L’Onu, la pena di morte e il dilagare dell’aborto

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IL DIRITTO ALLA VITA VA AFFERMATO PER TUTTI

C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani. Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti. Questa battaglia a favore della vita del condannato è vera e non ideologica se tutti i loro promotori combattono anche per ogni vita, anche per quella dei bambini non nati…

1) Contro la pena di morte, una vittoria “a metà” di p. Bernardo Cervellera

2) Appello, ora la moratoria per l’aborto

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Contro la pena di morte, una vittoria “a metà”

Iran e Cina hanno continuato oggi ad uccidere condannati a morte, dopo la moratoria votata ieri all’Onu. Il diritto alla vita va affermato per tutti: per il condannato e per il bambino fin dal suo concepimento.

di p. Bernardo Cervellera

Roma (AsiaNews) – A poche ore dall’approvazione della moratoria sulla pena di morte, avvenuta ieri all’Onu, Iran e Cina, fra i massimi sostenitori dell’esecuzione capitale, hanno mostrato il loro dispregio verso le conclusioni delle Nazioni Unite. Stamattina, nella prigione di Evin, 7 uomini e una donna sarebbero stati giustiziati. Lo riporta il blog della giornalista Asieh Amini, impegnata per i diritti delle donne e contro la pena di morte.
In Cina, nel Guizhou, 2 insegnanti sono stati oggi condannati a morte per aver spinto decine di loro allieve a diventare prostitute. Sempre oggi la Cina ha reso noto di aver eseguito ieri un’altra condanna a morte: quella di Li Bin, detto “il re di Shanghai”, colpevole di essere al centro di una banda di spacciatori di droga e di gioco illegale.
Queste notizie mostrano che la vittoria di ieri è solo una vittoria “a metà”. All’Assemblea dell’Onu si è votata una moratoria non vincolante, che invita i Paesi che hanno nei loro ordinamenti la pena capitale a sospendere le esecuzioni. Votata con 104 sì, 29 astenuti e 54 no, la risoluzione segna certo un passo positivo nel rispetto dei diritti umani perché sottintende che lo Stato non è proprietario della vita dell’uomo, nemmeno del peggior criminale.
Per vincere davvero questa battaglia per la dignità umana bisogna continuare a chiedere a tutti questi Paesi favorevoli alla pena capitale e a quelli astenuti di giungere alla piena abolizione di questa punizione tanto crudele, quanto inutile: che essa non sia nemmeno un deterrente al crimine è ormai evidente a tutti.
Ma c’è un altro aspetto che ci spinge a definire questa vittoria “a metà”: questa battaglia a favore della vita del condannato è vera e non ideologica se tutti i loro promotori combattono anche per ogni vita, anche per quella dei bambini non nati.
Molti Stati promotori della pena di morte sono anche violenti propugnatori di campagne di controllo delle nascite, di sterilizzazioni forzate e di aborti fino al nono mese. E anche Stati e organizzazioni “pacifisti” vivono troppo “in pace” questo Olocausto di milioni di bambini.
Una volta Madre Teresa ha detto: “Se una mamma uccide il frutto del suo grembo cosa può impedire agli uomini di uccidersi a vicenda?”.
Se si salva la vita di un criminale (come è giusto) e si condanna alla morte un feto o un embrione che non ha nemmeno la voce per gridare aiuto, pensiamo di aver raggiunto la civiltà?
AsiaNews 19/12/2007

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Appello, ora la moratoria per l’aborto

C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani.
Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti
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Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti.
Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486.
Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio.
La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri.
Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica. Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.
Il Foglio 19 dicembre 2007