L’Italia e l’arbitrio di potere dei giudici

La cappa ideologica

Il ruolo dissolvitore della magistratura

L’Italia non aveva bisogno di una legge sul “testamento biologico. L’eutanasia era già proibita con chiarezza dalla nostra legislazione. Ma il nuovo testo prodotto dal Parlamento, per l’ambiguità che lo caratterizza, lungi dall’evitare nuovi interventi della magistratura, li moltiplicherà, permettendo agli organi giudiziari di continuare a intervenire in maniera sempre più invasiva e arbitraria. Quanto è accaduto con la legge 40 docet. Analogo sarà il destino della nuova legge sul testamento biologico, perché il testo è pieno di crepe e di varchi che i magistrati sapranno allargare, frantumando le buone intenzioni dei legislatori…

di Roberto de Mattei

 

La sentenza 151/2009 della Corte Costituzionale, del 1° aprile, resa pubblica l’8 maggio, ha di fatto demolito l’impianto della Legge 40 sulla fecondazione in provetta. Quella legge non era buona, ma poneva dei limiti alla sperimentazione selvaggia.
La Consulta, affermando che «la tutela dell’embrione non è assoluta», ha soppresso questi limiti, permettendo di creare, impiantare e congelare embrioni, come se fossero cose e non persone. Con ciò la sentenza, ha portato nuovamente alla luce uno dei più gravi e inquietanti problemi del nostro tempo: il ruolo della Magistratura nel processo di dissoluzione della moralità e del costume sociale.
La filosofia classica, a partire da Aristotele, ha sempre ritenuto che lo Stato, pur nella unicità e indivisibilità della sua sovranità, avesse tre “funzioni distinte”: quella che emana la legge, quella che giudica e quella che comanda. 
Il barone di Montesquieu (1689-1755), nel celebre libro XI dello Spirito delle Leggi, elaborò per primo la teoria della separazione dei “tre poteri”. Il legislativo, il giudiziario e l’esecutivo non erano funzioni riconducibili a un’unica autorità, ma poteri distinti, che potevano entrare in contrasto l’un l’altro.
Richiamandosi a queste dottrine, nel secolo XVIII, il potere giudiziario, rappresentato dai cosidetti “Parlamenti”, si contrappose apertamente alla monarchia francese e al suo governo, che esercitavano il potere legislativo ed esecutivo.
I Parlamenti, istituiti per rendere giustizia in nome del re, si autodefinirono l’“autorità tutelare della nazione” e reclamarono per primi la convocazione degli Stati Generali, nel 1789. Dall’ambiente della magistratura parlamentare uscirono rappresentanti del Terzo Stato come Sieyés, Mirabeau, Condorcet, destinati a svolgere un ruolo decisivo negli anni della Rivoluzione.
Il Medioevo e l’Ancien Régime non confondevano la sovranità con l’esercizio dei suoi poteri; la Rivoluzione Francese attribuì invece la sovranità ai tre poteri separati e dialetticamente conflittuali, così come separate e dialetticamente conflittuali diventeranno nel secolo successivo le classi sociali.
La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 sancì questa tripartizione di poteri. Alla fase “liberale” del 1789 seguì però quella giacobina del 1793-1794, in cui la Rivoluzione, come allora si disse, “divorò” i suoi figli. Il sogno riformatore dei magistrati sfumò tragicamente sulla ghigliottina.
Non si può non vedere una certa analogia, tra quanto accadde allora in Francia e quanto sta avvenendo in Italia. L’opera della nostra magistratura, a partire da Tangentopoli, parve a molti come l’inizio di una “Rivoluzione italiana” destinata a seppellire il regime consociativo del dopoguerra. In realtà, la “Rivoluzione morale” degli anni Novanta si sta rivelando come la “Rivoluzione contro la morale” di quella corrente minoritaria della sinistra giudiziaria che esercita una ferrea egemonia sugli orientamenti dei giudici e influenza profondamente la nostra vita politica.
D’altra parte la Dichiarazione dei Diritti del 1789, pretese di separare la politica dalla morale. L’esercizio dell’autorità del Re, nella società di Ancien Régime, era subordinato a princìpi e a leggi che costituivano il fondamento della sua stessa sovranità. Come ricorda il grande pensatore spagnolo Jaime Balmes, nelle monarchie europee cosiddette assolute vigeva il principio secondo cui non è il monarca ma la legge a comandare. Questa norma, universalmente riconosciuta, era la legge divina e naturale. La sovranità dei monarchi era assoluta, in quanto indivisibile, ma non fu mai arbitraria, senza frontiere morali che la limitassero.
La democrazia moderna, figlia della Rivoluzione Francese, ha trasferito al legislatore un potere sovrano, privo di ogni limite: la volontà della maggioranza diviene la fonte suprema della morale. L’assenza di norme morali rende possibile ai Parlamenti imporre leggi che negano la tutela della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale; che negano l’unicità della famiglia, naturale; che autorizzano ogni forma di manipolazione genetica.
Quando la classe politica rifiuta di riconoscere l’autorità di una legge morale che delimiti il suo potere, non ci si può meravigliare se la classe giudiziaria rivendica a sua volta per sé un potere assoluto, indipendente dallo stesso potere politico. In entrambi i casi ci si richiama alla “volontà del popolo”, come fonte di potere sovrano, interpretando naturalmente in maniera diversa questa delega di autorità.
Come stupirsi allora di quanto sta accadendo? L’Italia non aveva bisogno di una legge sul “testamento biologico. L’eutanasia era già proibita con chiarezza dalla nostra legislazione. La magistratura ha cercato di sovvertire questa legislazione attraverso gli strumenti giuridici di cui dispone.
A questo punto, invece di rendersi conto che il problema era costituito dall’arbitrio di potere dei giudici, si è detto che bisognava fare una nuova legge sul “fine vita”, per modificare quella situazione di anarchia legislativa che la magistratura aveva creato e che di fatto veniva considerata come irreversibile.
Ma il nuovo testo prodotto dal Parlamento, per l’ambiguità che lo caratterizza, lungi dall’evitare nuovi interventi della magistratura, li moltiplicherà, permettendo agli organi giudiziari di continuare a intervenire in maniera sempre più invasiva e arbitraria. Quanto è accaduto con la legge 40 docet.
Analogo sarà il destino della nuova legge sul testamento biologico, perché il testo è pieno di crepe e di varchi che i magistrati sapranno allargare, frantumando le buone intenzioni dei legislatori.
Non serve produrre nuove leggi, di fronte a chi sistematicamente le riscrive, a colpi di sentenze La magistratura continuerà, perciò a smontare e a ricomporre le leggi, a suo piacere, fino a quando il potere politico lo permetterà.
Ma come potrebbe la classe politica evitare l’arbitrio della Magistratura, quando essa stessa rifiuta di riconoscere una legge naturale superiore, a cui ogni potere, il giudiziario, il legislativo e l’esecutivo dovrebbero inchinarsi? È questo il problema di fondo che esige di essere affrontato, se si vuole evitare che la crisi politica e morale che ci devasta divenga irreversibile.

Radici Cristiane n. 45 – Giugno 2009