Le eco-bufale di verdi e no-global

Politiche ambientali


Convegno in USA per denunciare le catastrofi create dalle potenti lobbies ambientaliste Eco-Imperialismo: il potere è verde, ma i morti sono neri.


L’Africa e l’India dei poveri si rivoltano contro il no-globalismo e il sì-ambientalismo, accusandoli di provocare vere e proprie stragi degli innocenti. E lo fanno sempre più apertamente attraverso le denunce di rappresentanti veri dei drammi della fame e delle malattie che sopportano, sia in occasione dei meeting dell’Organizzazione per il Commercio Mondiale (WTO), sia in convegni come quello promosso qualche giorno fa a New York dal Core (Congress of racial equality), una sigla che da 61 anni si batte negli USA e nel mondo per il progresso delle minoranze, e a Wasghington dal Gorge C. Marshall Institute.


A Cancan, durante una sessione del WTO, fu proprio il Core a lanciare il provocatorio premio “Potere Verde – Morte Nera”, assegnando il primo posto a Greenpeace, per le sue campagne contro l’energia elettrica, i pesticidi, le biotecnologie, i commerci e lo sviluppo economico che possono migliorare o salvare milioni di vite. La motivazione: “Vogliamo ringraziare le zanzare per aver portato la malaria nei paesi meno sviluppati. Ma soprattutto i milioni di bambini che sono morti per rendere questo premio possibile”. Dopo anni spesi da tanti eco-puristi, anche da parte della Organizzazione Mondiale della Sanità, a far pressioni sulle nazioni africane, asiatiche e sudamericane per mettere al bando i pesticidi, ora è dal profondo dell’Africa e dell’India che arrivano le implorazioni. Ridateci il DDT, ha chiesto l’ugandese Fiona Kobusinge ai convegnisti di Core: “O preferite la vita di un uccello alla mia?”. La donna ha raccontato al pubblico impietrito di aver perso per la malaria un figlio, due sorelle e due nipoti. Ma è normale, ne crepano milioni all’anno, bambini soprattutto: un eco-genocidio.


L’esperienza del Sudafrica è agghiacciante: nel 1996 ha vietato il DDT, e da poche migliaia le vittime della malaria sono schizzate a 65.000. Nel 2000 è tornato ad usarlo, e il tasso è sceso dell’80%. In India rimpiangono il Paraquat, vietato in molte aree su pressione dei verdi. Secondo l’economista indiano Prasanna Srinivasan, che ne ha parlato a Washington, il Paraquat è si estremamente tossico e mortale se usato come veleno, ma “impiegato correttamente sta già proteggendo il 40% del prodotto agricolo mondiale. E’ la FAO, organizzazione mondiale del cibo e dell’agricoltura a dirlo”. Senza Paraquat, molta gente è condannata a morire di fame: oltretutto, è un pesticida benigno verso l’ambiente perché biodegradabile e, riducendo le aree necessarie per la produzione, rende più efficiente l’agricoltura.


Malgrado ciò, gruppi verdi come l’International Pesticide Elimination Network sta spingendo per il suo bando globale. Un’altra bandiera del pregiudizio e dell’ignoranza è quella che verdismo e no-globalismo sventolano in funzione ecologica sbarrando il passo alle biotecnologie. C.S. Prakash, professore di genetica vegetale alla Tuskegee University, ha illustrato sul piano scientifico come le modificazioni genetiche delle piante possono ridurre drasticamente il numero di bambini che perdono la vista per la grave carenza di vitamina A. Attualmente, mezzo milione di bimbi diventano ciechi e il riso arricchito (golden rice) può aiutare ad eliminare questa sciagura. Eppure i verdi si oppongono “orchestrando infondate storie allarmanti sulla sicurezza e sul non controllo dei raccolti geneticamente modificati”.


Non stupisce che tanta ecoidiozia stia finalmente generando, oltre alla ribellione diretta degli interessati, il pentitismo di chi aveva idealmente sposato la causa alle sue origini. Parlando della tribuna di New York, uno degli stessi fondatori di Greenpeace, Patrick Moore, ha sparato a zero: “Il movimento ambientalista ha perso la sua oggettività, moralità e umanità. I dolori e le sofferenze che infligge alle famiglie dei Paesi in via di sviluppo non possono essere tollerati un giorno di più”.



Glauco Maggi


© Libero del 27 gennaio 2004