Islamopoli e la giunta Cofferati

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L’ISLAMOPOLI CHE BOLOGNA NON VUOLE

La più grande moschea d’Europa nascerà su un terreno concesso dal Comune. I cittadini preparano il referendum…

di ANDREA MORIGI


C’è una Islamopoli dall’inviato a Bologna sotto le Due Torri. Sono fatti concreti, non sentimenti sciovinisti, a non convincere i bolognesi sull’opportunità di concedere una parte della città ai musulmani. Hanno fatto i loro conti e proprio non capiscono perché mai la giunta Cofferati debba regalare 7 milioni e 620mila euro alla comunità islamica per costruire una moschea. I musulmani dispongono già di un’area edificabile di 6.000 metri quadrati in viale Felsina. Ne hanno ottenuta una parte in eredità e una parte l’hanno acquistata a 180 milioni di lire nel 1992. Potrebbero farci quel che vogliono, minareti, scuola coranica, bazar, suq, caravanserraglio e quant’altro imponga la sharia. Ma il Comune insiste: vuole permutare un proprio terreno di 52.000 metri quadrati (dell’estensione pari a otto campi da calcio), valutato 8.320.000 euro da una stima indipendente, con l’appezzamento degli islamici, di quasi dieci volte inferiore (6.857 mq) per estensione e, soprattutto, del valore di 700.000 euro. Nella guerra delle perizie, in realtà, la Finanziaria Bologna Metropolitana, su incarico del Comune, è incredibilmente riuscita a valutare i 52.000 mq in 1.569.000 euro e i 6.000 mq in 1.651.000. Come se, nello scambio, fosse addirittura la comunità islamica a rimetterci qualcosa come 83.00 euro.
AFFARI A RISCHIO
È vero che la ipotizzata cittadella islamica sorgerebbe in un quartiere degradato, il Pilastro, noto più per i delitti della Uno bianca che per le sue potenzialità economiche. Anzi, proprio su quell’area comunale, nel dicembre del 1998, avvenne il misterioso omicidio di Carlo Cuppini. Ma lì nei pressi c’è la Fiera e vicinissimo sorge il parco commerciale Meraville dove hanno sede banche e aziende internazionali, Leroy Merlin e MediaWorld tra tutte. E, lungi dal considerare un’opportunità l’arrivo delle orde islamiche, il presidente della Confesercenti locale, Sergio Ferrari, ha avviato una serie di consultazioni con i propri iscritti per adottare una linea comune contro il Comune. È un’associazione storicamente di sinistra, nata all’ombra del Pci, ma la sua sede attuale andrebbe a confinare proprio con il complesso islamico. Quando è troppo è troppo, anche per la disciplina di partito. Così stanno preparandosi all’assemblea di domani sera alle 21, che si preannuncia infuocata, presso la sede del quartiere San Donato. Sul banco degli imputati compariranno il presidente del consiglio di quartiere, l’ex rifondarolo Riccardo Malagoli, e l’assessore comunale all’Urbanistica Virginio Merola, ds doc. Sono loro i bersagli delle critiche anche del comitato di cittadini che, per far saltare il progetto, sta per iniziare la raccolta delle 9mila firme necessarie a indire un referendum comunale. Non sono soltanto i residenti della zona, timorosi di diventare loro stessi una minoranza di fronte a una maggioranza di musulmani. Sono tutti i bolognesi e anche parecchi musulmani ad affollare i banchetti organizzati da Norma Tarozzi e dalla Lega antidiffamazione cristiana, preoccupati per lo stravolgimento urbanistico, ma anche culturale e per la mancanza di infrastrutture capaci di reggere il flusso dei pellegrini verso la nuova Islamopoli.
VANTAGGI PER POCHI
Ad appoggiarli, oltre alla Lega Nord, anche il deputato locale di Forza Italia, Fabio Garagnani, che sforna interpellanze a ripetizione sul caso, definendo il Comune «indifferente se non ostile alla necessità di difendere l’identità culturale e cristiana della città». Non si spiega altrimenti, scrive il parlamentare al ministro dell’Interno, «l’anomalia, per Bologna, di un edificio, in teoria adibito a moschea, che con le pertinenze accessorie configurerebbe una vera e propria cittadella islamica di oltre 6.000 mq per una popolazione cittadina di soli 7.000 aderenti alla religione musulmana». In realtà, il Comune dichiara 7.000 musulmani “sociologici”, seguendo calcoli probabilistici sulla provenienza degli immigrati. L’unica certezza è che il luogo di culto sognato da Cofferati e compagni diverrebbe il più grande d’Europa, ma a vantaggio di pochi e a danno di molti. Tanto che, anche all’interno della giunta iniziano ad avvertirsi i primi schricchiolii. Altrimenti perché, chiede Garagnani, a Palazzo d’Accursio avrebbero nominato un comitato di garanti del protocollo d’intesa tra l’istituzione e comunità islamica, se non fossero stati manifestati dubbi sulla bontà di questa realizzazione? Certo, il comitato dei garanti è paritario, composto da tre membri di nomina comunale e tre scelti dalla comunità islamica. Dovrebbe controllare le attività “non di culto” del centro, escludendo quelle di tipo religioso. Ma la distinzione è ardua in ambito islamico e difficilmente si otterranno risultati, ma un po’ di attenzione sull’accordo forse sì.
IL GASDOTTO MILITARE
E poi non è il Comune l’unica autorità interessata all’area. In mezzo al campo fa capolino un cartello sui cui campeggia la scritta “Amministrazione dello Stato” che fa divieto di scavare o arare oltre i 50 centimetri di profondità. Sotto, compare un numero dell’Aeronautica militare di Parma da chiamare in caso di emergenza. Da lì passano delle condutture da non toccare, il gasdotto che porta carburante alle forze della Nato. Che si voglia affidarne la custodia proprio ai fondamentalisti islamici è quanto meno curioso. In alternativa, sfrattare l’Alleanza atlantica per far posto ai suoi nemici è una scelta politico-strategica per la quale occorrerebbero consultazioni un po’ più ampie.

LIBERO 5 settembre 2007