Dittatura gender dalla Convenzione di Istanbul: la Polonia non ci sta

Dal mondo,Gender diktat,La cappa ideologica

La Polonia fa bene a uscire dalla Convenzione sulla violenza sulle donne
Prima di accusare i “sovranisti” polacchi bisogna leggere cosa dice il documento, che ha una chiara impostazione “genderista”

La Polonia non cade nella trappola: la Convenzione di Istanbul vuole distruggere la famiglia naturale e introdurre l’odio verso il maschio.
Il pretesto? prevenire e lottare contro la violenza nei confronti delle donne.
Lo scorso maggio anche l’Ungheria (vedi qui), aveva respinto la Convenzione di Istanbul: trattato promuove “ideologie di genere distruttive” e “l’immigrazione illegale”.

E i nostri vescovi? Troppo occupati per pensare alla nostra famiglia, non si accorgono di nulla (vedi qui) !!!

Indispensabile che ognuno informi i parlamentari – in Europa e in Italia – della propria città:
è stato il Governo del mondialista Mario Monti a ratificarla per l’Italia
e, ora, la stanno applicando per gradi (vedi qui).

Il governo polacco progetta di uscire dalla Convenzione Europea sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata nel 2014, e puntuale scatta l’accusa di misoginia contro i sovranisti che non smettono di vincere elezioni in Polonia dal 2015.
A Milano la maggioranza consiliare presenta, per iniziativa della piddina Diana De Marchi, un ordine del giorno che definisce «L’avvio, da parte del Governo polacco, delle procedure per uscire dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne (…) un atto grave».

Le statistiche. Secondo il rapporto Violence against women: a EU-wide survey dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali del 2014 la Polonia è il paese dell’Europa a 28 con la più bassa percentuale di donne che affermano di avere subìto violenze fisiche o sessuali da parte di un uomo (partner o estraneo) nel corso della sua vita: il 19 per cento, contro il 27 per cento dell’Italia, il 44 del Regno Unito, il 45 dell’Olanda, il 46 della Svezia, il 52 della Danimarca.
Si può pensare che certe statistiche lasciano il tempo che trovano, e che certi dati possono essere condizionati da percezioni soggettive legate al contesto culturale prevalente.
Sta di fatto che la libertà per i maschi di maltrattare le femmine non sembra davvero essere il motivo che spinge la maggioranza di governo polacca a prendere seriamente in considerazione l’opportunità di cassare una convenzione già ratificata.

L’Articolo 3. I motivi addotti si riferiscono piuttosto al fatto che nel suo insieme la convenzione sarebbe ostile alla famiglia tradizionale e che sposerebbe l’ideologia del gender, in quanto definirebbe il genere in termini esclusivamente sociali e culturali, senza alcuna base biologica.

È davvero così?
Lasciamo da parte per ragioni di economia editoriale la questione della famiglia tradizionale e concentriamoci sull’accusa alla convenzione di essere una cavallo di Troia che, approfittando dell’unanime volontà (almeno a parole) degli stati di combattere le violenze contro le donne, introduce surrettiziamente un’idea di genere completamente sganciata dal sesso, con le ricadute a livello legale che, al presente e in prospettiva, non sono difficili da immaginare.

All’articolo 3 del trattato, punto c), si legge «con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini». Dunque è vero: secondo la Convenzione europea che dovrebbe proteggere le donne dalle violenze, il genere è un costrutto sociale.
Uomo e donna sono due enti indifferenziati che diventano genere maschile e genere femminile esclusivamente sulla base di ruoli e stereotipi che le diverse società loro assegnano. E storicamente li avrebbero assegnati privilegiando gli uomini e svantaggiando le femmine.
Questo la convenzione non lo dice apertamente, ma lo lascia intendere quando, parlando per una sola e unica volta delle tradizioni e dei costumi, al primo punto dell’articolo 12 statuisce: «Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socioculturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini».

Impostazione ideologica. Palesemente questa impostazione è ideologica, e discende dall’idea che l’umano individuo è il creatore di se stesso e che l’uguaglianza omologante è l’unico orizzonte possibile del rapporto fra i sessi.
Naturalmente non bisogna rispondere che invece il genere è un costrutto biologico: non è vero nemmeno questo.
Per semplificare si dovrebbe dire che il genere è un costrutto culturale che non può fare a meno di una specifica base biologica, ma soprattutto in dipendenza dalla sessuazione psichica. Ogni cellula dei corpi umani è maschile o femminile, o porta i cromosomi femminili xx o quelli maschili xy. I neuroni del cervello maschile sono molto diversi dai neuroni di quello femminile.[…]

L’integrazione del sesso biologico nella coscienza che una persona ha di sé, coi riflessi sociali che ciò comporta, è una questione anzitutto psichica.
Oggi la psicanalisi non è più tanto di moda perché continua a sostenere queste verità contro l’ondata genderista che pretende di ridurre il genere a un costrutto sociale. […]

Non sempre la sessuazione psichica riesce o riesce perfettamente, e allora si manifestano gli orientamenti sessuali diversi da quello che si esprime nella reciproca ed esclusiva attrazione fra maschi e femmine. […]

Dopodiché, quanto nelle preferenze e nei ruoli di uomini e donne ci sia di naturale e innato e quanto di culturale e indotto, è faccenda che non merita di essere indagata ed enfatizzata oltre misura se non davanti a provocazioni estreme, come quella di volere escludere da determinate carriere professionali alcune persone in base al loro sesso, e come quella, all’opposto, di imporre a bambini e bambine giocattoli e abbigliamenti unisex. Ai primi si dirà che i costumi sociali evolvono, ai secondi che ci sono inclinazioni diverse fra maschi e femmine che hanno una base psichica e biologica.

Il mondo cattolico. Dunque il punto c) dell’articolo 3 della Convenzione Europea sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica è sbagliato, i 45 paesi europei che nel 2011 l’hanno sottoscritto non avrebbero dovuto sottoscriverlo, e i 34 che lo hanno ratificato in parlamento non avrebbero dovuto ratificarlo.

Il fatto che oggi a sollevare la questione siano governi sovranisti come quelli di Polonia e Ungheria e il governo neo-ottomano di Erdogan in Turchia non compromette in alcun modo la giustezza della critica.
Ma certamente provoca imbarazzo, e anche tanto.
Lo provoca in chi, come noi, si è accorto dell’articolo 3 della Convenzione solo nove anni dopo che è stato approvato a Istanbul, sulla scorta della notizia dell’iniziativa di un partitino della destra radicale polacca.
Dovrebbe provocarlo in tutti quelli, soprattutto esponenti del mondo cattolico, che con grande zelo accusano i governi dei paesi sopra citati di xenofobia, strumentalizzazione politica della religione, violazioni dello Stato di diritto, scelte politiche illiberali e altro ancora.

Ma questo zelo viene improvvisamente meno quando si tratta di cose come l’imposizione dell’ideologia del gender attraverso trattati internazionali o leggi liberticide come il ddl Zan-Scalfarotto.
Allora gli zelanti antipopulisti antisovranisti anticristianisti tacciono, o addirittura accusano chi cerca timidamente di difendere la differenza sessuale e la libertà di parola – valori universalissimi – di essere schierati con la tenebrosa “destra religiosa”, una specie di blob in cui è assorbita e relegata ogni presenza cristiana nella società che mostri idiosincrasia per la cultura dominante del secolarismo militante.

Se l’impegno politico per la differenza sessuale, la famiglia, la libertà di coscienza e di manifestazione del pensiero stanno diventando – a parole – una prerogativa dei partiti sovranisti, di chi è la responsabilità?
Dei cattolici che non hanno mai aspettato i sovranisti per essere motivati ad agire su questi fronti (basta la dottrina sociale della Chiesa, bastano il Concilio Vaticano II e Giovanni Paolo II), o dei cattolici progressisti che si fanno vivi nell’agone politico solo per denunciare le strumentalizzazioni religiose dei sovranisti e per dare la caccia alle streghe della “destra religiosa”?
Non è una domanda difficile.

 

per https://www.tempi.it/la-polonia-fa-bene-a-uscire-dalla-convenzione-sulla-violenza-sulle-donne/

2 commenti su “Dittatura gender dalla Convenzione di Istanbul: la Polonia non ci sta

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