La guerra dopo la guerra

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Criticato o lodato da ambienti di sinistra o di destra, il libro di Mini ha la caratteristica di tutti i libri scritti da liberi pensatori: disturba l’establishment, i conservatori, i fedeli della Chiesa di Clausewitz, la linearità dei processi decisionali. Mini non nega i principi occidentali dell’arte della guerra ma li mette a confronto con quelli orientali, col mondo arabo, con il fenomento terroristico, con la contemporaneità degli eventi.

“La guerra dopo la guerra” del tenente generale Fabio Mini ha come sottotitolo “Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale”. Pubblicato da Einaudi nella collana Gli Struzzi nel 2003, ha già avuto una notevole eco negli ambienti politico e militare per il modo originale di affrontare argomenti di strategia e di politica militare che sono di estrema attualità.


Il modo di scrivere del generale Mini è da vero bersagliere. Frasi brevi, chiare, efficaci, con un ritmo incalzante che invoglia a una lettura rapida. Un modo di scrivere che si potrebbe dire Corsaro. Ma non per questo poco denso. Anzi, se qualcuno, leggendo, è abituato a sottolineare le frasi più importanti, rischia di sottolineare tutte le trecento pagine del libro, caratterizzato dalla densità dei concetti esposti. Ed è curioso notare come il modo di scrivere di Mini rifugga dalle inutilità: le frasi inutili, le parole inutili che servono solo a riempire pagine. Mini ha scritto molto su questioni militari, strategiche e geopolitiche. Tra i suoi lavori vi sono libri come “Comandare e comunicare” e “L’altra strategia”. E’ autore di oltre venti saggi e di molti articoli pubblicati su riviste militari e civili. Nel 2001 ha anche curato la versione italiana del libro “Guerra senza limiti”, dei colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiaosui.



La guerra dopo la guerra è articolato in tre parti (Occidente e Oriente; Guerra e guerrieri; I dopoguerra, in particolare quelli di Timor Est, Afghanistan, Kosovo, Iraq) che sono precedute da una introduzione dedicata alla voglia di impero. Questa prima è utile al lettore soprattutto per prendere la misura del modo atipico e anti ideologico di pensare e quindi di scrivere di Mini e indispensabile anche per affrontare la rivoluzione di pensiero che propone nelle tre parti successive.



La voglia d’impero, o si potrebbe dire la smania d’impero, è il fenomeno che caratterizza quest’avvio di terzo millennio. Sembra quasi che l’esperimento della democrazia popolare dopo meno di un secolo stia scivolando all’indietro verso un nuovo sistema imperiale. Ancorché collegata con la globalizzazione e un cosiddetto ‘nuovo ordine mondiale’, la voglia d’impero non riguarda soltanto le entità statali. L’impero è un modello di esercizio della potenza e quindi chiunque o qualsiasi cosa abbia potenza (economica, finanziaria, ideologica, militare) e intenda esercitarla in maniera assoluta è attirato dall’impero.



Le considerazioni del generale Mini, fatte nel capitolo dedicato al Occidente e Oriente, derivano da una profonda cultura del pensiero politico e militare occidentale, coltivata grazie a studi istituzionali e approfondimenti personali, e a una conoscenza altrettanto profonda del pensiero orientale che Mini ha avuto anche la possibilità di toccare con mano grazie al periodo trascorso in Cina come addetto militare e della difesa. E’ fondamentale in questa parte del libro la comprensione dei concetti di linearità dei processi mentali e decisionali occidentali e alinearità di quelli orientali.



La confusione e l’incertezza nella comprensione delle nuove minacce asimmetriche e delle manifestazioni della guerra derivano essenzialmente dalla incapacità occidentale di accettare i sistemi di pensiero e quindi di azione non lineari. Ci sono molti modi di dividere il mondo ai fini di studio. Nord e Sud, ricchi e poveri, sviluppati e sottosviluppati, idealisti e materialisti, bianchi, neri e gialli e così via. Ai fini dello studio della guerra e delle sue forme, una delle differenze sostanziali è tra quella parte del mondo che adotta sistemi lineari d’interpretazione della guerra e quella che privilegia l’approccio alineare. In questo senso, se prendiamo l’Occidente (il nostro mondo e il nostro sistema politico-sociale ed economico di riferimento) come paradigma della linearità e della razionalità, viene automatico pensare che l’Oriente sia l’opposto. E’ un approccio a sua volta lineare e come tale non è detto che sia corretto.



La premessa fondamentale è che nel campo dell’interpretazione o della filosofia della guerra, Oriente e Occidente non sono concetti geografici. Non sono neppure suddivisioni fra specifiche razze, religioni o sistemi politici. Si tratta di una suddivisione culturale e i parametri che consentono questa classificazione sono le diverse concezioni del Tempo, dello Spazio, della Vita e della Morte. Siccome Tempo, Spazio, Vita e Morte sono anche le dimensioni fondamentali della guerra, la differenza fra le due parti è anche nella concezione della guerra.



La parte dedicata a Guerra e guerrieri entra nel vivo della questione: come è cambiata la guerra, come sono cambiati i rapporti di forze e come sono cambiati gli equilibri. Mini non può fare a meno di fare riferimento alla fine della guerra fredda, agli attentati del 11 settembre, al nuovo equilibrio mondiale, al nuovo approccio per la risoluzione dei conflitti e al disequilibrio che caratterizza gli opponenti. E ancora, all’importanza sempre maggiore che hanno oggi tre strumenti cosiddetti forces multipliers: intelligence, operazioni psicologiche e pubblica informazione. Interessante è la visione degli scenari e delle guerre future.



Sul piano delle procedure, dopo l’11 settembre gli Usa si sono imbarcati in azioni diplomatiche, politiche e militari diverse rispetto ai soliti schemi. Non ancora sufficientemente innovative e per certi versi retrograde, ma comunque fuori degli schemi della guerra fredda, dei vincoli delle alleanze e persino delle convenienze politiche. Le guerre future saranno quindi sempre più contraddistinte da immaginazione, ricerca di soluzioni insolite, iniziativa e ricorso a tutti i mezzi possibili. Leciti e non leciti; se illeciti per alcuni, saranno completamente leciti per altri poiché la liceità è un fatto di etica e di legge codificata. E oggi non c’è ancora un solo codice universale.



Ampia, particolareggiata e approfondita è la parte dedicata ai dopoguerra di Timor Est, Afghanistan, Kosovo e Iraq, gestiti – secondo il generale Mini – non nel modo migliore. In questo vede una grave responsabilità nella incapacità della Organizzazione delle Nazioni Unite a dare sviluppo concreto alla pur corretta enunciazione di principi. Naturalmente – così come è per tutto il pensiero che Mini enuncia nel proprio libro – si può concordare o meno con le idee espresse. Ma il fatto importante è che sia un generale a tre stelle che ne scrive, anche rischiando di attirare su di sé le ire dei benpensanti.



Insomma, il libro di Fabio Mini è la dimostrazione che la categoria dei militari è in grado di esprimere pensiero autentico e originale, e se è discutibile è meglio. L’auspicio di chi veramente crede nelle istituzioni e nelle forze armate è che sia concesso il dovuto spazio a chi ha qualcosa da dire di originale, anche se disturba. Non c’è niente di peggio che fermare il pensiero delle istituzioni e di congelarlo nell’ambito di dottrine immutabili. I fatti recenti, gli attentati, il terrorismo, le nuove contrapposizioni mondiali dimostrano che occorre rendere dinamico sia il pensiero politico sia quello militare. E chi meglio dei militari può generare pensiero militare.



Giovanni Bernardi,
25 gennaio 2004


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