Sondaggio rivela: italiani «popolo cristiano» poco praticante e… confuso

La cappa ideologica

Sondaggio choc dell’Eurispes
Quasi il 90% degli italiani si professa «cattolico», ma solo un terzo è anche «praticante». Questa è l’Italia religiosa disegnata da un’indagine dell’Eurispes.
C’è bisogno di una nuova evangelizzazione…


1) «Sono cattolico, ma dico sì ai Pacs»
2) Il vescovo Grillo: la gente ci è scappata. Ora il rischio è una religione «fai da te»
3) C’è bisogno di una nuova evangelizzazione. Intervista a Padre Giorgio Carbone

1) «Sono cattolico, ma dico sì ai Pacs»
Gli italiani e la Chiesa: credenti favorevoli al divorzio, incerti sull’aborto


Sono quelli del «credo, ma in un Dio tutto mio». Oppure: «Credo in Dio non nei preti». E via dicendo in una sorta di religione fai-da-te che la Chiesa, quella con la c maiuscola, non vede di buon occhio. Papa Benedetto XVI l’ha stigmatizzata fin dal suo primo discorso, ma loro per come li ha fotografati l’Eurispes, sono sempre più numerosi. In base al Rapporto Italia 2006 dell’istituto di ricerca quasi il 90% degli italiani si professa «cattolico», ma solo un terzo è anche «praticante».
Per la precisione, sono l’87,8% con una crescita di otto punti rispetto a quindici anni fa quando l’istituto compì un sondaggio analogo. «E’ una crisi non della religione ma della religiosità», sintetizza Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes. Perché sono il 36,8% coloro che adempiono al dovere cristiano di andare in Chiesa la domenica o più volte nella stessa settimana. Sorprendentemente, i giovani più praticanti degli adulti: va a messa ogni domenica il 30,8% degli intervistati che hanno tra i 18 e i 24 anni, e solo il 22,4% e il 28,5% di coloro che appartengono alle fasce 25-34 e 35-44 anni. La percentuale più elevata, però, appartiene alla fascia d’età 65 anni ed oltre (37,7%).
Per tre intervistati su quattro (76,2%) si va in chiesa soprattutto per pregare. Il 16,4%, invece, va in chiesa solamente per tradizione familiare e un 14% ne avverte la necessità per trovare la «forza» nei momenti più difficili della vita. Molto più basse le percentuali dei credenti che frequentano la chiesa per chiedere una grazia (1,7%), per socializzare (1,8%) o per ringraziare di un dono ricevuto da Dio (5,9%). Più numerose le donne ad avere bisogno di pregare (77,4%). Gli uomini sono il 74,7%.


Confessione in declino
I sacramenti più «sentiti» dai cattolici sono quelli del battesimo (27%) e del matrimonio (85,3%). Mentre alla confessione viene attribuito un livello di importanza decisamente inferiore rispetto agli altri sacramenti (abbastanza e molto importante rispettivamente per il 25,6% ed il 39,4% del campione). Poco in auge i miracoli: solo il 54,3% degli intervistati (cattolici e non cattolici) afferma di crederci.
Sul rapporto tra «coscienza ed etica» risulta un’Italia divisa a metà, «la conferma del risultato del referendum», chiosa Daniele Capezzone leader dei Radicali. «Nulla di nuovo», sostiene la sociologa Chiara Saraceno. Mentre i laici di Don Orione si sono mostrati molto critici: «Non si può giocare con i numeri di una fredda statistica quando si parla della difesa della vita».
Secondo l’indagine da una parte si schierano quelli che vorrebbero che la Chiesa non interferisse più del dovuto sulle problematiche etiche (42,5%), dall’altra c’è una opinione pubblica (41,6%) che considera opportuna la presenza della Chiesa. Solo una esigua minoranza (9,9%), invece, richiede un intervento maggiore dell’istituzione ecclesiastica. La maggior parte degli elettori di sinistra (71,1%) e di centro-sinistra (50%) ritiene che la Chiesa intervenga più del consentito sulle questioni etiche.
Ma, tanto per scendere su terreni concreti, il 68,7% dei cattolici è favorevole ai Pacs; il 65,6% difende la legge sul divorzio e il 77,8% è contrario al divieto dell’Eucarestia ai divorziati. Persino in tema di aborto, i cattolici si dimostrano disubbidienti nei confronti degli insegnamenti della Chiesa: l’83,2% dei cattolici si dichiara favorevole se la vita della madre è in pericolo; il 72,9% se ci sono gravi anomalie e malformazioni del feto o in caso di violenza sessuale per il 61,9%. La percentuale cala notevolmente se le motivazioni sono più attinenti alle condizioni economiche o alla volontà della madre di non avere figli: rispettivamente al 26,4% (23% cattolici e 51,2% non cattolici) e al 21,9% (18,6% cattolici e 45% non cattolici).


Sì al crocifisso
Altra questione: il crocifisso. L’80,3% degli italiani (cattolici e non cattolici) non sposterebbe il crocifisso dalle scuole o dalle istituzioni statali. Però la maggioranza (63,9%) reputa ingiusta l’esenzione dell’imposta comunale sugli immobili ecclesiastici. Infine tre intervistati su quattro circa (73,6%) ritengono giusto l’otto per mille come forma di finanziamento, contro il 23% che la pensa diversamente. Se invece agli italiani si chiede quanto sia adeguato l’insegnamento cattolico rispetto ai bisogni della società il 48% si mostra molto critico, rispondendo per niente (14,6%) o poco (33,4%) idoneo, contro il 49% che si ritiene abbastanza (40,8%) o molto (8,2%) soddisfatto. Il 45,7% del totale attribuisce alla Chiesa una funzione essenzialmente evangelizzatrice. Una percentuale inferiore di oltre nove punti a quella di 15 anni fa. 


di Flavia Amabile
La Stampa 18 Gennaio 2006


2) Il vescovo Grillo: la gente ci è scappata. Ora il rischio è una religione «fai da te»
«Se crolla la società cristiana, che da venti secoli è fondata sul matrimonio, allora crolla tutto»


Monsignor Girolamo Grillo, vescovo di Civitavecchia, studioso di sociologia, che impressione si ricava dalla ricerca Eurispes sulla religiosità degli italiani?
«E’ un rapporto pieno di contraddizioni. Un primo aspetto, negativo, per me, è che la grande maggioranza si dichiara credente ma non praticante. Questo significa che la fede non è nutrita dalla pratica, non hanno un contatto con la Chiesa, nel vero senso della parola; non ascoltano, non frequentano e questo diventa un elemento rilevante per quello che si dice poi sulle questioni della bioetica, e sui Pacs e così via».


Secondo la ricerca, la maggioranza sarebbe a favore dei Pacs e della fecondazione artificiale; vuol dire che la base dei fedeli la pensa diversamente dai vertici?
«I dati sulla fecondazione artificiale sembrano non corrispondere però al risultato del referendum di qualche mese fa… Ma in generale, ed è questo il guaio, gli italiani si dicono credenti; sono battezzati e possono dirsi credenti. Però non praticare significa non avere l’Eucaristia, significa non ascoltare la voce del sacerdote, non avere catechesi, non essere illuminati. Manca un contatto diretto con la voce della Chiesa; e non la chiesa istituzionale, ma la chiesa Vangelo. Mancando questo, viene meno la possibilità di approfondimento».


Però si dicono cristiani e cattolici…
«La Chiesa ha proprio questa funzione, portare il Vangelo; se non hanno un contatto con l’evangelizzazione a che cosa è agganciata la loro fede? A molto poco, a se stessi, viene fuori una religione “fai da te”, di cui ho scritto anche recentemente in un saggio sociologico».


La stupisce che la maggioranza non creda ai miracoli?
«No, perché la fede nei miracoli è riferita ai dati complessivi della ricerca; ed è alta la percentuale dei non praticanti, che quindi non sono illuminati, e pensano allora che il miracolo sia un assurdo. Siamo tornati indietro di alcuni secoli; questa era un posizione molto diffusa nel Seicento, in cui si credeva che la scienza avrebbe dato una risposta a tutto, anche ai fatti giudicati soprannaturali. Stiamo aspettando da secoli che questo avvenga. Chi ha la fede, sa che a Dio è tutto possibile. Maria dice: nulla è impossibile a Dio. E allora è possibile anche che accada qualche cosa che va al di là della nostra sfera naturale, normale. Ma la religiosità degli italiani è tale che manca di questo sottofondo».


Resta il fatto che la distanza dalla Chiesa su posizioni come i Pacs e la bioetica è grande.
«Si riflette qui la carenza di approfondimento nella religiosità degli italiani. Penso che le manifestazioni fatte di recente siano un boomerang tremendo, per gli organizzatori; in generale però rimango perplesso, perché vedo che in questo modo si vorrebbe tentare in maniera celata la distruzione non della Chiesa, che non avverrà mai, ma della società cristiana basata sul matrimonio. Faccio una riflessione da sociologo, adesso, non da vescovo: se la società cristiana che è fondata sul matrimonio da venti secoli crolla, crolla tutto; perché si passa dalla persona alla famiglia, dalla famiglia alla società, dalla società alla società politica, dalla società politica allo stato. La distruzione della famiglia attraverso i Pacs porta alla distruzione della società. Molti cattolici sono confusi, se partecipassero ai dibattiti di natura sociologica, e non solo etica, lo vedrebbero più chiaramente. E anche i politici non avvertono questo pericolo; la società così come si sta configurando sta avendo sbandamenti incredibili».


C’è qualche elemento che l’ha colpita positivamente in questi dati?
«L’aspetto positivo è il forte desiderio di religiosità da parte dei giovani. Colpisce una continua ricerca da parte dei giovani, c’è desiderio di approfondire. E’ un aspetto molto pieno di speranza. L’avvenire è dei giovani».


Che cosa può fare la Chiesa in questa situazione?
«Se questi dati sono esatti, come penso, visto il bisogno di religiosità che si avverte, se la Chiesa fosse pronta a dare una risposta a questa religiosità, forse… Il guaio è che la gente ci è scappata ma non siamo stati in grado di andare dietro alla gente che fuggiva, l’abbiamo lasciata scappare. Oggi la gente sente il bisogno di ritornare; la Chiesa è pronta ad aprire le porte, e ad evangelizzare nuovamente queste persone?».


La Stampa 18 Gennaio 2006


3) C’è bisogno di una nuova evangelizzazione


Secondo l’Eurispes, l’87,8% degli italiani si dichiarano cattolici ma allo stesso tempo soltanto un terzo è anche praticante e, di più, è alta la percentuale di coloro che non condividono le posizioni della Chiesa su vari temi. Padre Giorgio Carbone, professore di bioetica e teologia morale alla facoltà teologica di Bologna, conferma il dato, ma ne spiega anche il motivo. Si tratta, secondo lui, di un problema di «ignoranza».


In che senso «ignoranza»?
“Me ne sono reso conto quando, la scorsa primavera, ho girato l’Italia per parlare in convegni organizzati da centri di bioetica e culturali sui temi proposti dal referendum abrogativo della legge sulla fecondazione assistita. La gente elabora convinzioni per sentito dire, influenzata dalla televisione e dall’opinione più in voga, ma non è in grado di ragionare da sé”.


Ad esempio?
“La scorsa primavera, ad un dibattito, ho incontrato un professore universitario che sosteneva che l’embrione umano è uguale all’embrione di uno scimpanzè, negando ogni evidenza scientifica (lo sanno tutti che l’embrione umano ha due cromosomi in meno rispetto a quello dello scimpanzè). E la gente che lo ascoltava gli credeva”.


Quindi il sondaggio Eurispes non l’ha stupito più di tanto?
“No. Aveva ragione Giovanni Paolo II quando diceva più di venti anni fa che c’è bisogno di una nuova evangelizzazione. Oggi i cattolici hanno una fede epidermica, nominale. Vedono la Chiesa some un’aggregazione politica che chiede loro di osservare certi precetti, di andare in Chiesa, di pregare. In loro manca la ragionevolezza della fede”.


Cioè?
“La fede è la convinzione che Cristo è il Signore ed è il maestro della vita. Essa dunque implica la divinità e la signoria di Cristo. Per molti invece, essa è soltanto un vago sentimento che non si traduce mai in opera, non centra mai con la vita concreta. Molti cattolici sono come anestetizzati, principalmente dalla televisione, che non aiuta a riflettere, a giudicare le cose”.


Il sondaggio entra nei dettagli di ciò che pensano i cattolici circa varie questioni. Cominciamo dall’eutanasia…
“Ci si può dichiarare favorevoli all’eutanasia soltanto se non si conosce il motivo per il quale un ammalato chiede di morire. L’eutanasia è sempre una domanda di aiuto rispetto ad un dolore che non si riesce più a sopportare. Forse non tutti sanno che in Olanda la richiesta di eutanasia è elevata perché lì è minore l’uso di morfina. Spesso basterebbe una terapia antidolorifica adeguata (a Bologna si sta sperimentando la eubiosia: ai malati si dà supporto psicologico, religioso e medicine antidolorifiche) per far diminuire se non eliminare la richiesta di eutanasia”.


Quanto all’aborto?
“Anche qui è un problema di ignoranza. L’aborto non è semplicemente l’interruzione della gravidanza, ma è la soppressione di un essere umano”.


E i Pacs?
“I Pacs sono l’ultima menzogna dopo quella secondo la quale le cellule staminali prelevate dagli embrioni guariscono le malattie. Importanti riviste scientifiche (Nature, ad esempio) hanno dimostrato che queste cellule provocano tumori maligni su animali mentre quelle prelevate da cellule di tessuti adulti curano ben 58 patologie. Ma quanto ai Pacs, ogni giurista sa bene che le istanze portate avanti dalle coppie di fatto (parlo di coppie uomo-donna) possono oggi essere regolate con gli istituti esistenti nell’ordinamento giuridico italiano. Se ad esempio si cointesta il contratto di affitto non ci sono problemi in caso di morte di uno dei due conviventi. Se si dichiara per iscritto che in caso di malattia il convivente è delegato di gestire ogni affare della persona malata, si risolvono molti problemi, incluso il diritto a entrare nell’ospedale. Insomma basterebbe regolare l’unione dal punto di vista del diritto privato”.


E perché allora si continuano a proporre i Pacs?
“Esclusivamente per motivi elettorali. Per attirare i voti dei conviventi”.


di Paolo Luigi Rodari
Il Tempo 18 gennaio 2006