Il Card. BIFFI fa le «prediche» in Vaticano…

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NO BIFFI, NO PARTY



Il vescovo dal volto umano e dalla lingua tagliente che ha esportato nell’Emilia rossa il cattolicesimo ambrosiano (non martiniano). Uno splendido principe della Chiesa che predicherà al Papa, dal 25 febbraio al 3 marzo, gli Esercizi Spirituali sul tema: “Le cose di lassù”. Sarà conciliare (forse) ma non conciliante, lo farà ridere e magari gli citerà Gramsci…
Un interessante profilo di questo super predicatore.


Non era facile esercitare l’arte pastorale a Milano in quegli anni, quando la contestazione ecclesiale aveva ancora l’impeto e la spregiudicatezza dei suoi inizi… Eppure il mio cuore restava in festa. Il segreto era che, per una grazia singolare, tendevo l’orecchio e percepivo l’allegria cosmica degli abitanti del cielo”. Era un parroco poco più che quarantenne, quello che approfittava dei rari momenti di tregua, dentro il confessionale, per buttare giù pensieri e densi commenti su sant’Ambrogio o sugli Efesini. Non era facile no. A meno di saper tendere l’orecchio. A meno di sapere, fortissimamente sapere che “i cherubini e i serafini partecipano alle nostre sofferenze e alle nostre pene, ma non per questo si immalinconiscono”, giacché “essi attingono direttamente dalla felicità eterna di Dio”. Allora poteva anche capitare che un parroco di quasi periferia, in quella fine degli anni Sessanta in cui sembrava andare tutto a rotoli, Milano e la sua chiesa, riuscisse ad avere “un cuore lieto e grato di appartenere alla realtà mirabile della chiesa”. Scriveva anche parole, il parroco lieto dalla battuta micidiale, che qualche tempo dopo gli sarebbero suonate terribilmente incaute: “Un cardinale che non gioca a bocce o non si affaccia mai a contemplare la luna, non scrive filastrocche per i bambini della scuola materna o non alleva canarini, ma compie solo quello che in ogni caso gli verrà attribuito dalle biografie ufficiali, è più pericoloso per la cristianità di un eresiarca”. Ora che se ne sta ritirato appena fuori Bologna, nella silenziosa dimora di San Lazzaro che fu rifugio anche per il suo omonimo e predecessore cardinal Lercaro, è facile dire che i biografi potranno difficilmente attribuirgli eresie. Invece, tendendo l’orecchio, potrebbero sentire nella sua lunga storia di pastore l’eco della felicità di Dio. La biografia di un gran cardinale che ha dato molti scossoni alla sua città, all’Italia e alla chiesa tutta, che molti hanno detestato, qualcuno probabilmente temuto, ma al quale anche i nemici hanno finito per tributare rispetto e una certa ammirazione. Dalla sua nuova dimora il cardinale emerito esce lo stretto indispensabile, quiete e studio gli bastano e avanzano, e mai per incontri pubblici né per conferenze. Ma dovrà uscire per forza, tra una decina di giorni, per andare a predicare gli esercizi spirituali della Quaresima in Vaticano, su invito del Papa. Riconoscimento non da poco per il centodecimo successore di san Petronio. Quando arrivò a Bologna, il primo giugno del 1984, Giacomo Biffi aveva cinquantasei anni e le credenziali giuste per sottoporre a un trattamento shock la città che solo qualche anno prima Pier Paolo Pasolini aveva inchiodato alla sua natura di città senza alternativa, dove capitalismo e comunismo erano a tal punto una sola cosa da rendere impossibile pure qualsiasi forma di “alterità”. Biffi arrivò dopo i brevi otto mesi in cui un altro vescovo venuto dalla Lombardia, Enrico Manfredini, aveva iniziato a far sentire un’aria nuova. Arrivò e con naturalezza impose la sua alterità. Anziché baloccarsi con la diplomazia e i rapporti di forza formali, pose ai bolognesi – laici, cristiani o comunisti che fossero – il problema del senso. Bologna “sazia e disperata”, naturalmente: la definizione gli è rimasta appiccicata come un secondo motto episcopale, accanto a quello ufficiale e programmatico, “ubi fides ibi libertas”, preso a prestito da sant’Ambrogio. Ma per Biffi non si è mai trattato di mettere a dieta spirituale chicchessia, tantomeno un’intera città. Bologna che soltanto un anno prima aveva assistito attonita al “delitto del Dams”, le quarantasette coltellate sul corpo di Francesca Alinovi che in qualche modo segnarono il passaggio dai morti del terrorismo e della politica a quelli della Uno bianca. Insomma una Bologna dove il “modello emiliano” aveva iniziato da un pezzo a mollare la presa, non più capace di offrire un senso compiuto. Con indubbia preveggenza sociale, che oggi gli viene riconosciuta anche da molti ex avversari, per Biffi era soprattutto questione di rimettere al centro le cose che contano: “Stiamo segando il ramo su cui siamo seduti e ci angosciamo per gli scricchiolii che sentiamo sotto di noi”, disse in una delle prime interviste dopo la nomina, giunta a conclusione di un discreto tiramolla tra la curia romana e Giovanni Paolo II. C’era da ricominciare dall’abbecedario: “Il vero problema è dato dal mondo degli adulti che da trent’anni ha rinunciato a educare, anzi ha teorizzato la non educazione e poi si meraviglia dei selvaggi che si ritrova in casa”. Nel corso di una lunga e preoccupatissima intervista con Paolo Francia – il preoccupato era ovviamente l’intervistatore, tutto teso a misurare l’alterità di questo marziano in procinto di calare su Bologna, convinto assertore della “presenza” anziché del “dialogo”, in sintonia con Papa Wojtyla e addirittura, si mormorava, “amico di Cl” – Francia gli pose una domanda-tranello istituzionale. Gli ricordò le polemiche di quasi vent’anni prima, quando nel 1966 il sindaco comunista Guido Fanti aveva “concesso” la cittadinanza onoraria al cardinale Lercaro, che l’aveva accettata. Biffi rispose: “Non riesco neppure a capire i termini del problema. Il cardinale Lercaro, diventando vescovo di Bologna, era cittadino bolognese. O no? Che cosa significa quella cittadinanza onoraria? Questo mi fa problema, che il sindaco Fanti gli avesse ‘concesso’ la cittadinanza onoraria”. I rapporti tra il potere laico e la chiesa sono sempre stati un suo pallino e un suo oggetto di studio, e con quella risposta Biffi non solo dichiarava in pieno la sua nuova, piena e perfettamente laica bolognesità. Mandava anche un saggio del suo modo di concepire i rapporti tra chiesa e politica nella rossa Bologna del sindaco Renzo Imbeni: “Personalmente mi auguro di trovare un potere pubblico che sia veramente e pienamente ‘laico’: che cioè non faccia di nessuna ‘religione’ e di nessuna ideologia una ragione di discriminazione fra i cittadini e fra le diverse, legittime aggregazioni sociali”. Avrebbe avuto molte occasioni di spiegarsi e di farsi capire, su questi argomenti: “La fede cristiana marca fortemente la storia di Bologna: ne sono testimonianza i mille segni religiosi che si incontrano nelle sue strade e nelle sue piazze. E non sono memorie di un passato estinto per sempre: basterebbe a convincercene lo spettacolo annuale dell’omaggio alla Madonna di San Luca e le molteplici iniziative di carità che fioriscono tra noi, senza chiasso ma con ammirevole efficacia”. Come nei romanzi del suo amato Guareschi, i comunisti erano nel panico. In quasi vent’anni, il Pci prima e i suoi eredi variamente sfumati poi non sono mai riusciti a prendere del tutto le misure (né le contromisure) a quell’arcivescovo che più che governare regnava, autocefalo e indipendente rispetto a tutti i condizionamenti, quel cardinale rapido di pensiero e forte in contropiede, con la stoccata sempre pronta, garbata e micidiale. Una volta in San Petronio, davanti alle autorità cittadine schierate, con leggera ironia citò dal pulpito il “loro” Antonio Gramsci per infilzarli sul problema della libertà educativa: “Noi socialisti dobbiamo essere innovatori della scuola libera lasciata alla iniziativa privata e ai comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello stato”. Altre volte aveva usato una mano più ruvida. Come nel 1995, cinquantenario della Resistenza, quando fu uno dei pochi a rievocare a voce alta anche le vittime del Triangolo rosso: “Questa impressionante serie di crimini dice che c’era a quel tempo il piano di impadronirsi politicamente della nostra società attraverso l’intimidazione della gente”. Apriti cielo. Altrettanto destabilizzante, nella sonnecchiante Bologna dotta e compiaciuta, fu il suo ingresso in università, paradossalmente il luogo in cui l’influenza dell’establishment cittadino era meno forte. Fu Fabio Roversi Monaco, divenuto rettore nel 1985, a invitarlo per alcune conferenze, inizialmente riservate ai docenti dell’ateneo. Divennero un appuntamento tradizionale, attirando un numero sempre crescente di studenti. Chi scommetteva sulle sue difficoltà di ambientamento – non aveva mai diretto una diocesi: creato vescovo da Paolo VI nel 1975, aveva servito come ausiliare del cardinale Giovanni Colombo a Milano, ma delegato ai problemi della cultura – dovette ricredersi presto sullo stile di quel nuovo cittadino bolognese. Lui, che più ambrosiano di così non si potrebbe immaginare. Milanese di nascita (1928), figlio unico di una famiglia serena e religiosa, normale, cresciuto negli anni della guerra nel seminario lombardo di Venegono, la gran fabbrica dei preti ambrosiani e della loro orgogliosa diversità. Seminarista contento e consapevole, anzi entusiasta della strada su cui era stato messo: “Non pensavamo che ci fossero altri ambienti, religiosi o laici, che potessero in qualche modo essere più forti culturalmente”, dirà molti anni dopo, rievocando l’esperienza del seminario, lui di qualche anno più giovane del suo futuro predecessore sulla cattedra di san Petronio, Enrico Manfredini, e di Luigi Giussani, con i quali ha condiviso però grandi maestri come monsignor Gaetano Corti (“suo grande merito è stato averci dato una presentazione concreta e affascinante della persona di Gesù Cristo”) o don Carlo Figini: teologi di razza che ben prima del Concilio, e percorrendo altre vie, avevano operato una grande rivitalizzazione della fede e della cultura cattolica. Venegono era allora “una grande fucina di pensiero”, ricorda Biffi, “caratterizzata da una grande ricerca della verità unita a un grande spirito di fede”, in cui dominava “l’insistenza su un’idea di soprannaturale tale da evitare ogni possibile riduzione razionalistica dell’avvenimento cristiano; dall’altra parte, questo soprannaturale non era concepito come un dato accessorio, giustapposto alla natura, bensì come qualcosa di sostanziale anche se gratuito”. Divenuto professore di teologia nel suo ex seminario, avrebbe fatto volentieri anche la carriera accademica, non fosse che il suo principale maestro e futuro cardinale Giovanni Colombo decise di mandarlo a fare il parroco; prima a Legnano, alle porte di Milano, nel 1960, e poi dal 1969 al 1975 nella parrocchia di Sant’Andrea, dalle parti di Porta Vittoria. Per tutta la vita è rimasto un sacerdote ambrosiano, il che significa vocazione alla concretezza, teologia razionale e una passione sincera per l’educazione del popolo, per risvegliare quella fede semplice e operosa che proprio allora stava scemando, in quegli anni di modernizzazione galoppante e di baraonda post-conciliare. E’ proprio nel buio di questo disastro che, agli inizi degli anni 70, Biffi ritrova don Giussani, con il quale aveva condiviso una breve frequentazione negli anni del seminario: “Un giorno del dicembre 1969, andando all’Università Cattolica”, ha rievocato Biffi nel volume curato da Massimo Camisasca “Comunione e Liberazione – Le origini”, “vedo fuori un gran tabellone, un gran tatzebao intitolato ‘Comunione e Liberazione’. Alcuni principi, e poi l’invito a trovarsi per chi ci stava. Fu per me come un raggio di sole dopo un cielo assolutamente pumbleo. Non sapevo che ci fosse dietro Giussani, l’ho capito dopo”. Divennero amici, pur nelle diversità di percorsi e nelle scintille di due temperamenti vulcanici. Capitava che si vedessero in trattoria, lontano dal fumo delle candele, e per molti anni andarono anche in vacanza insieme. E questo è già fuori schema per un sacerdote. Figurarsi per un vescovo. C’era spesso con loro anche un altro teologo di rango, suo omonimo, Inos Biffi. Con lui, sotto la guida del cardinale Colombo, Biffi è stato anche protagonista di un monumentale lavoro che, lo si può dire, ha contribuito a salvare l’eredità della chiesa di Ambrogio nella chiesa universale. Erano gli anni dopo la chiusura del Vaticano II in cui, nonostante a Roma regnasse un altro grande ambrosiano, l’ex cardinale di Milano Giovanni Battista Montini, forti erano le pressioni in molti ambienti di curia per smembrare addirittura la diocesi di san Carlo, allora la più grande del mondo. Fu Colombo che si oppose alla sciagurata furia modernizzatrice, e parimenti si oppose all’ipotesi di abbandonare il rito ambrosiano – che ha caratteristiche liturgiche e riferimenti scritturali differenti, che discendono proprio dal ricchissimo, “sereno e rasserenante” magistero di sant’Ambrogio, tanto che l’arcivescovo di Milano gode, unico assieme al Papa di Roma, della qualifica di “Capo-rito” – per scioglierlo nel pentolone unificante del nuovo rito romano universale. Terminato il Vaticano II, Colombo indisse un sinodo diocesano per applicare le indicazioni conciliari. Non fu una passeggiata: durò dal 1966 al 1972, e fece fatica il cardinale a tenere dritto il timone della barca di Ambrogio e di Carlo. Alla fine prevalse la decisione di conservare, riformato, il rito ambrosiano e di riorganizzare la grande diocesi, che però rimase una. Partì allora anche il gran lavoro di riscrittura della liturgia ambrosiana. I due Biffi furono tra i protagonisti, e il futuro cardinale lavorò anche alla successiva pubblicazione dell’opera omnia bilingue di sant’Ambrogio, una delle imprese culturalmente più cospicue e significative compiute nella chiesa negli ultimi decenni. A Bologna, nel frattempo, si consumavano gli ultimi fuochi della stagione di Giacomo Lercaro, che secondo recenti interpretazioni storiografiche (“Araldo del Vangelo”, a cura di Nicla Buonasorte) fu invitato a lasciare il suo posto, nel ’68, dopo un’omelia per la giornata della pace di Capodanno in cui aveva condannato i bombardamenti americani sul Vietnam come contrari al Vangelo, mettendo la Santa Sede in un serio imbarazzo diplomatico. Vennero i quindici anni del cardinale Antonio Poma, uomo di fede ma che non amava i personalismi e tanto meno le contrapposizioni, tessitore e dialogante, fedele interprete del riformismo montiniano (Paolo VI lo volle presidente della Cei), che si trovò a governare la barca di san Petronio negli anni caldi “del clima assembleare, plurale, contestativo”, per dirla con Andrea Riccardi, “con un’opinione pubblica turbolenta, con il soggettivismo diffuso, con la crisi del prete e dell’autorità”. Non c’è da stupirsi se Bologna sentì il contraccolpo, quando giunse questo pastore ambrosiano, robusto e contento, determinato a ridare lustro a tradizioni un tempo calde e festose come la processione del Corpus Domini, ma anche a introdurre innovazioni poco concilianti con lo spirito dei tempi: nella processione dell’immagine della Madonna di San Luca, quando dopo essere stata come ogni mese di maggio esposta in san Petronio, torna al santuario in collina, fece spostare di trecento metri la tradizionale sosta di preghiera a Porta Saragozza, perché del luogo aveva preso possesso la sede dell’Arcigay del Cassero. Il suo stile, le sue provocazioni consapevoli, insofferenti per la melassa politicamente corretta sono del resto il sale della sua gran passione per la battaglie culturali, per la storia e la letteratura italiane, i tratti che ne hanno fatto un uomo di chiesa assai fuori dagli schemi tradizionali: un cardinale umanista, poco curiale e ancor meno clericale, innamorato dei buoni libri come i cardinali d’altri tempi. Insofferente soprattutto delle parole che non sanno più di niente, che hanno perso per strada il contenuto. A partire da quelle della fede, divenute sciape sciape, addirittura incapaci di raccontare la storia che dovrebbero. Per l’anno 2000, anno del Gran Giubileo, pubblicò una lettera ai fedeli che si intitolava, manco fosse un romanzo di Lucarelli, “Identikit del festeggiato”. In cui espone una catechesi molto “basic” e tutt’altro che conformista per spiegare, ai suoi bolognesi sazi e addormentati, chi fosse Gesù. Partendo dal “look”: “Come andava vestito Gesù di Nazareth? Contro ogni precomprensione pauperistica, dobbiamo dire che andava vestito bene. Si presentava con un ‘look’ ben diverso da quello di Giovanni il Battezzatore… il suo abito è quello degli israeliti osservanti e dei notabili ebrei”, un look improntato a “signorilità e autorevolezza”. Un cardinale capace di stupire persino il pigro mondo della critica letteraria con la sua celebre “lettura teologica” di Pinocchio, con le conferenze su Tolkien. Nel 1992, al Centro culturale Manfredini di Bologna: “Cominciai la lettura senza entusiasmo e la proseguii, vincendo una certa istintiva repulsione, più che altro perché non avevo sottomano niente di alternativo. Devo confessare che tutta quella folla di orchi, di nani, di stregoni, di elfi, me la sentivo estranea e lontana… Se adesso voglio arrischiarmi a riconoscere e a manifestare le ragioni del fascino che Tolkien esercita tuttora su di me, credo di poter dire che all’origine c’è la mia propensione per quelli che cantano fuori dal coro… il non conformismo di Tolkien mi pareva addirittura deliziosamente provocatorio era nella sua evidente risoluzione di infischiarsene completamente di quell’ossessivo pansessualismo che negli autori contemporanei sembrava essere diventato una specie di professione di fede”. E poi, più famose, le riletture “non conciliariste” del Risorgimento e della Rivoluzione francese, “che ci ha regalato solo la ghigliottina e le stragi di stato”, disse una volta scatenando il putiferio. Per poi precisare, ma solo quattro anni dopo, quando ormai tutti se n’erano dimenticati: “Mi ero sbagliato, ci ha regalato anche il sistema metrico decimale”. Parole e opere che hanno accreditato nei media laici la leggenda nera del cardinale oscurantista. Giudizio posticcio e parziale, e destinato a costantemente infrangersi contro i suoi scarti da intellettuale di razza, i suoi amori umanissimi e imprevedibili. Come la sua passione privata per l’ispettore Derrick, icona televisiva tristanzuola e luterana, questo sì, ma straordinariamente nelle corde del brillante teologo che si era addottorato con una tesi su “La colpa e la libertà nell’odierna condizione umana”. E il tifo calcistico per l’Inter, e la pipa che smise di fumare, per sua ammissione, per non dare il cattivo esempio. E poi ancora la strepitosa rilettura “teologica” di Peppone che “a ben guardare, parla di Dio come dei compagni con i quali s’intrattiene quotidianamente; vale a dire, prende sul serio Dio come una persona viva e concreta. Il suo è dunque un ‘assenso reale’, e può essere l’avvio di una relazione religiosa trasformante”. Bel ribaltamento del rapporto tra la fede e il comunismo emiliano, in una terra in cui la chiesa dossettiana molto autorevolmente arzigogolava da decenni sul rapporto tra fede, politica e marxismo, cavandone indicazioni assai diverse. Da Guareschi e anche da Biffi. Già, Dossetti. Il fulcro di ogni dialettica politico-ecclesiale per oltre cinquant’anni di storia italiana. Il monaco che Lercaro aveva provato a giocare come carta politica lanciandolo nella folle avventura di candidarsi a sindaco di Bologna nel 1956. Trent’anni dopo, è stato il cardinale Giacomo Biffi ad approvare con decreto, l’8 maggio 1986, la Regola e le Costituzioni della comunità monastica fondata da don Giuseppe Dossetti, erigendola in “associazione pubblica di fedeli”. E fu Biffi a pronunciare la sua omelia funebre nel 1996, che i discepoli di don Giuseppe ricordano ancora con gratitudine. In cui il cardinale ricordava, tra i molti incontri con il monaco, il “più remoto nel tempo. Nel lontano settembre 1974” quando era andato “a cercarlo in Terra Santa, con un gruppo di miei compagni. E siamo stati da lui affabilmente intrattenuti nel giardino del parroco di Gerico – mi pare ancora di vederlo – sotto l’afa di un caldo pomeriggio palestinese”. C’era andato, ricordò Biffi, per “riscoprire un uomo che, più di un quarto di secolo prima, ci aveva letteralmente affascinati facendoci balenare con la sua figura e la sua azione la prospettiva di una fede piena e di una rigorosa militanza cristiana poste al servizio, finalmente, della storia d’Italia”. Nonostante ciò, i rapporti con il forte cattolicesimo democratico bolognese non sono stati mai un idillio. Il cardinale ambrosiano e wojtyliano, che pendeva verso i ciellini e che volentieri partecipava a cicli di conferenze nel loro centro culturale, era diverso in tutto e per tutto, incompatibile con il cattolicesimo democratico-conciliare. Una differenza non superficiale ma radicata, ancora una volta, negli anni della formazione del grande riformismo ambrosiano. Da lì nasce il grande dissidio tra due concezioni teologiche, antropologiche, in buona sostanza proprio su due concezioni opposte del cristianesimo, che segnano la storia della chiesa – non solo italiana – contemporanea. E’ lo stesso Biffi che ne parla, facendo ancora una volta riferimento agli anni del seminario: “Per noi questa distinzione dei due piani, piano naturale e piano soprannaturale, era molto datata ed era una teologia ormai superata. Invece è capitato che molti dopo il Concilio sono andati avanti ad essere discepoli di Maritain, dimenticando che ormai non c’era più quel mondo ecclesiastico che c’era prima e c’era esattamente il contrario da dire. Questo, secondo me, è il limite di Lazzati”. L’altra battaglia per cui Biffi va giustamente famoso, oltre quella contro il laicismo illuminista-risorgimentale, è infatti quella contro la teologia conciliare. In “La Bella, la Bestia e il Cavaliere. Saggio di teologia inattuale”, ne ha affrontato da par suo i nodi centrali. Distinguendo il Concilio dalla sua interpretazione “fraudolenta”. L’ideologia postconciliare, secondo Biffi, “deriva sì storicamente dal Vaticano II e dal suo magistero, ma attraverso un processo di ‘distillazione fraudolenta’ immediatamente posto in atto all’indomani dell’assise ecumenica”. Sintetizza lui stesso: “L’operazione potrebbe schematicamente essere descritta così: la prima fase sta nella lettura discriminatoria dei passi conciliari, che distingue tra quelli accolti e citabili, e quelli da passare sotto silenzio; nella seconda fase si riconosce come vero insegnamento del Concilio non quello effettivamente formulato, ma quello che la santa assemblea ci avrebbe dato se non fosse stata afflitta dalla presenza di molti padri retrogradi e insensibili al soffio dello Spirito; con la terza fase si arriva a dire che la vera dottrina del Concilio non è quella di fatto canonicamente approvata ma quella che avrebbe dovuto essere approvata se i padri fossero stati più illuminati, più coraggiosi, più coerenti”. Va da sé che i rapporti con il professor Alberigo e il suo Istituto di studi religiosi non fossero dei più stretti e affettuosi. Tra i “distillati di frodo” del Vaticano II, secondo Biffi, c’era anche, last but not least, “il principio che nessun errore può essere condannato nella chiesa a meno di peccare contro il dovere della comprensione e del dialogo, nessuno osa più denunciare con vigore e con tenacia i veleni che stanno progressivamente intossicando il popolo di Dio” e, per quella via, anche tutta la società. E’ da quella strada che nell’opera pastorale del cardinale è derivata quella capacità di giudizio, di parlare chiaro, e se del caso anche senza andare per il sottile, che rimarrà tutt’uno con la sua biografia per nulla eresiarcale. Dalle polemiche antilaiciste, alle stoccate dirette alla società: “Noi non rimproveriamo alla società trasgressiva di mirare al godimento e al benessere; le rimproveriamo piuttosto di non riuscirci, perché se si gode senza significato alcuno non si gode affatto, e un benessere che non si accompagni con la proposta di qualche ideale plausibile alla fine si tramuta in malessere”. Ma soprattutto, negli ultimi anni, il tema dell’identità cristiana dell’Italia e del suo rapporto con l’islam. Con la minaccia islamica, per meglio dire. Una lettura disincantata e preoccupata dei fatti che nasce molto prima dell’11 settembre. Il suo giudizio celeberrimo, “in una prospettiva realistica, andrebbero preferite le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato” viene da una “nota pastorale” datata 12 settembre 2000. Pochi giorni dopo, usò parole anche più nette alla Fondazione Migrantes: le comunità cristiane “sono state colte di sorpresa… sprovviste finora di una visione astratta, non settoriale… più generose e ben intenzionate che utili”. E ancora: “Ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto”. Cose che gli costeranno reprimende e accuse di razzismo e guerrasantismo, esattamente come a un suo altro caro amico, il vescovo di Como Alessandro Maggiolini. Gli costò pure, nel 1999, una denuncia per istigazione all’odio razziale da parte di don Vitaliano della Scala. Dopo l’11 settembre fu uno dei pochi prelati a insistere sul dovere di accompagnare l’aggettivo “islamico” al sostantivo “terrorismo”. E l’omelia del Te Deum del 2002 la volle dedicare ai “martiri senza nome uccisi per nessun’altra colpa che quella di essere cristiani”. Cose che hanno sempre mandato in visibilio i giornalisti, come le sue battute e i suoi aforismi da buon parroco, “mangiare i tortellini con la prospettiva della vita eterna, rende migliori anche i tortellini, più che mangiarli con la prospettiva di finire nel nulla”. O quando, annoiato dall’altrui falsa modestia, della porpora cardinalizia diceva che “non è tra le peggiori disgrazie che possano capitare”. Ma guai a parlare male della chiesa: “Attenti a parlar male della chiesa, che è la sposa di Cristo e Cristo è un meridionale…”. O quando stupiva definendo l’Anticristo (un altro suo cavallo di battaglia) “un convinto spiritualista”. Proprio così: “Il nuovo Anticristo sarà vegetariano, pacifista, buonista e aperto al dialogo”. Un timido, che come molti timidi ha fatto dell’ironia il suo schermo e la sua arma, e anche l’elemento trasgressivo del suo carattere, dove ha incanalato spesso l’insofferenza anche rispetto al mondo ecclesiastico. Quando nel 2003 venne il momento del congedo dalla diocesi e dalla città che ormai è diventata la sua, compì due gesti da par suo, il cui significato va anche al di là delle intenzioni. Per prima cosa, riuscì a indicare il suo successore, che nella chiesa cattolica non è proprio da tutti, lasciando il posto a monsignor Carlo Caffarra, che pur nelle diversità anche temperamentali ha in comune con il predecessore molti punti di visione teologica e pastorale. Soprattutto, pubblicò il “Liber Pastoralis Bononiensis”, raccolta ragionata dei suoi dodici più importanti testi da cardinale. Un lascito ai bolognesi, certo. Ma con una dedica speciale e significativa al suo antico maestro e arcivescovo, Giovanni Colombo. Biffi scrive: “Con lui è arrivata alla sua conclusione, dopo quasi novant’anni, l’epoca che nella chiesa ambrosiana era iniziata nel 1891 con la venuta del beato cardinale Andrea Carlo Ferrari. Un’epoca tra le più luminose e feconde per il calore e la certezza della fede, per la concretezza delle iniziative e delle opere, per la capacità di rispondere alle interpellanze dei tempi non con cedimenti e mimetismi ma attingendo al patrimonio inalienabile della verità… Sempre con l’ispirazione e lo slancio attinti alla grande tradizione di san Carlo Borromeo e al ricchissimo, sereno e rasserenante magistero di sant’Ambrogio”. Come dire che la grande tradizione dei pastori ambrosiani s’era interrotta a Milano nel 1979, quando sulla cattedra di Ambrogio era arrivato un biblista gesuita, colto e suadente, ma estraneo alla tradizione ambrosiana. Che di lì a pochi anni sarebbe emigrata a Bologna, al seguito di un vescovo lieto e dal volto umano.


di Maurizio Crippa


IL FOGLIO SABATO 17 FEBBRAIO 2007