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18 aprile 1948


La disfatta del Fronte popolare di Togliatti

di Vittorio Messori

Sono tempi di revisionismi storici, di denunce di rispettivi scheletri nell’armadio, di epiteti delicati come quello di “carnefice” riservato da l’Avanti! a quel Togliatti di cui i socialisti furono gli alleati fedeli. Fedeli al “Migliore” e, dunque, anche al “Padre dei popoli”, quello Stalin che il 6 marzo del 1953 Sandro Pertini (ma sì, proprio l’amicone di un papa che, giovane seminarista, nella Polonia spartita tra nazisti e russi, gustò sulla sua pelle le delizie staliniane) commemorò al Senato con un discorso che Panorama ha ripubblicato e che fa accapponare la pelle. Pertini, tra l’altro, si definiva “umile e piccolo uomo davanti a tanta grandezza, a una simile pietra miliare sul cammino dell’umanità”.
Con accenti che si immaginano vibranti e commossi, il futuro presidente della Repubblica aggiungeva cose di questo tipo: “Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace”. Diceva ancora Pertini, gridando “il suo dolore, la sua angoscia”: “Si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto”.
In realtà, bastarono tre anni perché Mosca stessa, con il rapporto Kruscev sugli orrori sovietici, facesse calare quel “tramonto” che il Pertini escludeva e che comportò persino l’espulsione della mummia dal santuario sulla Piazza Rossa.
Malgrado questo clima di armadi riaperti (anche se in nome più del calcolo politico che dell’amore di verità) è probabile che, nelle rievocazioni del quarantennale della sconfltta togliattiana e nenniana, pochi si decidano a riflessioni semplici, quasi banali, eppure ascoltate così di rado in questi anni. Ci proveremo noi, dunque, consapevoli di rischiare la parte del povero Bertoldo a confronto delle sofisticate analisi dei politologi.
Abbiamo qualche titolo, almeno anagrafico, per chiedere spiegazioni. Facciamo infatti parte della generazione che era bambina nel ’48 e che, crescendo, su quel 18 aprile non ha sentito che lazzi, invettive, giudizi beffardi. E, spesso, anche da parte di tanti cattolici “progressisti”. Un fiume di libri, articoli, film, trasmissioni televisive ci ha parlato per quarant’anni – con scherno e sdegno – di una vittoria elettorale che sarebbe stata perniciosa (“l’inizio dei plumbei anni Cinquanta dell’egemonia democristiana”, come dice uno slogan codificato), una vittoria dell’oscurantismo clericale contro i lumi della ragione.
Una vittoria che sarebbe stata ottenuta con madonne pellegrine, finti miracoli di statue piangenti, trasporto ai seggi dei dementi dei cottolenghi, libera uscita di monache di clausura, plagio cinico di parroci sulle plebi ignoranti. Persino nelle aule universitarie di Scienze Politiche, su quel 18 aprile, non sentimmo giudizi storici ma invettive per le “crociate” di Gedda, dei suoi Comitati Civici, di certi “baschi verdi” dell’Azione Cattolica, presentataci come Armata Brancaleone di bigotti servi dei padroni americani.
Eppure – proprio per parlate da Bertoldo – la parabola storica è lineare: la piccola minoranza di borghesia liberale, anticlericale, massonica, nazionalista, che impose il “Risorgimento” ci portò, come esito inevitabile, alla Grande Guerra, la quale partorì il ventennio fascista, gestito peraltro in gran parte da quella stessa borghesia. Quando, nella disfatta, lo Stato stesso si sfasciò, nella latitanza vergognosa di ogni autorità, con persino la fuga notturna del “re vittorioso” e dei suoi generali (e che gli italiani, in divisa o no, si arrangiassero!), come già nel primo Medio Evo restò in piedi la sola struttura ecclesiale e i vescovi furono riscoperti come gli unici punti di riferimento. Il cardinale di Milano cui fanno appello sia Mussolini che il Cln non è che un caso, seppure il più noto, tra centinaia che coinvolsero, con i vescovi, una miriade di oscuri parroci e religiosi.
Se, memore anche di quella esperienza, nel 1948 quasi un italiano su due decise di dare fiducia a un gruppo di cattolici radunati attorno a un De Gasperi, una ragione ci sarà pure. Questo nostro, s’intende, non è certo un discorso “partitico”, che poco ci interessa, ma una riflessione in qualche modo “religiosa”, se religione significa ricerca di verità e giustizia. Oltretutto, è indubbio che in quell’aprile la Chiesa stessa scese in campo. La posta in gioco lo richiedeva: una vittoria di Togliatti (e di Nenni) e, dunque, di Stalin, significava la guerra, e non solo civile, per la rottura dell’equilibrio di Jalta e il coronamento del millenario sforzo russo di giungere ai mari caldi.
Non solo: dopo che Mosca stessa ci ha spiegato chi fosse quello Stalin che stava dietro il Fronte Popolare e mentre i socialisti ci spiegano oggi chi fosse il loro amico Togliatti, quale sorte sarebbe stata la nostra se avessero vinto le cosiddette “forze del progresso, della pace, della democrazia”? Eppure, la martellante campagna di diffamazione contro l’establishment non solo democristiano ma anche ecclesiale (Pio XII in testa) nasce dall’ira per quella sconfitta.
Sia chiaro: mai abbiamo avuto né vogliamo in futuro tessere di alcun tipo e poco ci entusiasmano gli usi che i trionfatori di quelle elezioni fecero del potere concesso loro da quasi la metà degli italiani. Eppure, oggi è impossibile fai finta di ignorare che sarebbe successo se, a prevalere, fossero stati “gli altri”. Quegli “altri”, si badi, che adesso fanno penose autocritiche, si scambiano invettive tra loro e implicitamente riconoscono che la libertà attuale di criticare il loro passato è frutto proprio di quella loro lontana sconfitta.

Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 111.