Attenti: i vampiri non mollano…

La lezione dei derivati non è bastata:
nuovi prodotti minacciano il mercato

Sono state le banche a rovinare il mondo, indebitandolo fino all’impossibilità di servire i debiti, creando una bolla speculativa dopo l’altra; in un anno, il loro crollo ha distrutto il 40% della ricchezza globale; ma questi irresponsabili sono ancora tutti al loro posti anziché in galera, continuano a pagarsi «bonus» miliardari, e a loro beneficio Stati e Banche Centrali impiegano cifre colossali per salvataggi che non bastano mai – l’erosione degli «attivi» finanziari prosegue inarrestabile – mentre loro si esentano ormai dal prestare alle imprese anche sane.
È arrivato il momento di dire basta. Sì, basta a una casta, quella dei banchieri. Come ad esempio quelli di Wall Street. Il mondo crolla e a loro non importa nulla, dato che anche nell’anno del grande crash si sono arricchiti, come ha scoperto il "Comptroller" dello stato di New York, l’italomericano Thomas Di Napoli, scrutinando le loro dichiarazioni dei redditi. Nel 2008 i manager delle banche americane hanno incassato «bonus» per 18,4 miliardi di dollari. Ma, viene da obbiettare, il «bonus» non viene accordato quando il bilancio è in utile? Ovvio che sì.
E allora ecco che anche Obama, il «messia holliwodyano», è stato costretto a mostrarsi scandalizzato… Poveretto, lui prima non ne sapeva nulla, era troppo impegnato a spendere i 170milioni di dollari dei contribuenti americani per fare la sua festa faraonica…
Intanto sarà meglio aprire gli occhi perchè "lor signori" stanno già facendone un\’altra e, come al solito, ci vanno pesante…

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Per chi pensava che la sbornia di architettura finanziaria fosse terminata con l’esplosione della crisi dei derivati di vario genere, quanto sta accadendo sul mercato può suonare come una beffa.
Mentre infatti tutti pensano che le banche stiano cercando di ripulire i bilanci grazie anche agli aiuti di Stato, nella City come a New York avviene l’esatto contrario: l’ultima novità si chiama re-remics (resecuritization of real estate mortagage investment conduits), ovvero una nuova generazione di cdo (collateralized debt obligations) che rischia di creare i medesimi danni ancorché la loro entità sia decisamente minore.
Ma partiamo dai cdo per capire meglio di cosa stiamo parlando. I cdo sono dei pacchetti con un’obbligazione emessa dalla banca e con all’interno diversi debiti che cercano un investitore per coprirli, tra cui anche i tanto giubilati subprime. Accade dunque che una banca che vuole dei finanziamenti emette questi cdo cercando credito, promettendo di ripagare il tutto con relativi interessi: in caso di mancato rimborso, però, la banca ci rimetterà i soldi investiti nel mutuato e i soldi da restituire all’investitore vedendo svalutare questi titoli e quindi anche il proprio portafoglio.
Cosa sono invece i re-remics? Un fondo di investimento in mutui ipotecari su immobili. In realtà si prendono un bel po’ di mutui, molti dei quali rischiosi, li si spezzetta, li si trasferisce in bond che vengono mischiati per bene e immessi nel mercato: una macedonia di cdo.
Nei primi cinque mesi dello scorso anno, mentre la crisi esplodeva in tutta la sua virulenza, il volume di investimento in re-remics ha toccato quota 9,3 miliardi di dollari (il 47% di tutti i bond di debito emessi in quel periodo escludendo quelli di Fannie Mae e Freddie Mac, tre volte tanto rispetto allo stesso periodo del 2007).
Goldman Sachs, JP Morgan Chase e altre sei banche d’affari prima dell’estate si sono lanciate su questo mercato riassicurando pacchetti di investimenti che come cdo non riuscivano più a trovare mercato ma che come re-remics diventavano appetibili. Il perché è presto detto: i re-remics contengono meno di dodici tipi di bond a loro interno, quindi appaiono più analizzabili e soprattutto sono formalmente formati solo da debiti con rating AAA, sicurissimi sulla carta.
Solo che la differenza tra i cdo subprime e i re-remics è quantomeno comica alla luce di quanto accaduto: nel primo caso si garantivano mutui a potenziali insolventi, nel secondo caso la controparte non è tenuta a provare il proprio reddito. Ma non è tutto visto che grandi merchant bank e alcuni segmenti di hedge funds in questi giorni di turbolenza hanno creato desk appositi per l’acquisto di cdo e re-remics, investimenti che nel lungo termine possono risultare fruttuosi visto che prima o poi la crisi immobiliare finirà e il sottostante di quei veicoli sono beni immobili.
Per Simona Beretta, ordinaria di Politiche economiche internazionali presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano, niente di nuovo. «In effetti, questo comportamento non è del tutto bizzarro: l’evidenza storica sembra mostrare che il rendimento medio di lungo periodo dei titoli “buoni” e dei junk bonds sia stato abbastanza allineato (ovviamente, basso e stabile il primo; grandi guadagni che si alternano a grandi perdite per i secondi). Nel caso specifico dei re-remics la spiegazione potrebbe essere che il prezzo è precipitato ed è ovviamente il momento di comprare: chi non ha problemi di deleveraging, eccessiva esposizione, può farlo con fondi propri e fa un affare. Un’ulteriore ragione per cui ci può essere ancora domanda di attività finanziarie rischiose è che se una istituzione non ha bisogno stringente di liquidità, si tiene quello che ha e tendenzialmente lo rinnova in via automatica a scadenza, specie se i prezzi sono bassissimi».
Sarà per questo che a Londra, nonostante la recessione e la crisi nera, oltre la metà dei laureati in matematica, fisica matematica e ingegneria matematica sceglie la specializzazione in finanza. In compenso, visto che non si deve trattare tutto ciò che è finanza come il diavolo perché senza finanza e borsa non avremmo Microsoft e nemmeno Internet, chi fa le cose per bene viene premiato.
Parliamo delle aziende che trattano Cfd – contratti per differenza – cioè derivati ma su leva lineare: ovvero, se sale guadagni, se scendi perdi. Niente trucchi o scappatoie. Questo mercato cresce, giorno dopo giorno e ora la Borsa di Londra ha deciso di investire in questo mercato.
Una dei player principali di questo segmento è Ig Markets, da poco sbarcata anche in Italia. Queste le parole di Alessandro Capuano, managing director di Ig Markets Italia: «Il fatto che il London Stock Exchange abbia deciso di entrare direttamente come Borsa in questo mercato conferma sia quanto è sviluppato il business dei Cfd in termini di volumi, sia quanto è elevato l’interesse da parte dei consumatori su questi prodotti. Noi ci proponiamo in Italia come azienda leader nei Cfd e il fatto che il Gruppo London Stock Exchange-Borsa Italiana creerà un mercato di Cfd ci aiuterà a far entrare questo prodotto come una asset class sia dei trader online sia degli intermediari italiani che proprio grazie all’iniziativa del LSE non vivono più con le diffidenze degli anni scorsi su questo prodotto».
Insomma, finanza non vuol dire truffa. Fiducia e voglia di prodotto, fare, questo è il segreto per ripartire.
Il Sussidiario venerdì 30 gennaio 2009
 
 
 
 
Wall Street, i furbetti non mollano la cassa
di Marcello Foa
 
Non hanno capito niente o forse hanno capito tutto, i banchieri di Wall Street che hanno provocato il disastro finanziario che sta affondando il mondo. Se avessero un pizzico di onestà o perlomeno un po’ di pudore, se ne starebbero rintanati, divorati dai rimorsi della coscienza. Se ci fosse giustizia, dovrebbero finire in galera per truffa, turbativa dell’ordine pubblico, terrorismo. Diciamolo francamente: hanno fatto più danni loro di Bin Laden. E invece sono non soltanto liberi, ma praticamente certi di farla franca, se non fosse per qualche procuratore, come quello di New York, Andrew Cuomo, che tenta di incastrarli.
E anche quando sono costretti a prendere misure per proteggere il proprio patrimonio da eventuali creditori ostinati, non perdono la sfrontatezza. Ad esempio Dick Fuld, l’ex numero uno della fallita Lehman Brothers, che quando la commissione del Congresso Usa gli ha chiesto se fosse vero che avesse guadagnato 500 milioni di dollari in otto anni, lui ha negato precisando di averne ricevuti appena 300. Ora si scopre che Fuld nei giorni del collasso della banca ha venduto la sua lussuosa residenza in Florida, stimata 14 milioni di dollari. Il prezzo? Cento dollari. Chi l’ha comprata? La moglie, naturalmente, che beneficia del regime di separazione dei beni. Anche nell’eventualità che Fuld fosse costretto a risarcire qualcuno, la casa non entrerebbe tra gli asset sequestrabili. Come i 13,5 milioni ottenuti dalla vendita dei quadri impressionisti, finiti sul conto della signora Kathleen, la quale alla vigilia di Natale ha fatto una scenata in una boutique di Hermès perché voleva l’ultima borsa di un colore diverso da quello in collezione. Per la cronaca: l’ha ottenuta.
E che dire di John Thain, ex numero uno di Merrill Lynch, la banca d’affari inglobata da Bank of America? L’altro giorno si è dimesso, finalmente; ma ha lasciato un bel ricordo di sé. Pochi giorni prima della fusione ha distribuito ai dipendenti bonus per 3-4 miliardi e nelle ultime settimane ha preteso che l’arredamento del suo ufficio venisse rinnovato, alla modica cifra di 1,2 milioni di dollari. Il mondo crollava, ma lui pensava alle poltrone, alla scrivania in radica, alle nuove tende; consigliato, per appena 800mila dollari, da Michael Smith, il designer delle star (e della famiglia Obama). Ora pare che Thain voglia rimborsare Bank of America, ma non soffrirà troppo, considerato che il suo stipendio si aggirava tra i 50 e gli 80 milioni di dollari. All’anno.
La maggior parte dei manager osannati per anni dalla stampa finanziaria trascorre il tempo a giocare a golf, come Chuck Prince, ricompensato con 140 milioni di dollari per aver devastato la Citigroup, mentre Adam Applegarth, il genio che ha portato al collasso la Northern Rock, ora si dedica alla sua grande passione: il cricket. Jimmy Caine, il giorno in cui la Bear Stearn andò a rotoli si rifiutò di abbandonare un torneo di bridge a Detroit e ora che ha incassato una liquidazione da 60 milioni di dollari passa le giornate a giocare a carte.
Ma c’è chi non riesce a stare senza far nulla. E continua a lavorare. Mi sembra giusto, sarebbe un peccato rinunciare a certi talenti. L’ex numero uno di Lehman Italia, Ruggero Magnoni – che qualche settimana fa ha dichiarato di aver perso 25 milioni di euro ma di non dolersene troppo perché non rappresentano la parte preponderante del suo patrimonio – ora è alla testa di Nomura Italia. L’ex superboss del colosso mondiale delle assicurazioni Aig, Hank Greenberg, guida la società di consulenza C.V Starr and Company, che tra l’altro dovrebbe onorare la memoria e l’etica del fondatore dell’Aig, mentre l’ex boss della filiale di Londra Joe Cassano, dopo aver provocato perdite per 11 miliardi di dollari, all’indomani delle dimissioni ha ottenuto un contratto di consulenza da un milione di dollari al mese, che gli è stato revocato solo di recente. Abita in una casa stupenda a Knightsbridge, vicino ad Harrods, uno dei quartieri più belli della capitale inglese. Pare si annoii da morire, poverino.
 
Il Giornale, mercoledì 28 gennaio 2009, 07:00