Ritirata di Russia, assalto agli alpini

La cappa ideologica

Revisionismo sospetto…
Un  vile attacco alla memoria dei nostri caduti in Russia

Polemiche. «Italiani brava gente»? Tutt’altro: anche sul Don violenze sui civili, ruberie, stupri, antisemitismo… Uno storico tedesco accusa. Per Schlemmer il buon rapporto dei nostri soldati con il popolo russo (a differenza dei «cattivi» nazisti) sarebbe solo un mito. Ma non si possono screditare le memorie dei reduci come fonti «romanzate» e «selettive»…
Urge una risposta adeguata.

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di Roberto Beretta
Sulla strada della ritirata la neve è sporca, non solo di sangue. Violenza e ruberie sulla popolazione civile; saccheggio indiscriminato; stupri; antisemitismo; maltrattamento dei prigionieri… Dopo la guerra d’Etiopia (dove è ormai acclarato l’uso dei gas) e quella del Nord Africa (atrocità contro i civili e danni ambientali procurati in Libia), un certo «revisionismo» affronta ora l’icona di Nikolajewka, «sporcando» uno dei pochi miti finora rimasti intangibili nella memoria patria: quello della ritirata di Russia, appunto.

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«Italiani brava gente» nemmeno sul Don, dunque? La critica avanzata dal ricercatore tedesco Thomas Schlemmer – il cui libro (Laterza, pp. 346, euro 22) esce proprio a ridosso del 66° anniversario della disfatta dell’Armir – assume a suo titolo un addebito su cui c’è poco da discutere (Invasori, non vittime) ma va ben oltre nel testo, mettendo sotto accusa da una parte il valore storico della memorialistica dei reduci – in cui, secondo lo studioso, «non c’era alcun limite nel romanzare gli avvenimenti» – e dall’altro l’intento doppiamente ideologico della ricostruzione dei fatti: prima in funzione anti-tedesca (dopo l’8 settembre 1943 faceva gioco dipingere i nazisti come cattivi alleati già in Russia), nel dopoguerra in chiave anti-comunista e anti-sovietica. «Sulla campagna di Russia si è scritto molto ma, sorprendentemente, si è fatta poca ricerca», esordisce – con una certa ragione – lo storico teutonico. Così le sue fonti appaiono anzitutto i rapporti ufficiali (diversi dei quali riportati in appendice) degli schieramenti attaccanti, italiano e tedesco, dai quali emergono effettivamente alcune sfaccettature disonorevoli e finora poco illuminate dalla storia. I nostri, ad esempio, pur riluttando ad obbedire agli ordini di fucilare i prigionieri «sospetti» (compresi ebrei e comunisti), sovente si toglievano dall’impaccio «passandoli» ai tedeschi – i quali non andavano per il sottile. Altro caso: il sequestro delle risorse alimentari della popolazione, a volte effettuato in modo scriteriato nei confronti di gente già allo stremo.
Ancora: gli episodi di italiani che si facevano «pagare» i passaggi in camion con prestazioni sessuali, oltre alle case di tolleranza istituite per i nostri soldati. Parzialmente più comprensibili – in tempo di guerra – risultano le azioni repressive delle «bande partigiane» o le esecuzioni sommarie di «spie», mentre andrebbero senz’altro approfondite le notizie di vere e proprie stragi di civili da parte di soldati italiani. Che dunque «le Divisioni del Regio Esercito al fronte russo facevano parte di un’Armata d’invasione e d’occupazione» è certo un fatto da non dimenticare mai, così come l’evidenza che tra le ragioni dell’assalto fascista al gigante sovietico non ci fossero solo la difesa dello «spirito umanitario della grande civiltà romana» bensì anche più prosaiche speranze di sfruttamento economico delle enormi risorse russe; tuttavia appare azzardato concludere (solo allegando alcune missive di militari italiani) che le truppe dell’Armir insultavano i russi «in tutti i modi possibili» e obbedivano a «modelli interpretativi razzisti».
Allo stesso modo si può sottoporre a miglior verifica il dato – corrente anche nella saggistica – che il nostro «Corpo di spedizione non era assolutamente una truppa dell’Ottocento… composta da soldati con divise di tela, scarpe di cartone»; però sostenerlo sulla base della lettera di un autiere («Questo Corpo di spedizione è meraviglioso») appare quanto meno un autogol…
Qui sta infatti la debolezza maggiore del lavoro di Schlemmer, peraltro doveroso e in un certo senso coraggioso: una valutazione parziale delle fonti; e per uno storico si tratta di addebito grave. Perché infatti ritenere che i diari dei reduci – pur riconosciuti «diversi per la loro impostazione e il loro orientamento politico» – siano forzatamente viziati da «schemi interpretativi» esterni e che «avrebbero forgiato in modo determinante l’immagine della campagna di Russia»? Perché sostenere a priori che solo a questa «stilizzazione» auto-vittimistica degli italiani sia da attribuire la divisione «inequivocabile: da una parte il bravo italiano, dall’altra il tedesco cattivo e spietato cui veniva addossata senza esitazione tutta la responsabilità»? La memorialistica – mai tanto abbondante e pluralista come nel caso della ritirata del Don – merita invece di essere annoverata a titolo pieno tra le altre fonti, certo con l’avvertenza di comprenderne il genere letterario. Ma – del resto – è un genere «pericoloso» da maneggiare pure quello dei rapporti ufficiali, viziati come possono essere da bugie e secondi fini… Un esempio solo: gli ordini di «proibire alla truppa di familiarizzare con i nativi», più volte citati da Schlemmer quali prove di rapporti non idilliaci tra popolazioni locali e soldati italiani, in realtà nella loro insistenza dovrebbero segnalare proprio l’opposto: se erano così ripetuti, significa infatti che la familiarità era davvero frequente… E alla fine, leggendo che la «politica della memoria» intorno all’impresa dell’Armir ha unito «sapientemente realtà e finzione» allo scopo di «scaricare sui tedeschi la responsabilità della guerra e dei crimini» connessi e liberare «gli innumerevoli fascisti da ogni responsabilità», nonché ripensando a certi diari di Russia firmati da Bedeschi, Rigoni Stern, Revelli, Corti, don Gnocchi, Corradi… : beh, è difficile non avere l’impressione che Schlemmer rinunci a un’analisi davvero obiettiva e obbedisca piuttosto a una «mitologia» contraria ma uguale a quella che vorrebbe demolire. Forse ha ragione lo studioso tedesco nel sostenere che la storia completa della campagna di Russia va ancora scritta; ma di sicuro non l’ha fatto neppure questo libro.
Avvenire del 20 gennaio 2009
 
 
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THOMAS SCHLEMMER
Thomas Schlemmer è ricercatore presso l’Institut für Zeitgeschichte di Monaco-Berlino. I suoi principali temi di studio sono la storia socio-politica della Germania dopo il 1945, la storia dei partiti politici e la storia del fascismo e dell’Italia durante la seconda guerra mondiale. Ha collaborato con l’Istituto Storico Germanico di Roma. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Estraniazione strisciante tra Italia e Germania (a cura di, con G.E. Rusconi e H. Woller, Bologna 2008).
 
Thomas Schlemmer
Invasori, non vittime. La campagna italiana di Russia 1941-1943
2009, collana «Quadrante Laterza», pp. 352, € 22,00