Relativismo

Da qualche decennio il fedele cattolico viene esortato da una parte del clero, più o meno consistente a seconda delle latitudini e delle longitudini, a cogliere i “segni dei tempi”.

Questa espressione si trova nel Vangelo; la adopera Gesù (Lc. 12, 54 ss.) quando invita coloro che lo ascoltano a capire che cosa accade intorno, così come si prevedono le condizioni meteorologiche in base al vento che spira o alla posizione delle nuvole. Invita, cioè, ad adoperare l’intelligenza per cogliere la grandezza della Rivelazione, e al tempo stesso per rendere più efficace la propria testimonianza di fede e di vita. Il progressismo infraecclesiale ha invece tradotto la medesima espressione come ossequio obbligatorio da prestare a ciò che è moderno nel senso culturale del termine: che, per ciò stesso, costituisce un “segno” non tanto da interpretare quanto da seguire acriticamente. E’ stato così nei confronti del marxismo, nelle sue varie articolazioni: ancora vent’anni fa, quando a Mosca i vertici del Kremlino discutevano sul maquillage cui sottoporre una ideologia che cadeva a pezzi prima ancora che crollassero i Muri, in altre parti del mondo chierici di risulta proclamavano con convinzione che il socialcomunismo, magari nella versione guevarista, era la sola risposta ai bisogni dei poveri… E’ così pure oggi, di fronte alla sfida del nichilismo e dell’antiglobalismo.



Paradosso vuole che proprio coloro che invitano a prostrarsi ai “segni dei tempi”, intesi con quella riserva mentale, poi sono incapaci di scandagliare i “segni” più evidenti che i “tempi” nei quali siamo immersi pongono davanti agli occhi. Qualche settimana fa un vescovo, presidente di una conferenza episcopale regionale, ha rilasciato a un quotidiano una lunga intervista nella quale, a proposito della riscoperta di principi ideali quali riferimenti dell’azione culturale e politica (un rinvio neanche tanto implicito agli interventi di laici come Marcello Pera o Giuliano Ferrara), ha proclamato che “la Chiesa non ha bisogno di alabardieri” e di strumentalizzazioni. Si potrebbe osservare che, al di là delle alabarde, i cattolici avrebbero bisogno, andando a Messa la domenica, che qualcuno spiegasse loro la S. Scrittura invece di sintetizzare le notizie dei tg o esortare a essere tutti beotamente amici. Ma il problema è un altro: una volta si insegnava che solo il Signore è giudice delle intenzioni; e meno male. Cioè, meno male che il Suo criterio di giudizio sono esclusivamente le nostre intenzioni: se dovesse giudicarci dai nostri successi, saremmo bell’e spacciati. Ma al tempo stesso per i giudizi fra gli uomini vale il metro di valutazione opposto, poiché contano altrettanto esclusivamente le opere…



E allora, perché non cogliere come “segni dei tempi”, da considerare positivamente, il risveglio dei valori e dei principi in chi parte da presupposti non confessionali, o comunque di fede, ma giunge a conclusioni di assoluta adesione al reale? La nostra tradizione non manca di precedenti illustri. I primi furono i Re Magi. Dall’insieme dei dati storici relativi alla vita di Gesù (non solo i Vangeli) si ricava che costoro non sono figure mitologiche, ma sono storicamente identificabili. Giuseppe Ricciotti, che della vita di Gesù è stato probabilmente il cercatore contemporaneo ricco di maggiori dettagli – e quello che di più ha attinto a fonti non cristiane -, fornisce qualche coordinata interessante. Erano veramente sovrani, quindi uomini politici, ed erano studiosi. Non erano sacerdoti né scribi. Non conoscevano l’Antico Testamento ma, attingendo alla tradizione – comune a tanti i popoli – dell’attesa di un “soccorritore” (de Maistre ha scritto pagine illuminanti su questa identità di memoria fra popoli differenti), sono astronomi esperti, colgono segni particolari nel cielo e, da luoghi differenti dell’ Oriente, non si pongono il problema di ciò che corrono il rischio di perdere partendo: partono dai rispettivi Paesi e, avendo in mente la meta, dopo un viaggio né semplice né breve alla fine giungono alla destinazione. Devono essere importanti se Erode li invita a corte e da loro cerca di sapere di più sul fanciullo al quale erano diretti. Sono, al tempo stesso, uomini di scienza e di potere, ma pongono l’uno e l’altro al servizio di ciò che non conoscono, e pure emerge dalla lettura obiettiva di segni altrettanto obiettivi. Erode e chi gli era intorno sanno bene che cosa vuol dire quella espressione – “re dei Giudei” – che i Magi adoperano per cercare la strada, pur senza essere consapevoli fino in fondo del suo senso scritturale. I Magi cercano senza prevenzioni, pronti a stupirsi di fronte a ciò che il reale ha riservato loro, pur se quel reale ha la forma di un bambino; gli altri rifiutano il reale, che invece conoscono, al punto da organizzare una strage di bambini per non affrontare il pericolo di fare i conti con esso.



Quel che è certo è che davanti alla Grotta oggi troviamo ancora questi sovrani, mentre di Erode è meglio non ricordarsi. I “segni dei tempi”, allora come ora, coincidono, fra l’altro, con l’oro dell’adesione alla realtà: chi legge e fa leggere quest’ultima con intelligenza e con onestà permette a tanti altri di sfamarsi e di crescere.



Alfredo Mantovano


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Gennaio 2005