SOCCI e le cavalcature di Garibaldi

Onore al somaro di Garibaldi


di Antonio Socci


 Il Corriere ha fatto davvero uno scoop… Ma – ecco la mia obiezione – possiamo forse discriminare così fra quadrupede e quadrupede? Se celebriamo – com’è sacrosanto – la cavalla dell’Eroe, come dimenticare il somaro?…

Il grido di dolore s’innalza – nientemeno – dalla prima pagina del Corriere della sera. Dunque dal pulpito più alto, dal faro dello spirito patrio. Eccolo qua: “Appello per la cavalla di Garibaldi, sepolta tra i rifiuti”. L’occhiello recita: “Anita, pronipote dell’Eroe: ‘La tomba è ormai semidistrutta, servono fondi’ “. L’articolo – ripeto: sulla prima pagina del Corriere della sera – è di quelli che straziano il cuore: “Si chiamava Marsala, aveva il manto bianco, sulla sua groppa Giuseppe Garibaldi entrò a Palermo nel maggio del 1860 alla testa delle camicie rosse. Ora la cavalla, morta nel 1876, è sepolta a pochi metri dal sarcofago dell’Eroe, come lui aveva voluto. Ma la tomba è abbandonata, circondata da rovi, acqua stagnante e rifiuti”. Segue una lunga lamentazione, di questo tenore: “L’eroe dei due mondi riposa in pace sull’isola di Caprera e vive nella storia. A Marsala invece è toccata l’offesa dell’oblio”.
Oh, Patria ingrata. Che scandalo! Che cosa indegna! L’articolista Giusi Fasano prosegue col cuore a pezzi: “La sua tomba (del cavallo)… soccombe agli attacchi impietosi del tempo. Sulla lapide, che non ha nemmeno più il piedistallo, si fatica a leggere la scritta…”.
Ma ci rendiamo conto? Come sopportare una simile onta? Una simile “offesa dell’oblio” a cotanta cavalla! Addirittura la lapide senza il piedistallo… Il Corriere ha fatto davvero uno scoop. Come restare insensibili davanti all’incivile trattamento cimiteriale dell’equino defunto?  Come rimanere indifferenti di fronte al caso di una cavalla morta nel 1876 la cui lapide manca di piedistallo? E’ senz’altro uno scandalo da prima pagina del Corriere e bene ha fatto Stefano Folli a lanciare questo grido: da quando è diventato direttore, il suo giornale dell’elmo di Scipio si è cinto la testa e stringendosi a coorte celebra un giorno sì e l’altro pure i miti risorgimentali. In attesa di vedere cronisti del Corriere sguinzagliati sulle tracce dei poveri resti mortali del cane di Mazzini e del gatto di Cavour, sulle cui tombe (temiamo) nessuno porta corone, vorremmo sollevare un dubbio.
Per carità, non ci occuperemo delle tombe degli italiani morti durante il cosiddetto Risorgimento contro Garibaldi a difesa di regni italiani come quello delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. Leggo in un libro recente che il mausoleo dei caduti di Castelfidardo, costruito nel 1910, ospita solo i caduti dell’esercito piemontese, mentre per i pontifici c’è stata solo la fossa comune e l’oblio. Non ci occuperemo neanche della storia – venuta alla luce proprio in questi giorni – del cimitero degli italiani a Tripoli, in Libia, dove le tombe sono state saccheggiate alla ricerca di catenine d’oro e roba simile. Lasciamo perdere quegli ottomila italiani i cui resti mortali in terra libica sono stati così oltraggiati in un cimitero che è stato descritto come una vera discarica, mentre il cimitero inglese è verde e ben curato e custodito.
Infischiamocene. Come ce ne infischiamo da sempre della sorte di migliaia di soldati italiani crepati in Russia senza sepoltura, in tanti casi nel gelo del Gulag siberiano dove nessuno di loro ha avuto una degna sepoltura e dove soprattutto sono stati totalmente dimenticati, sia da vivi che da morti.
Meglio infischiarsene. Da veri patrioti ci occupiamo della cavalla di Garibaldi il cui monumento sepolcrale non ha piedistallo. Ma – ecco la mia obiezione – possiamo forse discriminare così fra quadrupede e quadrupede? Se celebriamo – com’è sacrosanto – la cavalla dell’Eroe, come dimenticare il somaro? L’Ente per la protezione degli animali che fu fondato proprio da Garibaldi e che oggi “sposa la causa” della nipote, come c’informa accoratamente il Corriere, vuole forse dimenticare quel ciuco? Per lui niente monumenti funebri? E il Corriere della sera intende forse discriminare, fra i quadrupedi, l’umile somaro rispetto alla bianca cavalla? Non ricorda i meriti risorgimentali del somaro? Forse che anche i patrioti hanno dimenticato  il famoso ciuco che Garibaldi – con la finezza che lo caratterizzava – chiamò “Pionono”? Sì, lo chiamò col nome del Papa che l’Eroe definiva “un metro cubo di letame” e la cui salma (la salma del papa, intendo dire) nella notte fra il 12 e il 13 luglio del 1881 si tentò, da parte di certi risorgimentali, di buttare nel Tevere al grido “le carogne nella chiavica!”. L’aggressione contro il corteo funebre – con cori blasfemi, bastonature, sassate – fu bloccata solo dal popolo romano accorso in massa in difesa del suo papa, ma non fu affatto condannata dal governo “risorgimentale” nell’aula parlamentare.
Dunque, l’Italia risorgimentale che pure ha eretto una tomba monumentale al cavallo, ha dimenticato il somaro di Garibaldi? Me lo chiedo con apprensione e con grande simpatia per l’Eroe dei due mondi, se non altro con la memoria a quell’Ettore Socci garibaldino che combatté a fianco dell’Eroe a Mentana e a Digione. Vorrei appellarmi a Eugenio Scalfari, vero custode del patriottismo risorgimentale, avversario di ogni temporalismo vaticano (quante volte evoca il “famigerato” Sillabo di Pio IX), nonché storico concorrente del Corriere della sera. Vorrebbe, dottor Scalfari, innalzare con me un grido di dolore per il ciuco dimenticato? Sarebbe una lezione che Repubblica potrebbe impartire al Corriere. Suvvia.



Il Giornale 28.11.2004