Il paradiso fiscale in Vaticano? No, lo trovi nel sindacato.

Altro che Vaticano, i veri paradisi fiscali sono quelli sindacali


Titolo dell’Unità: «Miracoli di governo, abolita l’Ici alla Chiesa». Romano Prodi parla di una mossa dettata da «un’affannosa ricerca di voti» da parte della maggioranza. Quello che però nessuno a sinistra sembra avere il coraggio di dire è che parroci, vescovi e cardinali sono solo gli ultimi arrivati (in tutti i sensi) dopo gli uomini della Cgil e i loro colleghi delle altre organizzazioni sindacali…

Titolo del Manifesto: «Paradiso fiscale. Con un blitz il senato approva una norma che esenta la chiesa cattolica dal pagamento dell’Ici». Titolo dell’Unità: «Miracoli di governo, abolita l’Ici alla Chiesa» . Romano Prodi parla di una mossa dettata da «un’affannosa ricerca di voti » da parte della maggioranza. Quello che però nessuno a sinistra sembra avere il coraggio di dire è che la Chiesa non è sola nel paradiso fiscale di cui parla il Manifesto, né è la prima ad arrivarci. Parroci, vescovi e cardinali, per i quali la norma è valida in realtà già dal 1992, sono solo gli ultimi arrivati (in tutti i sensi) dopo gli uomini della Cgil e i loro colleghi delle altre organizzazioni sindacali, che proprio in quel paradiso hanno trovato il modo di ingrassare i loro bilanci non certificati.


SEDI GRATIS, SENZA TASSE
Tutti i principali sindacati italiani hanno ottenuto gratis le loro sedi, “ereditandole” dai sindacati fascisti. La legge n. 902 del 18 novembre 1977 attribuì infatti i patrimoni delle organizzazioni sindacali fasciste alle più importanti confederazioni sindacali e associazioni d’impresa. Per i sindacati dei lavoratori gli immobili furono assegnati a Cgil, Cisl, Uil, Cisnal e Cida ( la confederazione dei dirigenti d’azienda). Per le organizzazioni degli imprenditori il lungo elenco comprende, tra le altre, Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, Confagricoltori, Coldiretti e Lega Coop. La stessa legge stabilì che questi trasferimenti di proprietà ai sindacati “democratici” dovevano essere «esenti dal pagamento di qualsiasi tassa o imposta» . La norma, per inciso, crea a tutt’oggi un’enorme disparità tra i sindacati beneficiati e quelli nati dopo il 1977, come Unionquadri, che gli immobili se li sono dovuti comprare o prendere in affitto.


PENSIONI MOLTO FACILI
Due leggi molto particolari consentono poi ai sindacalisti di farsi un’ottima pensione. A costo bassissimo per il sindacato, ma a costo elevato per le casse dell’Inps. La prima leggina risale al 1974 e prende il nome da Giovanni Mosca, deputato socialista, in precedenza leader della Cgil. Una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito ( la norma riguardava anche i partiti politici) ha permesso di riscattare, al costo dei soli contributi figurativi, interi decenni di attività, a partire dagli anni Cinquanta. Di proroga in proroga ( l’ultima è scaduta nel 1980), alla fine la leggina che doveva sanare poche centinaia di casi è servita a quasi 40mila lavoratori ( o presunti tali) di sindacati e partiti. Tra loro: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D’Antoni, Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano Del Turco, la scomparsa Nilde Iotti. Pci e Cgil in prima fila: 8mila i funzionari regolarizzati dal partito comunista, 10mila quelli sanati dal sindacato “cugino”. Costo complessivo per l’Inps: attorno ai 10 miliardi di euro. Nessuno a sinistra gridò allo scandalo. Neanche dopo, quando le inchieste della magistratura portarono alla luce, tanto per dire, casi di funzionari che avevano dichiarato di aver iniziato a lavorare sin dalla tenera età di cinque anni. Un’altra leggina, stavolta voluta dall’Ulivo ( decreto n. 564 del 16 settembre 1996), firmata dall’allora ministro del Lavoro Tiziano Treu, vicino alla Cisl, prevede che i sindacalisti in aspettativa possano godere di un ulteriore versamento da parte del sindacato, che si va a sommare ai normali contributi figurativi a carico dell’Inps. Garantendo così, di fatto, una pensione doppia. Identico privilegio è previsto per i sindacalisti distaccati. Questo regime speciale oggi è concesso a circa 1.800 sindacalisti, dei quali ben 1.300 fanno capo alla Cgil.


PIOGGIA DI SOLDI SUI CAF
I soldi pubblici arrivano ai sindacati per molte vie. Una legge del 1991 dà alle sigle presenti nel Cnel, oppure delle quali il ministro delle Finanze abbia riconosciuto la rilevanza nazionale, il potere di creare uno o più centri di assistenza fiscale. Ai Caf possono rivolgersi i lavoratori dipendenti e i pensionati che cercano aiuto per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Spetta ai Caf anche la certificazione delle dichiarazioni ai fini del “riccometro”. Per ognuna di queste operazioni i Caf ricevono un compenso. Per la compilazione e l’invio telematico dei modelli 730 dei lavoratori dipendenti, ad esempio, che un decreto del 1998 ha concesso in esclusiva ai Caf ( monopolio di cui il Parlamento a breve dovrebbe sancire la fine), il compenso del ministero delle Finanze ammonta a 15,12 euro per pratica. La cifra arriva a 29,74 euro in caso di dichiarazione congiunta ( vale la pena di ricordare che il compenso dovuto ai commercialisti per la stessa operazione è pari ad appena 50 centesimi). Cifre analoghe i sindacati incassano dall’Inps per ogni dichiarazione dei redditi dei pensionati e certificazione ai fini del “riccometro” compilata. In tutto, il mercato gestito dai Caf vale 330 milioni di euro l’anno. Di questa cifra, il 25% finisce alla Cgil, il 19% alla Cisl, il 7% alla Uil e il resto alle altre sigle.


LA TORTA DEI PATRONATI
Altri soldi pubblici arrivano ai sindacati tramite i patronati, che prestano assistenza ai cittadini nei rapporti con gli enti previdenziali. Ogni grande sindacato ha il suo patronato: la Cgil ha l’Inca, la Cisl ha l’Inas e la Uil ha l’Ital. Tutti hanno le loro sedi all’interno degli stessi istituti di previdenza, con un bel risparmio sui costi di gestione. Un meccanismo automatico introdotto da una leggina ad hoc varata alla fine della scorsa legislatura ( n. 152 del 30 marzo 2001) assegna ai patronati lo 0,226% dei contributi obbligatori incassati da Inps, Inpdap e Inail. In tutto fanno circa 310 milioni di euro l’anno, dei quali il 28% finiscono all’Inca- Cgil, il 20% all’Inas- Cisl, il 15% alle Acli, il 6% all’Ital- Uil. Cifre che si vanno a sommare ai 260 milioni di euro che ogni anno la pubblica amministrazione spende per garantire i distacchi sindacali dei dipendenti statali e ai 600 milioni di euro (stima prudenziale dei promotori del referendum del 2000) che i sindacati sottraggono a lavoratori dipendenti e pensionati tramite le trattenute automatiche delle quote associative in busta paga. Conto al quale si dovrebbero aggiungere i generosi finanziamenti che lo Stato italiano e l’Unione Europea elargiscono ai sindacati per l’organizzazione di corsi di formazione professionale dalla dubbia utilità. Lo ammise lo stesso Antonio Bassolino, all’epoca ministro del Lavoro, nel 1998, riconoscendo che questi corsi sono «più un modo per mantenere il lavoro dei formatori che per favorire quello dei lavoratori » .


di Fausto Carioti
Libero 7 ottobre 05