I funerali di Welby, la pietà e la verità… non mediatiche

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LA DOLOROSA VICENDA WELBY:
UN’OCCASIONE PER RIFLETTERE CON SERIETÀ


La dolorosa vicenda Welby rivela in modo evidente la «drammatica dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana», separazione denunciata solennemente dal Concilio Vaticano II e che va annoverata «tra i più gravi errori del nostro tempo»



1) «È stato lui a chiedere di morire così ha tradito i principi cristiani» di Andrea Tornielli
2) «Sono per i due funerali. Quello cattolico e quello del circo nichilista» di mons. Alessandro Maggiolini
3) «Ma la carità non si sacrifica alla verità» di Gianni Baget Bozzo

1)


«È stato lui a chiedere di morire così ha tradito i principi cristiani»
Monsignor Fisichella spiega i motivi del no alle esequie religiose: «Non è suicidio, eutanasia contraria alla fede»


di Andrea Tornielli
«Con tristezza non abbiamo concesso le esequie cattoliche per Welby. È stato un atto di responsabilità e di fedeltà al nostro credo. Ma ciò non significa affatto che la Chiesa non preghi per lui, per la salvezza della sua anima, per i suoi congiunti che ora sono nel dolore». Il vescovo Rino Fisichella, rettore della Pontificia università Lateranense e cappellano della Camera dei deputati, spiega in questo modo il comunicato con cui il Vicariato di Roma ha negato i funerali a Piergiorgio Welby. Una decisione che ha suscitato polemiche e interrogativi, anche tra i fedeli.
Perché questo rifiuto?
«Quello di Piergiorgio Welby è diverso dai tanti casi di suicidio, nei quali è sempre estremamente difficile poter accertare le motivazioni e il grado di consapevolezza di chi si toglie la vita. Spesso questa consapevolezza non è certa. Per Welby, invece, era chiarissima: c’è stata un’ostinata reiterazione nel chiedere la propria morte, un’esplicita consapevolezza nel negare i principi fondamentali della fede cristiana riguardanti il valore della vita e il senso della sofferenza. Un cristiano non può accettare il principio dell’eutanasia che invece Welby ha fatto proprio e ha chiesto».
Mi scusi: non crede che anche nel suo caso ci si potesse interrogare sul grado di consapevolezza? In fondo si trattava di uomo provato da decenni trascorsi immobilizzato a letto…
«Non credo sinceramente che si possa dubitare sulla consapevolezza di Welby. Tutti coloro che lo hanno incontrato, che lo hanno visitato, hanno sempre potuto osservare la sua lucidità e la sua volontà, espressa ripetutamente, per iscritto. Lui stesso aveva detto che avrebbe preferito avere un funerale laico e credo che sia giusto rispettare la sua decisione».
Monsignore, la Chiesa non rischia così di sembrare poco misericordiosa?
«No, perché la Chiesa non cessa di pregare per Welby, per la salvezza della sua anima. Dobbiamo ben distinguere la decisione di non celebrare le esequie religiose dall’atteggiamento di condivisione del dolore di una famiglia, alla quale va il nostro affetto e la nostra preghiera. Ci appelliamo alla misericordia di Dio. La misericordia della Chiesa si esprime nella preghiera per l’anima di Welby e per i suoi congiunti. Bisogna però comprendere che noi dobbiamo essere fedeli ai contenuti costitutivi della nostra fede e così come non siamo autorizzati a dare la comunione a un fedele divorziato risposato, così non possiamo celebrare i funerali di una persona che in modo così chiaro e ripetuto ha dichiarato la sua volontà di porre fine alla propria vita, com’è alla fine accaduto».
C’è chi considera la negazione del funerale una risposta «politica» della Chiesa a una vicenda che è stata volutamente politicizzata.
«La Chiesa non si presta ad alcuna strumentalizzazione in questo senso. La nostra decisione, lo ripeto, è stata determinata dalla fedeltà alla fede che professiamo. Mi sembra che siano stati altri a strumentalizzare e politicizzare questa dolorosa vicenda, non senza qualche punta di cinismo. Vorrei però anche aggiungere che l’affidarsi alla misericordia di Dio pregando per Welby, in questo giorno di vigilia del Natale, festa di vita, diventa un annuncio di speranza anche per chi non condivide la nostra fede e per i tanti malati che si trovano nelle stesse condizioni di Welby ma vogliono continuare a vivere, sorretti dall’affetto di tante persone».
È stato riferito che prima di perdere coscienza Welby si è affidato alla misericordia di Dio.
«Non ne ero informato, ma se ciò è accaduto non posso che gioirne. Nel momento estremo e supremo della morte anche chi non crede avverte la nostalgia di Dio».
Il Giornale n. 304 del 2006-12-24 pagina 2



2)


Sono per i due funerali.
Quello cattolico e quello del circo nichilista


di mons. ALESSANDRO MAGGIOLINI
Vescovo emerito di Como
Caro direttore Feltri, cari lettori di Libero, vi scrivo da un letto d’ospedale, per cui questo Natale per me – come tante volte capita ai vecchi e anche a chi ha meno anni – è avvolto più dal manto della pena che da quello della gioia. Eppure la pace viene. E oso dire anche la letizia. Il lieto annuncio vale anche per chi è malato o moribondo. È un Mistero. In questa nascita – ha scritto il poeta – è già scritta la morte del santo bambino. I pittori più grandi – come Grünewald – hanno avvolto nello stesso lacero straccio il bambino appena nato e il fianco nudo del condannato a morte. Sempre però, vicino a quel panno, c’erano le mani della Madonna. Che io so sistema anche ora i fianchi miei e di chi sta nel gelo della malattia. La pace viene. Accade con il Figlio di Dio che adesso entra nel tempo e vi porta l’eterno. E questo dà pace, in qualsiasi circostanza un uomo si trovi a vivere. E a morire. Io sono convinto dell’utilità della mia vita anche sotto queste lenzuola che a volte mi paiono pesanti come marmo. Ma non mi lamento, ho coscienza di essere in grazia di Dio e confido nel mio Signore e nella Sua volontà. La pace e la misericordia vengono con questo Bambino Divino anche per Piergiorgio Welby. In queste condizioni è stato più facile mettermi in sintonia con lui. Ho letto i suoi scritti, veduto la sua fotografia. Non ho intenzione di fare prediche né di fornire lezioni. Chi pretende di riassumere in parole il significato del dolore somiglia a quei finti sapienti che circondavano Giobbe e pretendevano di sciogliere in parole di teologi un’esperienza che si può sciogliere soltanto in una domanda a Dio. Perché? Io guardo il Crocifisso (non la Croce, che è di legno, ma chi è inchiodato a quello strumento di morte). E contemplo senza parole questa decisione libera del Padre e del Figlio, che hanno accettato questo sacrificio non per innalzare il dolore e la morte a divinità, ma per sconfiggerli alla radice caricandoseli addosso. Questo mio compagno di dolore – tale io lo ritengo – ha deciso che la vita per lui fosse ormai inutile. Il suo corpo, una prigione. Ogni attimo, una tortura. Non credo che avesse lancinanti dolori fisici, ma soffriva. La sofferenza attiene al perché del dolore. Uno che ha dolori lancinanti non ragiona lucidamente come lui. Non era insomma questione di analgesici, ma di insopportabilità della vita di un infermo, con il corpo squadernato senza possibilità di decidere che muscolo muovere. Secondo me, e glielo dico adesso che lo sa, lo vede, ed io spero sia lì presso il Cristo risorto; secondo me, Piergiorgio sbagliava! Lo dico in tutta umiltà, ma con piena certezza. Non esistono macchine per togliere o ridurre dignità alla vita. Una morte non è dignitosa a seconda delle circostanze. La sua dignità dipende dal cuore di chi la vive. Ho in mente certi quadri di martiri: erano scorticati da mani crudeli. Indegna non era la loro morte, mala crudeltà dell’assassino. Però Giorgio – so che così era chiamato da chi lo amava – si è annoiato (e per noia intendo qualcosa di radicale, che pesca in fondo al pozzo della coscienza un vuoto) di questa esistenza durissima. La Bibbia ci aveva avvertiti. «Vita hominis militia est», la vita dell’uomo è una guerra. Anche Oriana Fallaci lo ha scritto. «Ogni giorno è una guerra; la vita è una guerra» (Se il sole muore, 1965). Possiamo ritirarci. Non possiamo pretendere però che ci sia una legge che soccorra ciò che, se scelto dalla maggioranza, distruggerebbe la società. Le leggi devono contenere in sé – diceva Aristotele – una valenza pedagogica. Per questo io condanno il circo costruito intorno a lui. Lui lo voleva? Mi dicono di sì. Però quel circo non meritava un funerale religioso. Per questo comprendo la decisione del Vicariato di Roma, e cioè del cardinal Camillo Ruini, di non acconsentire a che un rito cattolico accompagnasse Piergiorgio nel suo ultimo tragitto. Io però avanzerei una soluzione diversa da quella dei funerali civili. Ho letto che negli ultimi 20 minuti Giorgio, che era cattolico e tale si professava, ha chiesto perdono a Dio. Anche soltanto il dubbio di questo dovrebbe indurre a dare esequie cattoliche. Non mi permetto di contestare la scelta del cardinale, canonicamente fondata. Vuole essere un monito. Il rifiuto della vita, la propaganda di questo atto, espressa con piena coscienza, va guardata con il massimo rispetto. E sanzionata anche visibilmente. I gesti sono sempre simbolici. Non si può dar l’idea che della propria vita si possa disporre a piacimento. La Chiesa non ha definito le sue regole da se stessa, ma obbedisce a Cristo. Ma proprio per questo, avendo Welby chiesto perdono, e con questa motivazione, si poteva benedire la salma, accompagnarla con la preghiera al sepolcro. Dio è misericordia. Il suo nome è Amore. Non vuol dire che Gli va bene tutto. Ma se uno domanda perdono, egli asciuga le lacrime della sorella e della moglie. Penso che per i parenti quel gesto andasse compiuto. Sì dunque ai funerali cattolici di un uomo che chiede perdono. Ma io avrei chiesto anche di allestire i funerali del niente. Un corteo con una bara vuota. Al seguito, il capo di Stato, il premier, i politici che hanno starnazzato in piazza strumentalizzando questa tragedia. Per loro la morte era la cosa migliore, una liberazione? Piangano allora il nulla, dietro una cassa piena di aria. Sono per i due funerali. Quello cattolico e quello del circo nichilista. Uno col corpo destinato alla resurrezione, che vorrei benedire. E un altro gonfio di un’ideologia adoratrice del Nulla che è la più grande nemica del Natale.
Buon Natale a lei, direttore Feltri, ai suoi lettori, e a chi ha voluto bene a Welby.
LIBERO 24 dic. 2006



3)


MA LA CARITÀ NON SI SACRIFICA ALLA VERITÀ


di Gianni Baget Bozzo
È costume del laicismo italiano dire alla Chiesa Cattolica quello che deve fare per essere cristiana. Forse ciò nasce dal riconoscimento del ruolo pubblico della Chiesa, forse invece è solamente un modo di combatterla. E la lezione del laicismo italiano è molto semplice: essi vogliono che la Chiesa sia carità senza verità.
Il maestro di questo pensiero è certamente Eugenio Scalfari, che invita i cattolici ad amare il diverso in quanto diverso. E ciò vuol dire una sola cosa: accettare la verità del diverso come propria verità. «Farsi tutto con tutti» dice San Paolo ed i laicisti italiani lo intendono così: per essere cristiani occorre accettare la verità dell’avversario e svuotarsi, ridursi, rimpicciolirsi.
Ciò è stata a lungo un’idea diffusa tra i cattolici progressisti e lo è tuttora.
Il priore di Bose che va per la maggiore, Enzo Bianchi, ha scritto un libro intitolato La differenza cristiana in cui egli esprime la stessa linea di Scalfari: essere cristiani significa alienarsi nella verità dell’altro, conformarsi.
Fortunatamente abbiamo un Papa che ha attraversato il Novecento con mente aperta e cuore libero e sa che il Dio che si definisce come carità è anche il vero Dio. Il Cattolicesimo è a suo modo la coincidenza dei contrari, come insegna Nicola Cusano, e non può pagare la carità al prezzo della verità. Lo prova l’esperienza più significativa del Cristianesimo: il martirio. Il martirio è esattamente il rifiuto di conformarsi all’altro al prezzo della propria vita. Conformarsi all’altro vuol dire rinunciare al Cristo e conformarsi ai poteri di questo mondo. La Chiesa Cattolica è stata la più perseguitata di tutte le chiese perché è rimasta legata alla sua verità: Gesù Cristo.
In genere queste critiche alla Chiesa vengono da sinistra e non credo che Giordano Bruno Guerri appartenga alla sinistra. Ovviamente c’è anche un laicismo di destra e sappiamo quanto consistente.
Se c’è una cosa che dovrebbe essere considerata di competenza ecclesiastica è l’amministrazione dei sacramenti. La Chiesa non dà i sacramenti senza condizione e quindi in riferimento alla verità di chi riceve il sacramento, della sua conversione. La Chiesa non giudica la coscienza di nessuno, sa che infine Dio conosce i suoi anche quando essa non li conosce. Il suffragio cristiano va all’anima di Piergiorgio Welby perché è battezzato ed ha diritto all’intercessione ecclesiale.
Il primo sentimento che il vescovo Fisichella ha espresso alla notizia della morte di Welby mediante l’interruzione dello strumento che lo manteneva vivo è stato di rispetto e di preghiera. Ma Welby ha legato la sua morte all’affermazione del principio del diritto a disporre della propria morte: e questo è un principio che la Chiesa non ritiene vero.
Il funerale pubblico significava un riconoscimento di un atto politico voluto esattamente per combattere la posizione della Chiesa. E siccome la Chiesa è legata dalla verità che professa non può concedere questo fatto. È il medesimo principio per cui i primi cristiani rifiutavano di dare onore divino agli imperatori romani. La Chiesa non ritiene di dover bruciare nemmeno un anello di incenso di fronte al dio del nostro giorno: l’opinione pubblica.
Il laicismo è dominante in Italia ed in Europa e vuole che la Chiesa diventi irrilevante applicando come assoluto il principio di compassione. Così la compassione diventa resa, presenta il Dio morto di compassione di cui ha parlato Zarathustra; o il «Gesù idiota» che rifiuta di riconoscere il male come Nietzsche che ha descritto l’anticristo.
È strano trovare che uno scrittore che aveva capito tutto annunciando la morte di Dio, tutto ciò che sarebbe stato il Novecento, ci venga ora riservito dagli atei colti come se non sapessimo il latino. La loro indignazione è violenta, ed essi ci comunicano «il sentimento di vergogna e di ripugnanza». La violenza della parola indica un’avversità profonda, quella che il Cristianesimo sempre suscita, e soprattutto il Cattolicesimo, in coloro che ne sentono il fascino e lo esprimono respingendolo con decisione.
Un amore alla vita che termina scegliendo la morte suscita rispetto ma non accettazione. È sempre il problema della carità della verità, una carità che il laicismo non gradisce ma che il Cattolicesimo non può non offrire perché Gesù Cristo ha detto di sé: «Io sono la Verità».
bagetbozzo@ragionpolitica.it
Il Giornale n. 304 del 2006-12-24 pagina 1