FALSI MITI

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TOGLIETEVI LA MAGLIETTA, IL CHE ERA UN CRIMINALE


Per i “compagni” resta un’icona. In realtà, Guevara è stato un combattente fanatico e un ministro fallimentare


 

A Cuba, a Cuba. L’estate della sinistra italiana, tra feste di partito e convegni locali, è attraversata da un’ebbrezza sottile: il mito della rivoluzione cubana. L’agonia interminabile di Fidel Castro, lo squallore di un’esperienza di governo che necessita di compensazioni, la passione per l’estate tropicale, shakerate, hanno fruttato il Mito itinerante della Revolución. E’ il simbolo del socialismo allegro, del marxismo danzante, macho, e vacanziero. Non falce e martello ma sigari e palme, più un beverone alla Hemingway poggiato sulle natiche di una cubana. Dittatura, persecuzioni e miseria cubana naturalmente non contano. Alle feste di Liberazione ma anche dell’Unità, come è accaduto a Massa, Castro e Guevara campeggiano come i santi apostoli della sinistra. Nel nostro sud il figlio di Che Guevara, Camillo, e il compagno di guerriglia, Alberto Granado, sono in tournée per serate cubane pagate dai Comuni, in cui si balla, si beve e soprattutto si celebra il mitico Che e il regime di Castro. L’altra sera a Foggia, in un “dia” cubano voluto dall’amministrazione comunale, il vecchio braccio sinistro del Che ha difeso la dittatura di Castro e il diritto di uccidere i dissidenti. «La legge cubana – ha detto Granado – prevede la pena di morte. Come un medico ha diritto di tagliare una gamba in cancrena, così lo Stato cubano ha il diritto di eliminare questi individui che minacciano il corpo sociale». Alla faccia della serata che era dedicata ai diritti umani.La leggenda e la storiaDei vecchi miti della sinistra negli anni passati, l’unico rimasto in piedi è lui, el Che. Perché è il mito di un eroe perdente. “La cosa peggiore che possa accadere ad un rivoluzionario è vincere una rivoluzione”, scriveva il poeta sudamericano Arzubide. Guevara aveva vinto la rivoluzione, a Cuba, ma fu costretto a fuggire da quella vittoria che stava pesando quanto una disfatta. “Ci sono mille modi di suicidarsi – ha scritto Jean Cau – Balzac scelse il caffè, Verlaine l’assenzio, Rimbaud l’Etiopia, l’occidente la democrazia e Guevara la giungla”. E’ bello l’eroe ragazzo che viaggia per il Sud America in motocicletta, aiuta i malati e s’indigna per i soprusi. E’ bello l’eroe generoso che muore in battaglia contro gli yankee. Ma tra le due icone scorre la sua vita di guerrigliero, magari esaltante e un po’ esaltata, ma meno bella. Oltre il mito, c’è la sua storia. Guevara fu un fanatico rivoluzionario, uno spietato combattente,un fallimentare ministro dell’Industria e governatore della Banca. Introdusse a Cuba i campi di concentramento per i dissidenti. Come tutti i puri, il Che sarebbe diventato un feroce dittatore se avesse avuto in mano il potere; rispetto a lui Castro era un realista moderato. La sua salvezza fu la ricerca della gloria che lo condusse, come Garibaldi e gli eroi romantici, a combattere per la causa della libertà,di altri popoli. C’è di tutto al supermercato globale intorno a Che Guevara. L’immagine del Che serve a vendere sigari cubani e bustine di zucchero, bottiglie di vino rosso, musica in cd e spartiti che cantano le sue imprese, come i cantastorie dì una volta. Il Che è entrato nel mondo dei fumetti e negli orologi che battono l’ora della rivoluzione. Ci sono pellegrinaggi turistico-ideologici sulle tracce del Che; le compagnie aeree trasformano el Che in uno stewart col basco per sogni esotici a prezzi rivoluzionari. Il Che è stato usato come testimonial per la compagnia telefonica cubana; vanno a ruba le banconote con la sua effigie e la sua firma. C’è persino un Guevara di cera che sembra rubato ai presepi napoletani. Troviamo il Che anche in versione araba e islamica. Tra i santini dei Che ce n’è uno con la corona di spine, trasformato in Gesù Cristo. E infine il Che usato come testimonial per fumare le erbe e farsi le canne. E’ lui il padrepio della Revolución. Il comandante truffatoOggi le sinistre italiane lo celebrano, ma da vivo il Che subì una truffa dai comunisti italiani. Vi racconto in breve la storia. Erano i primi anni sessanta, il Che era ministro dell’Industria di Castro e governatore del Banco Nacional di Cuba. Decise di far sorgere a due Passi dalla spiaggia di Varadero, a Matanzas, una fabbrica di fertilizzanti. Ad installare l’impianto fu chiamata una ditta italiana: il suo rappresentante era un imprenditore milanese, Stefano Campitelli, che diventò amico e consulente di Guevara e gli procurava le erbe per curare l’asma e il Parmigiano, di cui il Che era ghiotto. Tra la ditta italiana e il Che si intromette però un gruppo di comunisti italiani, che si occupa di garantire il governo castrista dai capitalisti italiani e di fornire tecnici affidabili per compiere l’impresa. Questa società pretende che le sia pagata una doppia mediazione pia al 10%, dal governo di Fidel Castro e dall’azienda italiana. il Che, ingenuamente, firma cambiali e le paga prima che i lavori siano finiti. Ma dopo aver incassato i dollari, la società italiana lascia incompiuta l’impresa e sparisce. Guevara manda allora un suo vice in Italia che va a bussare a varie porte, compresa la sede del Pci alle Botteghe Oscure. Ma non riesce a riavere né i soldi né il completamento dei lavori, che vengono affidati ad un’impresa statale della Germania est. E così il mitico Che e Fidel Castro furono truffati per un milione di dollari da un gruppo di compagni italiani che magari in casa hanno ancora il poster con la faccia di Guevara. Alla faccia del Che… La cosa migliore che possa accadere ad un rivoluzionario è morire giovane, in battaglia, prima che la sua rivoluzione si realzzi, per restare caro agli uomini e agli dei. Da vinti si riesce meglio in fotografa per i posteri. E da morti diventano divertenti persino i Festival dell’Unità e di Liberazione e i convegni delle giunte di sinistra.Marcello Veneziani – LIBERO 25 agosto 2006