Ecco la storia della superpolizia americana

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Cento anni di FBI, il Grande Fratello

Il Federal Bureau of Investigation è la superpolizia americana. Frutto dell’Era Progressista, per mezzo secolo è stata diretta da J. Edgar Hoover. Rappresenta l’ideale di “law & order”, ma il suo enorme potere spaventa…

di Marco Respinti

 

Prendete un film americano qualunque. L’FBI ci fa sempre, con rarissime eccezioni, la parte del rompiglioni, del guastafeste, dell’impiccione. Se c’è scappato il morto, ecco che ti arriva l’FBI a congelare tutto, a esautorare lo sceriffo, a ricominciare daccapo, normalmente sbagliando mossa e cannando tutto. Ogni tanto ci scappa pure che l’agente X di turno, immancabilmente accompagnato dall’agente Y, sempre di turno,  entrambi in abito scuro e scuri pure gli occhiali, sia un poco di buono, uno con le mani in pasta che finge di stare con i buoni solo per coprire i suoi giri con i cattivi.
Perché? Perché per l’americano medio l’FBI puzza di Stato, quello che ti spreme con le tasse, che ficca il naso dove non deve, che ti chiede quel che non dovrebbe e che limita le tue libertà. Al grido di leave me alone, che da quelle parti è un motto patriottico, negli USA si preferisce infatti sempre il poliziotto o lo sceriffo locale, espressioni della comunità vera, non del Paese legale magari un tantino illegale. Sciogliere la sigla FBI aiuta del resto parecchio. Federal Bureau of Investigation, ovvero Ufficio federale delle indagini, insomma la superpolizia che non conosce confini né limiti, che attraversa Stati e che scavalca giurisdizioni, che riconosce ben pochi al di sopra di sé e al di sotto chissenefrega, tutti pesci piccoli o agenti di provincia che contano poco. Negli States, infatti, “federale” signi***** “centrale”, roba di Washington, in contrapposizione, cioè, con il Paese, gli Stati, la Heartland America, lo Smalltown Country. E non potrebbe non essere così, visto che l’FBI è il principale braccio investigativo del ministero della Giustizia. Il 2008 ne rintocca i cento anni, esattamente il 26 luglio, occasione ghiotta per una incursione nella mentalità americana.
Un apparato enorme
Correva appunto l’anno 1908. Dovendo trovare il sistema per perfezionare la regolamentazione del commercio fra alcuni degli Stati componenti l’Unione nordamericana, ma pure gli strumenti per imporre la legge federale, dopo qualche discussione  su competenze e attribuzioni, venne creato un pool di agenti speciali con poteri nuovi e giurisdizione pure. La struttura dell’FBI maturò da questo primo nocciolo divenendo alla fine un enorme apparato statale che oggi impiega più di 30mila persone e che vanta un budget di 8,7 miliardi di dollari, che conta su mezzi all’avanguardia e tecnologie raffinatissime, che dispone di armi e di risorse a iosa, e che controlla persino un corpo speciale antisommossa di élite, la famosa SWAT, creata nel 1984.
Una cosa così gli USA non l’avevano mai vista. È del resto un frutto del Novecento, tipico, una di quelle grandi strutture innovative che hanno ampliato e aumentato i poteri statali e fatto crescere la macchina burocratica. Un po’ come, su altro versante, il ministero dell’Educazione, mai esistito negli USA fino  al 1980 allorché fu creato dal presidente Democratico Jimmy Carter. Per un numero enorme di americani certi carrozzoni di Stato costosi, elefantiaci e dai dubbi risultati  positivi quali appunto l’FBI e il ministero dell’Educazione o anche la CIA, creata nel 1947, o l’IRS (l’agenzia delle entrate nata dopo la disastrosa guerra cosiddetta civile che spaccò in due il Paese tra 1861 e 1865), sono più un danno che un beneficio. E per una frangia non piccola costituiscono persino un vero e proprio attentato organizzato alle libertà.
Bonaparte & Roosevelt
Il nucleo originario di agenti speciali da cui maturò l’FBI fu voluto, appuntò un secolo fa, dall’allora ministro americano della Giustizia, Charles Joseph Bonaparte (1851-1921), discendente diretto del famoso còrso. Alla Casa Bianca sedeva il presidente-cacciatore, facile alla guerra e decisamente nazionalista, Theodor Roosevelt (1858-1919). Ora, Roosevelt, quel Roosevelt lì, era un Repubblicano, ma a fine carriera andò a ingrossare le fila del Partito Progressista. Dell’Era Progressista, infatti, e del suo ardore per lo Stato-nazione, Teddy Roosevelt fu una vera e propria icona, come pure lo fu il suo ministro Bonaparte. Ecco, l’FBI gemoglia da lì.
Dapprima si chiamò United States Bureau of Investigation, nel 1933 venne raccordato con il Bureau of Prohibition e alla fine venne nuovamente ribattezzato Division of Investigation. FBI lo divenne nel 1935. Il suo astro crebbe durante il proibizionismo (un’assurda misura statalistica che gettò benzina sul fuoco della criminalità organizzata), e s’irrobustì con la lotta alle bande di gangster e all’evasione fiscale. Aveva iniziato indagando nella case di prostituzione, per molti l’FBI è finito per essere la gran prostituta dello Stato.
Nel regno di Hoover
Ma il senso di meraviglia intrecciato al sospetto che si produce in tutti ogni qual volta viene pronunciato quel nome sarebbero nulla se non vi fosse stato J. Edgar Hoover, capo incontrastato dell’FBI dal 1924 al 1972, quasi mezzo secolo di potere, un po’ come la DC in Italia. Quando Hoover arrivò all’Ufficio vi erano 600 funzionari, quando lo lasciò ve n’erano 6mila. Fu Hoover l’uomo che inventò i sistemi di schedatura sistematica, che allestì l’immenso archivio d’impronte digitali di cui l’Ufficio dispone, che lo dotò di strumenti sofisticati e spregiudicati di spionaggio. Fu con Hoover che gli americani iniziarono a sentirsi spiati, magari pure minacciati. L’FBI era insomma, anzi è il volto del Grande Fratello statunitense. Quando Hoover morì, venne varata la legge che limita a 10 anni il mandato di un direttore FBI. A scanso di “dittature”.
Gaffe e stranezze
Con la Seconda guerra mondiale e con la successiva Guerra fredda, l’FBI ha del resto assunto pure compiti di controspionaggio o di spionaggio interno, e questo alla ricerca d’infiltrati antiamericani. Ha così cercato, indagato, scavato e talora persino trovato prima barbe finte naziste poi agenti al servizio dell’Unione Sovietica.
Di prassi, l’FBI ha sempre nutrito un sospetto istintivo verso gruppi e associazioni, e quindi ha sempre volentieri cercato d’intrufolarsi, di controllare. Il più delle volte ha centrato l’obiettivo, moltissime altre no. In questo secondo caso ha quindi causato danni enormi e scatenato processi ingiusti alle semplici intenzioni. E per diversi americani tutto ciò cozza frontalmente con la sacrosanta libertà di associazione, magari pure con quella di parola.
Del resto, una gran figura l’FBI non l’ha nemmeno fatta con la questione dell’omicidio del presidente John F. Kennedy, seguito da quello del suo attentatore, vero o presunto che sia, Lee Oswald, e poi da quello del ministro della Giustizia Robert Kennedy. Fra piste e depistaggi, false partenze e approdi sbagliati, “pallottole magiche” che entrano ed escono dai corpi presidenziali sfidando ogni legge della dinamica, la morte di Kennedy costituisce da sempre il giorno più lungo dell’Ufficio. Nella più rosea delle prospettive, infatti, l’FBI si è dimostrato letteralmente incapace nonostante i grandiosi mezzi a disposizione; nella peggiore delle ipotesi (quella che peraltro non accenna ad abbandonare la mente di diversi americani) sull’accaduto l’FBI la sapeva e la sa sin troppo lunga.
La superpolizia americana serve insomma come i coordinamenti investigativi e i procuratori speciali. Può fare molto e spesso fa troppo; fa tanto bene, ma può fare pure tanto male. Ecco, la storia dell’FBI è questa: per gli americani è una storia doppia.

Il Domenicale N. 30 – dal 26 luglio al 2 agosto 2008