Francesco d’Agostino (Presidente CNB) sul caso Welby

Non si tratta di pietà per il caso singolo, ma di gestione legale della fine della vita. D’Agostino dice no


di Francesco d’Agostino – (C) IL FOGLIO – 6 dicembre 2006


Quando mi si chiede se sono favorevole all’eutanasia, rispondo di no. Ma so che sto dando una risposta imprecisa e forse anche ambigua, tali e tanti sono i significati che si nascondono dietro al termine eutanasia.

Dovrei, pedantemente, cominciare con lo spiegare che l’eutanasia non ha nulla a che vedere né colla rinuncia all’accanimento terapeutico (che è in sé e per sé doverosa), né con il rifiuto consapevole e informato del paziente a trattamenti di sostegno vitale (rifiuto conturbante psicologicamente e moralmente, ma giuridicamente legittimo e vincolante per il terapeuta), né con pratiche di medicina palliativa che sono giustificate anche se – in linea di principio – potessero aggravare ulteriormente lo stato di salute del paziente o addirittura accelerarne il decesso.


Ma, una volta fatte tutte queste faticose distinzioni (ognuna delle quali tale da attivare ulteriori e a volte irresolubili questioni casistiche) sarei ancora all’inizio del mio discorso contro l’eutanasia: mi resterebbe da spiegare perché ritengo illecito sopprimere un paziente terminale, e pienamente capace di intendere e volere, anche se tale fosse il suo autentico ultimo desiderio. Si osservi che parlo di illiceità e non genericamente di immoralità: infatti, quello che davvero mi turba nei dibattiti sull’eutanasia che sentiamo da tutte le parti è la mancata comprensione dell’abisso che c’è tra giudicare un atto eutanasico e promuovere una legislazione eutanasica.


Una legge sull’eutanasia è infatti la peggiore soluzione che si possa ipotizzare per dare risposta a un problema reale. Non c’è dubbio che esistano situazioni di fine vita tragiche, se non atroci, e non c’è nemmeno il dubbio che esse siano situazioni non solo rare, ma eccezionali, ciascuna cioè connotata da una sua irriducibile particolarità.


Ma la legge non è fatta per gestire situazioni estreme ed eccezionali; è fatta per gestire la quotidianità dell’esperienza.


Hard cases make bad laws, dicono gli americani e non potrebbero dire di meglio: la legge, qualsiasi legge, burocratizza l’esperienza e non potrebbe fare diversamente. Ma situazioni estreme, come quelle di fine vita, non tollerano di essere burocratizzate. Quando la legge pretende di farlo, la morte diventa il momento conclusivo di una procedura amministrativa, fredda e anonima come inevitabilmente sono tutte le procedure.


Non è un caso (l’esempio di Olanda e Belgio) che dalla proceduralizzazione dell’eutanasia, come atto giustificato dalla richiesta informata del malato, si passi – senza avvedersi dell’enormità di questo passaggio – all’eutanasia dei malati di mente e all’eutanasia pediatrica. E non è un caso che in Olanda ferva il dibattito sull’eutanasia geriatriaca (la “pillola Drill”), qualificando – non si sa quanto in buona fede – volontà manifestate da anziani in stato di abbandono e spesso in stato di confusione mentale come volontà autonome e da rispettare come assolutamente insindacabili.


Mi chiedo spesso come potrebbe reagire un sacerdote in confessionale, qualora un penitente gli dicesse di aver ucciso per pietà, in una situazione estrema, un congiunto. Nessun atto, anche se privato, singolo, irripetibile, può naturalmente pretendere di non essere assoggettato a un giudizio morale e tale giudizio può anche essere di ferma condanna. Ma quando quel medesimo atto diviene pubblico e, una volta legalizzato, si offre come esemplare e paradigmatico, il discorso cambia completamente. Non è più la pietà per il caso singolo che viene in questione, ma la gestione legale e burocratica della fine della vita umana, attraverso l’applicazione di freddi protocolli formali. Sul resto si discute, è a questa eutanasia che bisogna dire no.