolge questa mansione che dovrebbe lor competere, ma anzi si fa promotore di un male che sembra aver assunto una velocità di possesso inarrestabile.

    Qualcuno avrà forse avuto modo di visionare l’ultimo ed agghiacciante video di “intenzioni di preghiera per il mese di maggio”, marchiato Santa Sede e controfirmato dalla TV galantiniana, la stessa che si distanziò dal Family Day ( non certo per motivazioni superiori all’assetto di quest’ultimo ) e che invitò Vladimir Luxuria come commentatore del telegiornale serale.
    Qualora dunque si avesse avuto la (s)fortuna di vedere questo video, una reazione di brividi lungo la schiena sarebbe stato il minimo fenomeno sensoriale percepito sul momento, davanti a tanta tristezza.
    Il bel montaggio per il mese mariano, invece che rivolgersi così, en passant, alla Beata Vergine Maria come unico e solo modello esemplare per ogni donna – e ovviamente anche per ogni uomo – , si cimenta in una sorta di bonin-pannelliano appello vetero-femminista, contro la violenza sulle donne e la schiavitù di esse.

    https://youtu.be/7euObXgQZmU

    Di primo acchito taluni potrebbero essere portati a credere che non vi sia nulla di male in tutto ciò, se non fosse però che una frase in particolare del video sia incredibilmente grave, pericolosa, e assolutamente degna di nota: al secondo 0:35 compare la frase “No alla violenza di genere”.
     
    Ora, tutto ci si potrebbe aspettare, e da tutti, ma non di certo che da un Papa – che di “bombe” ne ha già lanciate assai, checché se ne dica – esca un elogio con pacca sulla spalla a tutti gli organismi che, con il pretesto della “discriminazione di genere”, hanno introdotto senza particolari problemi il gender nelle scuole ( si veda la c.d. “Riforma buona scuola” ).
    Qualunque persona avente un minimo di dimestichezza con questo ambiente, sa bene come alla radice del gender ci stia il femminismo incallito, proprio quello che in questo prorompente video viene fatto emergere, fra l’altro discostandosi letteralmente dall’insegnamento cristiano del ruolo femminile e maschile all’interno della società – e soprattutto delle famiglie – su cui torneremo in seguito.
     
    L’ideologia del gender parte infatti dai movimenti ultra-femministi della rivoluzione del ’68, si in radica fortemente nel pensiero di “filosofe” – per la maggior parte lesbiche – fra le quali spiccano Simone De Beauvoir, che sintetizzò con la breve frase “Donne non si nasce, lo si diventa”, tutto il nucleo centrale di questa mostruosa teoria.
    Un’altra radical femminista che ha combattuto per deostruire gli stereotipi di genere e per far finalmente cessare la violenza di genere è Judith Butler la quale dice che “(…) portata alle logiche conseguenze, la distinzione sesso/genere suggerisce una discontinuità radicale tra i corpi sessuati e i generi costruiti socialmente”.
     
    Si potrebbe continuare a citare femministe a volontà, anche in Italia ( Marzano, L’allineamento, ecc. ) , per calcare sulla finta distinzione che alcuni vorrebbero far credere esista tra femminismo e gender: il primo partorisce inevitabilmente il secondo.
    Numerosi progetti scolastici approvati ed incentivati da organismi come MIUR e UNAR, vengono presentati a genitori e bambini come “educazione all’uguaglianza” e contro le discriminazioni, il bullismo, la violenza di genere o gli “infamanti stereotipi” ( come il nostro video in questione vuole )  quando in realtà poi promuovono nemmeno troppo velatamente l’equiparazione di ogni orientamento sessuale e di ogni modello di “famiglia”. Da questo subdolo moto viene poi proposta la prevalenza dell’ “identità di genere” sul sesso biologico, la svirilizzzazione del maschio e la mascolinità della femmina, attraverso un percorso che disintegra ogni ruolo tipicamente maschile o femminile, accusando le imposizioni culturali e cristiane che hanno fatto i secoli e la storia.
     
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  • Recensioni: Il film sulle stragi partigiane rifiutato dalle sale

    Il Segreto d’Italia: il film sulle stragi partigiane rifiutato dalle sale italiane

    l “Segreto d’Italia” tratta un argomento molto forte, controverso, sul quale hanno taciuto la gran parte dei media e degli addetti ai lavori italiani. Il film di Antonello Belluco parla dell’eccidio di Codevigo compiuto dalle brigate partigiane. Una verità scomoda, taciuta per settant’anni sulla quale i nostri governanti hanno costruito le fondamenta del loro potere. Nessuna sala, tranne una di Padova, ha voluto proiettare il film, nessuna distribuzione ha voluto investire e credere nel prodotto, nessun critico, giornalista o addetto ai lavori ha espresso un giudizio. Tutti zitti, “tengo famiglia”. Tuttavia noi vogliamo dare luce a questa scomoda vicenda sperando che il regista riesca, in qualche modo, come la Guzzanti, a trovare un metodo alternativo di distribuzione, noi speriamo di poterlo vedere e di poter coinvolgere qualche cinema “amico” della nostra testata, facendo in modo che lo proietti. In bocca al lupo al regista, ha tutto il nostro sostegno perché non esistono “verità diverse” ma l’unica verità, quella che i morti assassinati sono tali, da qualunque parte vengano uccisi.

    Di seguito il comunicato stampa di Antonello Belluco:

    IL SEGRETO DI ITALIA.

    Sul film “Il Segreto di Italia” di cui sono regista, come su tutto, ciascuno è libero di dire la sua. Deve essere chiaro però che, un giudizio che possa vantare credito in merito ad un lavoro cinematografico deve provenire esclusivamente dai due soggetti che sono titolati a rilasciarlo.

    Il primo sono i critici cinematografici. Questi hanno per lo più taciuto, ovviamente tengono famiglia: il film non è politicamente corretto o meglio… potremmo dire non è allineato con settanta anni di vulgata storica fatta solo di buoni e cattivi su cui si sono arroccati i poteri forti nel nostro Paese.

    Il secondo soggetto è il pubblico il quale, per la terza settimana, sta riempiendo l’unico cinema nel quale IL SEGRETO DI ITALIA è attualmente programmato: The Space Cinema di Limena di Padova.

    Questi sono i fatti. Se due esponenti padovani dell’Associazione Nazionale Partigiani, scrivono che è un film “brutto e dilettantesco” il giudizio, io dico, non ha valore artistico ma solo politico; e se i giornalisti conformisti riprendendo questi giudizi e pontificano che le distribuzioni non lo vogliono per tale motivo, ingannano l’opinione pubblica come hanno sempre fatto per settanta anni e ancora fanno, per difendere un sistema.

    La verità è che per andare nelle sale cinematografiche a dicembre ci vuole un portafoglio colmo di soldi da anticipare alle distribuzioni, soldi che Il Segreto di Italia non ha.

    Questa è l’Italia, un Paese dove dalla fine dell’ultima guerra si è nascosto un eccidio efferato di uomini e donne e se qualcuno ne parla, facendo un film, quell’opera è già una “schifezza”.

    E se più di 3000 persone che lo hanno già visto lo hanno giudicato eccellente? Allora sono tutti di Forza Nuova e di Casa Pound.

    In questo paese registi del “sistema”, spendono, certo non di tasca propria, milioni e decine di milioni di euro per fare un film. Il Segreto di Italia ha avuto venticinquemila euro dalla Regione Veneto, il resto, per arrivare complessivamente a meno di duecentocinquantamila euro, è arrivato dalla generosità di contributi privati.

    Se i critici tacciono il pubblico apprezza.

    Esponenti dell’ANPI, per lo più oramai costituita da “partigiani” nati a guerra finita, ma che sopravvivono grazie a una montagna di soldi succhiata dalle nostre tasse, denigrino pure il mio film. Io ho parlato di argomenti dei quali ci voleva coraggio a parlare, l’ho fatto con il cuore e senza budget in tasca, mentre a sparare sentenze a spese dello Stato sono capaci tutti.

    Il film ci è stato richiesto in varie città per gennaio. E’ una lenta macchia d’olio che arriverà ovunque. Abbiate pazienza e aiutateci nelle vostre zone proponendolo agli esercenti.

    Ad aprile/maggio uscirà il Dvd, il libro sul percorso del film e il cd della colonna sonora.

    Stiamo lavorando perché questo progetto di verità continui: “ROSSO ISTRIA” è la sceneggiatura che andremo a realizzare il prossimo anno, salvo impedimenti, per parlare delle foibe.

    Lavoriamo perché sia riconosciuta la verità e su questa progettare il senso di identità, unità e pace che caratterizza un popolo come il nostro.

    Buon Natale a tutti voi!

    Antonello Belluco

    Leggi Tutto » | Argomento: La cappa ideologica | Categoria: Recensioni
  • Super anagrafe tributaria: il suddito è nudo
    L’effetto reale della super anagrafe tributaria sarà quello di renderci,
    oltre che sudditi,
    sudditi nudi davanti a sua Maestà l’erario
     
    Fino a ieri, al fisco bastava digitare il codice fiscale di ciascuno di noi per avere accesso a una mole di dati lavorativi, personali e familiari. Dal primo aprile, in virtù di una norma del 2011 divenuta ora efficace, a questi dati si aggiungono tutte le movimentazioni e ogni informazioni di qualsiasi natura finanziaria, compresi i movimenti di conto corrente e gli accessi alle cassette di sicurezza.

    In tal modo, secondo il linguaggio del legislatore, saranno possibili verifiche sui contribuenti a rischio di evasione. Poiché però il nostro sistema tributario è congegnato in maniera tale che, tra presunzioni e inversioni dell’onere della prova e strumenti sintetici di accertamento, siamo tutti essenzialmente potenziali evasori, l’effetto reale della super anagrafe tributaria sarà quello di renderci, oltre che sudditi, sudditi nudi davanti a sua Maestà l’erario.

    E’ un assunto auto-evidente che l’evasione sia una pratica illecita. E’ molto meno evidente, invece, che l’evasione sia la causa dell’eccessiva pressione fiscale.

    Quanto dobbiamo versare alle casse dello Stato non è un debito collettivo. Non c’è nessuna correlazione, se non nella ingannevole retorica politica, tra la somma di quanto lo Stato pretende e quella che riesce a riscuotere, semplicemente perché le tasse non sono un debito indiviso della collettività, ma una scelta libera dell’autorità politica.

    Ne sia una prima, banale dimostrazione che, nonostante ogni anno si esulti per i migliori risultati conseguiti dalla lotta all’evasione, le tasse non diminuiscono e il recupero dell’evasione, a dispetto dell’apposito fondo costituito nel 2011, non riesce ad essere usato per una riduzione della pressione fiscale. Né potrebbe, a ben vedere, esserlo: come si possono abbassare le tasse strutturalmente dal momento che l’evasione e quanto di essa viene recuperato non possono essere variabili fisse?

    Ciò che sembra sfuggire nella cantilena del «paghiamo tutti per pagare meno» è che l’amministrazione pubblica è al tempo stesso controllore e beneficiario del pagamento delle imposte. Essa non ha alcun interesse se non a massimizzare la raccolta delle risorse le quali, prima di costituire la fonte di finanziamento dei servizi pubblici, rappresentano la condizione di esistenza della burocrazia.

    Ciò che, invece, sembra sfuggire nella cantilena del «chi non ha da nascondere non tema» è che non sempre il fisco ha ragione di intromettersi nelle nostre vite. Secondo l’ultimo rapporto annuale disponibile sulla giustizia tributaria (anno 2014), 3 volte su 10 in primo grado e 4 in secondo il contribuente si vede riconoscere pienamente le proprie ragioni. Una parziale vittoria si ha invece circa una volta su dieci. Con la super anagrafe tributaria, vuol dire che quasi nella metà dei casi il fisco non ha motivo di sapere che il mese scorso abbiamo regalato dei soldi a nostro nipote o abbiamo depositato in cassetta di sicurezza un gioiello di famiglia.
  • Caso Varani, «la comunità Lgbt ora teme che emerga lo stile di vita gay»

    «Marco Prato era “uno di noi”. Nel senso che faceva la vita che molti gay facevano, al netto di certi eccessi: penso a quello della droga. La comunità Lgbt ha paura che si raccontino cose che tutti conoscono. Che si scoperchi il vaso di Pandora. Tutti sanno, ma è meglio non parlarne». A dirlo è Marco Pasqua, attivista omosessuale e giornalista presso Il Messaggero. Marco Prato (nella foto) è uno dei due killer del 23enne Luca Varani, barbaramente massacrato e ucciso il 4 marzo scorso in un quartiere romano.

    La morte è avvenuta durante un festino gay a base di cocaina e alcol e si sta rivelando uno dei casi più terribili degli ultimi anni. Gli agghiaccianti particolari che emergono, ora dopo ora, descrivono uno scenario fuori da ogni immaginazione, tanto che c’è già chi afferma che il delitto consumatosi è ben peggiore del massacro del Circeo, poiché non c’è più nemmeno l’elemento politico come movente, ma soltanto la pura violenza e il vuoto esistenziale vissuto dai protagonisti.

    E’ stata rilevata molta iniziale reticenza mediatica nel raccontare che l’omicidio è avvenuto all’interno di un’orgia omosessuale, pochi hanno raccontato che Marco Prato -assieme all’altro omicida, Manuel Foffo- è un noto attivista Lgbt della movida romana: «Nella Romanella frociona e godona Marco Prato era noto come “la lesbica con la parrucca”», si legge su Dagospia. «Assai noto nella Roma gaya e benestante». Organizzava serate al «primo e unico club transgender d’Italia» e su Twitter ritwittava chi sbeffeggia i credenti, i fedeli di Padre Pio e i difensori della famiglia. E’ effettivamente significativo che l’ultimo post pubblicato su Facebook dalla vittima, Luca Varani, sia stato contro i matrimoni omosessuali. Lo ha fatto notare Mario Adinolfi, anche se per ora non sembra che gli inquirenti abbiano indicato questo come movente. Tuttavia, rimane valida la sua riflessione: se la vittima fosse stato un difensore del Gay Pride, ucciso da due Sentinelle in Piedi dopo aver scritto un post a favore delle nozze omosessuali, allora si sarebbe scatenato il finimondo. E’ invece accaduto il contrario e, come è stato osservato, i cronisti sorvolano.

  • Due secoli di persecuzioni anticristiane

    STRAGI DI CRISTIANI NEL MONDO

    Un'emergenza dimenticata

     

    Pochi giorni fa, il sociologo Massimo Introvigne, oggi responsabile dell’Osservatorio sulla libertà religiosa del ministero degli Esteri, ha ricordato dai microfoni di Radio Vaticana che quest’anno sono stati 105.000, uno ogni 5 minuti, i cristiani di ogni confessione uccisi nel mondo per la loro fede. Introvigne ha spiegato anche che «la persecuzione dei cristiani è oggi la prima emergenza mondiale in materia di violenza e discriminazione religiosa».

    Vi furono reazioni di incredulità se non di rifiuto nel 2011, quando il sociologo Massimo Introvigne, in un convegno internazionale a Budapest organizzato della Comunità Europea, ricordò che in media, ogni anno, erano oltre 100.000 i cristiani di ogni confessione uccisi nel mondo per la loro fede. Introvigne parlava come rappresentante italiano dell'Osce, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ma anche come esperto tra i più autorevoli, in quanto fondatore e direttore del Cesnur, il Centro studi sulle nuove religioni, e autore di molti studi scientifici.