Paolini iconoclasti e un Cardini marxista contro il Gesù di Mel Gibson.

(di Giovanni Maria Vian; Professore di filologia patristica all’università di Roma “La Sapienza”)


“Jesus” contro “La Passione di Cristo”: non è un gioco di parole ma un aspetto dell’acceso dibattito che in queste ultime settimane ha preceduto l’arrivo in Italia del film di Mel Gibson. Dibattito che ha scompigliato gli schieramenti, suscitando dal punto di vista religioso reazioni diverse all’interno dell’ebraismo e, soprattutto, nelle Chiese cristiane.

Tra gli ebrei sono prevalse le critiche per l’asserito antisemitismo del film, e i cattolici si sono divisi. Un caso esemplare è quello delle testate pubblicate dai paolini, l’ordine religioso cattolico più impegnato nei media, editore tra l’altro di “Famiglia Cristiana”, che è un po’ in calo ma resta il secondo settimanale italiano per diffusione dopo “Sorrisi e Canzoni Tv”. Se problematico è stato il giudizio sul film di “Famiglia Cristiana” – seguita da altre testate paoline come il settimanale per ragazzi “Il Giornalino” e il mensile per i parroci “Vita Pastorale” – infuocati sono invece i commenti dell’ultimo numero di “Jesus”, il “mensile di cultura e attualità religiosa”, che nello scorso dicembre ha festeggiato il suo primo quarto secolo. Mettendo in quell’occasione in copertina il disegno molto kitsch di un pensoso Gesù, dai tratti tradizionali ma con un piercing sulla narice sinistra e una collanina rossa e blu: “Ci presta il suo nome da 25 anni: chi è costui?”. E aggiungendo la replica della prima “storica” copertina: un Gesù dallo sguardo ambiguo, in giacca bianca e cravatta, da hippy in carriera, più miserando e di cattivo gusto che spregiudicato, per rincorrere pateticamente una presunta modernità. Da una rivista intitolata “Jesus” ci si si poteva aspettare un dibattito serio. E invece, strillato dalla copertina, cala lapidario il giudizio: “Il film di Mel Gibson. Non è Vangelo”. Che è poi il titolo dell’editoriale, firmato dal direttore, il paolino don Vincenzo Marras. L’esordio assume toni gravi sulla passione di Gesù (“La lettura che ne fa il regista lascia perplessi e stupiti”), ma poi l’andamento diviene liquidatorio (“un’orgia di sangue, di ferite purulente, di orbite disfatte, di denti e gengive massacrati”), fino a una condanna senza appello: “Non è da cristiani immaginarsi un Dio che esige con crudeltà l’uccisione del suo Figlio. […] Manca la dimensione interiore, spirituale; prevale un senso di disperazione e, fin’anche, di disprezzo per l’umanità”. Insomma Gibson “rischia, e non soltanto per eccesso di zelo, di tradire i Vangeli e negare il magistero della Chiesa”, con l’immancabile menzione della Nostra aetate, tanto evocata quanto poco conosciuta. C’è nell’editoriale una concessione – il film “potrà forse essere un’opportunità per parlare di Gesù e riscoprire i Vangeli” – ma sulla rivista a spazzarla via ci pensa lo scrittore Ferruccio Parazzoli, autore (ora evidentemente pentito) di una “Vita di Gesù”, il quale – sotto il titolo “Basta con le ‘Passioni di Cristo’. La memoria liturgica è sufficiente” – premette con perentoria tranquillità di non aver visto il film e di non avere intenzione di vederlo. E certo non perché gli attribuisca importanza, ma perché si è “improvvisamente sorpreso a rifiutare qualunque intervento in cui comparisse la figura del Cristo. Non solo scriverne, ma neppure parlarne. […] Fino all’estrema convinzione e decisione, per quanto mi riguarda, che non si possono e, soprattutto, non si devono non soltanto scrivere Vite di Gesù […], ma neppure farne oggetto di raffigurazioni plastiche o pittoriche”.Pur attenuata dal parere personale, la questione è seria, così sintetizzata dallo stesso scrittore: “Un no, deciso, al Cristo trasposto nell’arte”, perché “fare del Cristo un soggetto di arte, cioè comunque di finzione interpretativa, questo, e solo questo, mi risulta sempre più insopportabile”. Infatti per Parazzoli “la memoria del Cristo basta a sé stessa, è già tutta nel segno della Croce con il quale dovremmo segnarci ogni mattina prima di uscire di casa e ogni sera prima di immergerci nel buio e nei sogni della notte”. Fino a dire, sulla base di Dostoevskij, che la deposizione di Cristo – quella di Hans Holbein il Vecchio nell’Idiota, a cui Parazzoli aggiunge addirittura il Cristo morto di Mantegna a Brera – è “la raffigurazione di un cadavere”, affermazione in apparenza ineccepibile ma che sinistramente richiama quella di un provocatore musulmano a proposito del Cristo in croce. “Cosa vuole, dunque, da me, per tornare all’effimero, il signor Mel Gibson, mettendomi dinanzi agli occhi lo strazio di un corpo, di cui io già non abbia memoria?”, conclude irritato lo scrittore. Insomma, in mancanza di argomenti per demolire il film di Gibson, “Jesus” ricorre agli anatemi del suo editorialista e agli umori iconoclasti di uno scrittore che in due colonnine distrugge l’arte cristiana e il suo principale presupposto teologico – l’incarnazione del Logos divino – proprio come gli avversari delle immagini condannati dal concilio Niceno II nel 787 e come gli ugonotti che nella Francia del Cinquecento si accanirono a distruggere pitture e sculture considerate idolatriche. A meno che il problema non stia proprio in quello “strazio”, che Gibson ripresenta contro le imbarazzanti derive della teologia “liberale” nata nel protestantesimo ottocentesco. Non sembra infatti aver per nulla turbato Parazzoli la ridicola raffigurazione del Gesù “alternativo” sulla copertina venticinquennale della rivista su cui tiene una rubrica: “piercing, collana al collo, dai pantaloni di panno blu scuri, dalla maglietta a righe”, come recitava compiaciuto l’editoriale. Ma non basta. Nello stesso numero di dicembre “Jesus” pubblicava un’inchiesta “sul Galileo che ha cambiato la storia”, con interviste a specialisti protestanti e cattolici, come Daniel Marguerat, Giuseppe Barbaglio (che ha scritto il fortunato “Gesù ebreo di Galilea”, Edizioni Dehoniane Bologna) e Gerd Theissen, autore con Annette Merz del manuale su “Il Gesù storico”, tradotto dalla Queriniana, l’editrice bresciana che ha ora riedito il monumentale volume di Raymond Brown su “La morte del Messia” e sta pubblicando la più importante ricerca su Gesù, quella di John Meier intitolata “Un ebreo marginale”, finora 2500 pagine in tre volumi: quattro titoli indispensabili per informarsi su una delle questioni cruciali sollevate dal film di Gibson, quella della storicità dei vangeli.Con il corredo di “un collage curioso e intrigante” di risposte su Gesù, più o meno banali, talvolta belle. O sconcertanti, come nel caso di Franco Cardini, cattolico con “un atteggiamento distinto in quattro livelli” (credente, storico, medievista, “pover’uomo”). Separando la fede dalla storia con un’affermazione da far rabbrividire i teologi più radicali (e gli storici delle origini cristiane): “Mi sforzo di vedere la traccia del Cristo in essa. Ma, come storico, debbo confessare che in ciò tutto è scommessa e niente è certo. Le stesse prove strettamente e propriamente storiche dell’esistenza di Gesù di Nazareth sono labili e si può dire inconsistenti”. Con la ripresa (sia pure da parte di un medievista) di una posizione storiografica che oggi nessuno studioso attendibile sostiene ed era invece propria della critica marxista, come ricostruì nel 1985 un’accurata ricerca dello slovacco Jozef Raják: “Gesù nella ricerca sovietica contemporanea”, edizioni Piemme. Delle posizioni iconoclaste e paleomarxiste espresse su “Jesus” non c’è invece traccia su “Vita Pastorale”, dove nell’editoriale il critico cinematografico paolino don Roberto Di Diodato recensisce da “terzista” il film, con critiche e apprezzamenti. Sgombrando tra l’altro il campo dall’accusa che si sperava infamante e si è rivelata invece redditizia: “Visto il film, è semplicemente impossibile trovarvi traccia, nemmeno lieve, di antisemitismo. Sorge il fondato sospetto che la polemica sia stata suscitata ad arte, che un’abile strategia di marketing abbia saputo accendere la miccia di discussioni, accuse e contraccuse per polarizzare l’attenzione del pubblico mondiale”. In definitiva – e nonostante il ricorso alle stesse parole dell’editoriale di “Jesus” (la rilettura di Gibson della passione “lascia perplessi e stupiti”) – sensatamente il mensile rivolto agli “operatori pastorali” riconosce un merito non da poco al regista: “Da uomo credente Mel Gibson dovrà essere contento se il suo film, al di là del successo ottenuto, spingerà qualcuno a riprendere in mano la sacra pagina del Vangelo e ad avvicinarsi con sincerità e umiltà alla persona di Cristo”. E c’è da scommettere che Gibson contento lo sia.


Il Foglio, giovedì 8 aprile 2004