AMORE PER LA VITA


Rinuncia alle cure salva il bimbo ma lei non ce la fa


Docente di lingue al liceo e prima ancora all’università di Bergamo, aveva lasciato una brillante carriera per stare vicina alla sua famiglia

Mille persone ieri ai funerali per rendere omaggio alla concittadina. Il parroco: “Era convinta che l’unico rimedio per lei accettabile fosse la fiducia in Cristo”. I casi di Lella Longoni Crosini, Roberta Magnani, Carla Levati Ardenghi, Felicita Merati Barzaghi, Claudia Cardinali e altre giovani coraggiose che non sono arrivate sulle cronache



Dal Nostro Inviato A Pianello Del Lario (Como) Lucia Bellaspiga


La vita e la morte, in apparente contraddizione, una di fianco all’altra. Per una volta sedevano insieme, ieri, nella stessa chiesa, davanti agli occhi del popolo che, come dice la prima lettura dal Libro della Sapienza, “vede e non comprende”.


E come comprendere? In prima fila, nella parrocchia di San Martino, la bara di Rita Fedrizzi, una mamma di 41 anni, giace a terra poco distante da Federico, tre mesi soltanto, avvolto nella copertina azzurra e addormentato tra le braccia di una zia. Sembra un battesimo, ma è un funerale. Quel bambino, il terzo nato da Rita e dal marito Enrico, è il figlio per cui ha dato la vita. Quando seppe di essere incinta, un anno fa, scoprì anche del male incurabile, quel cancro che la metteva di fronte a una scelta: o tu o lui. “La morte tua o quella del bambino”, era il verdetto dei medici, che invano cercavano di convincerla ad eliminare quel figlio, inconsapevole condanna. “L’unica terapia è l’aborto, le dicevano i dottori – racconta dall’altare don Giuseppe Motta, da 30 anni parroco di Pianello e delle sue mille anime, assiepate fin fuori dalla chiesa che non può contenerle tutte -. Rita rispose che no, che l’unica terapia era la fiducia in Cristo. Una scelta consapevole, che questa nostra sorella ha fatto con grande paura. Sì, ha avuto paura, tanta, ma pur nel tremito non ha esitato, e “si salvi il bambino”, ha detto”.


“Una scelta di fede – dice ora il marito – che abbiamo fatto insieme e che ho sempre condiviso. Mia moglie si era informata, sapeva bene che se non avesse abortito non avrebbe avuto alcuna speranza di sopravvivenza, ma considerava quel figlio un Dono e ha sempre sostenuto che i doni vanno riconosciuti e poi custoditi. Senza una profonda convinzione non sarebbe riuscita a portare avanti con tanto coraggio la sua decisione”. Anche perché Francesco e Andrea, 12 e 10 anni, avevano ancora bisogno di una madre, ma a una madre non si può chiedere di scegliere tra i suoi stessi figli, di ucciderne uno per il bene degli altri. Né tantomeno le si può far credere che quel feto non è un figlio a pieno diritto. Quando qualcuno – ed erano in tanti – le raccomandava l’aborto come unica via di scampo, lei semplicemente spiegava: “È come se mi chiedessero di uccidere uno degli altri miei due figli per salvare la mia pelle”. E così non le restava che accogliere Federico, rifiutando le massicce dosi di chemioterapia che avrebbero ucciso il cancro cresciuto nel suo grembo.


Un cancro e un figlio che crescevano insieme con il passare dei mesi, succhiandole la vita e le energie. “Nessuno in paese sapeva nulla della sua gravidanza – racconta un’amica – nemmeno io: non lo aveva detto, come non aveva detto della malattia. Quando Federico è nato, 3 mesi fa, non si vedeva che aspettava un bambino, non era mai ingrassata…”. Il bambino cresceva, infatti, ma la madre si consumava lentamente. Uno veniva alla vita, l’altra la abbandonava giorno dopo giorno.


“Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo”, continua il Libro della Sapienza. “Fu rapito perché la malizia non ne mutasse i sentimenti, la malizia che deturpa anche il Bene…”, come a dire che Rita era pura e per questo Dio l’ha prediletta e chiamata a sé. “Ma il popolo vede senza comprendere…”, e guarda quel figlio avvolto in una nuvola di azzurro, che pare un battesimo.


“A causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà la resurrezione”, prosegue la seconda lettura, e l’intreccio tra la vita e la morte è tutto lì, in pochi metri, nell’abbraccio tra una mamma e suo figlio. “Tuo Figlio ha preso su di sé la morte e la sofferenza”, sale dall’altare la preghiera a Maria, dove Cristo è il figlio che si immola, e così Rita nel suo piccolo è una madre che restituisce: “Il Vangelo indica la via – dice il parroco -, ma i fedeli devono farlo diventare Parola viva, altrimenti è lettera morta. Molti mi chiedono se quella di Rita è una scelta eroica: è una scelta cristiana, eppure se siamo qui a parlarne vuol dire che è eccezionale. È il supremo sacrificio di una donna che da tempo si era consacrata alla Madonna all’interno di un gruppo di preghiera di Medjugorje”.


Francesco e Andrea ascoltano composti vicino ai quattro nonni, e non piangono. Per stare accanto a loro Rita Fedrizzi, docente di lingue al liceo e prima ancora all’università di Bergamo, aveva rinunciato alla carriera. L’altra sera, quella della veglia, nella chiesa di San Martino erano stati loro, due ometti, a guidare il rosario.


Avvenire, 26 gennaio 2005