I cattolici di An contro Fini…

Dal mondo

IL DIBATTITO

FINI È ALLA FINE


IL DOCUMENTO In un documento inviato ai vertici di An da Fini e dal responsabile culturale, Fabio Granata, si legge: «L’humus della civiltà italiana è fin dalle origini, ibrido, meticcio, contaminato». E ancora: «L’Italia è “politeista”».
LA CRITICA Sabato 10 febbraio, su Libero, Socci ha criticato il documento. «Da due millenni l’Italia è il Paese cattolico per antonomasia. Le due minoranze religiose che vi sono state sono pur monoteiste. Quando e dove Fini ha conosciuto un’Italia politeista?». Oggi partono le critiche dei cattolici di An Publio Fiori, Domenico Fisichella e Alfredo Mantovano.


1) Se Roma scompare dalla storia   di Antonio Socci
2) «L’Italia non è politeista». I cattolici di An contro Fini
3) Caro Gianfranco, sei incoerente   
di Alfredo Mantovano

1)


FINI “È FINITO”…
Se Roma scompare dalla storia


di Antonio Socci


Che Gianfranco Fini voglia capovolgere l’identità di An è chiaro. Molti sospettano che la demolizione punti a una narcisistica “Lista Fini“. Ma che bisogno c’è di stravolgere – per questo tragicomico suicidio politico – 2.700 anni di storia patria come viene fatto nel surreale documento riservato che sta circolando tra i vertici del partito? S’intitolaIl modello italiano“, è stato inviato da Fini e dal responsabile culturale di An, Granata. Sarà discusso il 12 febbraio e rappresenta la traccia di un “Manifesto per l’Italia” che verrà lanciato a breve. Esprimerà la “nuova” identità ideologica di An. Il documento intende fornire una cornice “culturale” (si fa per dire) ai ripetuti ammiccamenti di Fini verso il mondo dell’immigrazione islamica ed extracomunitaria. Dunque è in luce il “manifesto ideologico” del finismo multiculturale. È costruito su una “rimozione” che si può solo definire comica. Per spiegare cos’ha dato al mondo «il genio italico» infatti il documento Fini-Granata spazza via Roma. Fa un excursus degli ultimi 2.500 anni di storia della penisola nel quale Roma semplicemente non esiste. Non c’è neanche la parola. Nulla. Totalmente ignorata. È vero che il mito della “romanità” è stato il fondamento ideologico del fascismo che ne fece una caricatura. Ma la storia non la inventò Mussolini. La storia d’Italia è innanzitutto Roma e la cultura classica romana è stata la culla della civiltà occidentale. Portano a Roma non solo le strade d’Europa, ma le lingue europee, le letterature, il diritto e la stessa idea di Europa come scrive – fra gli altri – un ministro dell’attuale governo, Tommaso Padoa Schioppa nel libro “Europa, forza gentile” (Il Mulino). Ancora più decisamente lo spiega Rémi Brague, professore di Filosofia araba alla Sorbona, nel volume “Europe. La voie romaine“. Perfino la Rivoluzione francese e l’Impero napoleonico si richiamarono ampiamente a Roma (per non dire del Risorgimento italiano con il mito laico della terza Roma).
LA NASCITA DEL MADE IN ITALY
Per riconoscere la centralità di Roma non solo nella nostra storia nazionale (che è addirittura banale), ma nella storia europea e mondiale, non bisogna affatto essere “fascisti”, ma solo mediamente alfabetizzati. Del resto il partito che ha avuto più classicisti fra i suoi dirigenti è stato il più antifascista, il Pci (Palmiro Togliatti, Concetto Marchesi, Paolo Bufalini). Gramsci in una pagina dei “Quaderni dal carcere” sottolineò addirittura l’unicità formativa della cultura classica. Pensare gli ultimi 2.500 anni della nostra storia, pensare ciò che il “genio italiano” ha dato all’umanità, senza neanche rammentare Roma è come fare la storia degli arabi dal VII secolo ad oggi senza mai nominare Maometto e l’Islam. Un’impresa più che spericolata: ridicola. Oltretutto prima di Roma l’Italia neanche esisteva. È Roma che l’ha partorita. La storia di Roma – nella sua versione scolastica – comincia poco prima del 700 a.C. e la fine del suo impero, che abbracciava tutto il Mediterraneo e andava da Londra a Gerusalemme, si data solitamente al 476 d.C.. Sarebbero già così 1.200 anni difficili da ignorare. Ma non finisce qui. L’impero romano d’Oriente (quello bizantino) prosegue fino al XV secolo e si richiama alla “terza Roma” perfino lo Zar di tutte le Russie (Czar viene da Caesar) fino al 1917. Nel IX secolo poi in Europa era rinato il Sacro Romano Impero che sarà la culla dell’Europa medievale, Sacro Romano impero come “comunità di popoli” che nella sua ultima versione – l’Impero asburgico – tramonterà solo con la Prima guerra mondiale, nel 1918. Di tutta questa tracimazione di “romanità” nel tempo e nello spazio, non si trova traccia nel documento FiniGranata. Il quale passa dalla colonizzazione greca di alcune coste del Sud Italia (fra VII e II secolo a.C.) al Rinascimento che sarebbe – a loro dire – l’inizio del “made in Italy”. In quei duemila anni che stanno nel mezzo, stando al documento di Fini, non è successo niente che sia degno di nota. Né Roma e il suo impero,né la nascita dell’Italia, né il grande Medioevo dei monaci benedettini che hanno civilizzato l’Europa, il Medioevo romanico e gotico delle cattedrali, delle università, della teologia e della filosofia, degli ospedali, della grande pittura, di San Francesco, dell’architettura, dei Comuni, il Medioevo che ha partorito la prima democrazia, la prima economia capitalista e il primo pensiero tecnico-scientifico. Evidentemente il Fini-pensiero, oltre alla rimozione di Roma, ha un problema con il cattolicesimo che nel documento è rammentato solo una volta e come aspetto marginale della storia italiana. Questa la frase testuale: «culla del cristianesimo e quindi del cattolicesimo, sotto il profilo culturale ed etico l’Italia è però anche l’erede di un’antropologia intimamente “politeista”». Quasi non si crede ai propri occhi. Il cristianesimo per il quale da duemila anni Roma è il centro spirituale del mondo, il cattolicesimo che definisce “romani” oggi un miliardo di uomini in tutto il globo (pure l’indigeno della Nuova Zelanda, se battezzato, è cattolico apostolico romano) qui sembra una piccola cosuccia. E cos’è mai l’«antropologia intimamente politeista» che permea l’italianità? Da due millenni l’Italia è il Paese cattolico per antonomasia. Le due minoranze religiose che vi sono state (le comunità ebraiche per antico radicamento e gli islamici per le invasioni della Sicilia) sono per eccellenza religioni monoteiste e rigorosamente antipoliteiste. Quando mai e dove Fini ha conosciuto un’I talia politeista? Oltretutto il documento prosegue così: «proprio per la qualità di questo suo carattere (politeista?, ndr), in Italia in nessuna epoca hanno mai attecchito, né in ambito religioso, né in campo politico, forme gravi di intolleranza e razzismo». A parte il fatto che le leggi razziali volute dal fascismo degli anni Trenta furono (eccome!) una forma grave di razzismo, e Fini non dovrebbe dimenticarlo, qui sembra si attribuisca l’assenza di razzismo proprio alla fantomatica «antropologia politeista» e non al cattolicesimo (per sua natura universalista e antirazzista).
SULLE TRACCE DELLA SINISTRA
Ma l’altro errore, che riempie quasi tutto il documento, sta nel demolire ogni idea di identità nazionale e poi nel confondere “multirazzialità” e “multiculturalità”. Inizia così: «da sempre crocevia di genti e di storie, di lingue e di costumi diversi, l’humus della civiltà italiana è ricco e fecondo in quanto, fin dalle sue origini, ibrido, meticcio, contaminato. La terra italiana disegna non tanto un assemblaggio biologicamente multietnico quanto piuttosto il passaggio di una civiltà pluriculturale». Che il popolo italiano abbia amalgamato diversi ceppi etnici è certo, anche se non nei modi estremi che il documento tratteggia (perfino i nostri tratti somatici comunque sono omogenei), ma che qui sia fiorita una «civiltà pluriculturale» è un’assurdità. È vero il contrario. Prima la Roma imperiale e poi, ancor più, la Roma cattolica hanno fatto confluire in un’unica identità le culture più diverse (da quelle dei popoli italici a quella etrusca, da quella greca a quella ebraica, da quella longobarda alla normanna). La riflessione potrebbe farsi molto più approfondita. Ma è chiaro che al leader di An interessa la politica. Sembra che Fini sia approdato alle idee estreme del multiculturalismo della Sinistra. Dovrebbe ribattezzare il suo partito “Alleanza anazionale”. Con una simile svolta il partito della destra democratica italiana – per dirla alla francese – “c’est Fini”. Che vuol dire “è Fini” e anche “è finito”.
www.antoniosocci.it
LIBERO 10 febbraio 2007



2)


«L’Italia non è politeista». I cattolici di An contro Fini


«Un frullato indigesto». L’istantanea scattata da Italo Bocchino rende alla perfezione il pandemonio scoppiato ieri al Forum delle idee di An, dove i cattolici hanno aperto una vertenza contro Gianfranco Fini sul manifesto che dovrebbe fornire le coordinate politico-culturali della destra. Riaperto, a dire il vero. Lo strappo con i teo-con di An, infatti, si era già consumato con la dipartita dei cofondatori cattolici del partito Publio Fiori e Domenico Fisichella, prima delle Politiche, e Gaetano Rebecchini poi, fuoriuscito ai tempi del referendum sulla procreazione assistita. E ieri è stata la svolta di Alfredo Mantovano, che ha sferrato un attacco durissimo contro il manifesto sul “Modello italiano”, anticipato la scorsa settimana da Libero e presentato ieri al Cnr dal responsabile cultura di An Fabio Granata, accusato dall’ex sottosegretario all’Interno di minare le radici cristiane dell’identità italiana e della destra. Ma che ci fosse Fini nel mirino di Mantovano è divenuto chiarissimo dopo qualche minuto dall’inizio del suo intervento, quando lui ha chiamato in causa direttamente il leader di An per accusarlo di incoerenza ricordando un suo discorso a Montecassino, dell’11 giugno del 2001, in cui Fini professava l’esatto contrario del multiculturalismo, del meticciato e del politeismo esaltati dal documento di Granata. Secca e risentita la replica dell’ex vicepremier, che ha indossato la sua maschera più granitica per rispondere a Mantovano. «Sono francamente allibito nel vedere il furore con cui ci si è scagliati contro l’aggettivo “politeista” e non mi pare il caso di dare corso a crociate ridicole tra sostenitori di De Maistre o di qualche pensiero positivo o ateo-materialista». Soffermandosi sul termine incriminato, Fini ha spiegato che “politeista” non va inteso in senso religioso, ma che «sta per plurale, variegato, portatore di sensibilità, storie e culture diverse». Chissà se queste motivazioni basteranno a riassorbire il malessere che serpeggia da un po’ tra i cattolici di An. Gustavo Selva, ultimo supersite democristiano a via della Scrofa, si era già autosospeso perché deluso dalla mozione di La Russa sui Pacs e ultimamente è stato visto a cena con i dissidenti Francesco Storace e Daniela Santanchè, tanto che pare sia tentato di mollare An. Ma Fini, da tempo proiettato oltre il suo partito, impegnato com’è ad accreditarsi presso la comunità internazionale per conquistare quando sarà il momento – la leadership della Federazione, non arretra dinanzi all’altolà teo-con. E ribadendo la necessità per An di «aprirsi al confronto», ha anzi difeso il modello italiano «declinato in una logica di inclusione e contaminazione», che per lui è «motivo non di scandalo, ma di orgoglio nazionale». Sono questi i temi che gli stanno più a cuore, ai quali non a caso sono stati dedicati anche gli altri due Forum (sull’immigrazione e sulla cittadinanza). E ha concluso: «An non può essere un partito in cui il criterio dell’ortodossia debba sempre essere richiamato quando si ci confronta con una società estremamente complessa». Idea che ha trovato ampi consensi nel think tank di An, tra Gennaro Malgieri, consigliere d’amministrazione Rai, che si è appellato a Federico II per documentare che «il modello italiano si fonda sull’accoglienza e non sull’esclusione», e il senatore Marcello De Angelis, che rivendica «una destra dall’anima inclusiva». Ma quel gran rifiuto dell’ortodossia ha scatenato i teo-con. Il primo a saltare su, dopo Mantovano, è Riccardo Pedrizzi. «L’identità nazionale non può prescindere dal cristianesimo», protesta il presidente della Consulta etico-religiosa di An, che ha anche un personalissimo motivo di attrito con Fini, che lo ha appena rimpiazzato con Silvano Moffa accogliendo su due piedi le sue dimissioni da commissario provinciale di Latina. Il manifesto è andato di traverso anche a Bocchino: «L’Italia non ha bisogno di una destra liberal-progressista, ma di un’autentica destra nazional-conservatrice ancorata alla civiltà cattolica. Scegliere strade diverse significa tradire le tesi di Fiuggi», attacca il deputato di An, che secondo alcuni sarebbe tentato di aprire un terzo fronte interno in An, accanto a Storace e la Santanchè. Le due “spine nel fianco” di Fini, che ieri non hanno mancato di farsi sentire. «Nel momento in cui ognuno è alla ricerca di un’identità, noi che ce l’abbiamo più di tutti la mettiamo in discussione. Essere camaleontici in politica è penalizzante», chiosa la Santanchè. «Ad essere allibito sono io», sbotta Storace, «Fini ci sta facendo immergere nell’abisso del relativismo». Più duro Carmelo Briguglio, che accusa il leader di An di «riciclare con 30 anni di ritardo le vecchissime idee della “Nouvelle droit” di Alain de Benoist, del Grece e del Club de l’Horloge: una destra anticristiana, neopagana e razzista».
di Barbara Romano
LIBERO 13 febbraio 2007



3)


Caro Gianfranco, sei incoerente


di Alfredo Mantovano*
* Senatore e membro dell’esecutivo di An


Confesso che la prima sensazione olfattiva che ho avuto leggendo la bozza finalizzata alla elaborazione di un Manifesto per l’Italia è stata un odore di stantio. Vi trovo echi di suggestioni diffuse negli anni 70 dall’associazione G.R.E.C.E., dalla rivista Nouvelle Ecole, dagli scritti di Alain de Benoist (i cui corrispondenti nostrani erano Diorama filosofico, Diorama letterario e Marco Tarchi). Una “scuola francese” che certamente oggi non ha alcun collegamento con Sarkozy. Colgo nella bozza degli assiomi francamente inaccettabili: in sé e per le conseguenze politiche. Secondo tale ottica, l’Italia sarebbe una civiltà pluriculturale. In questa mescolanza starebbe l’anomalia italiana, sulla quale costruire il nuovo “modello italiano”. Questa storia dell’anomalia italiana ha ordinariamente una lettura negativa, che ha trovato interpreti autorevoli in Umberto Eco, Giorgio Bocca ed Eugenio Scalfari, ma si collega pure a correnti ideologiche con un pregiudizio anti-italiano: azionismo, dossettismo, gramscismo. Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere scrive che il materialismo “presuppone tutto questo passato culturale, […] la Riforma, […] la rivoluzione francese, […] il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita”. Il materialismo è “il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale” e corrisponde “al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese”.
GRAMSCI E IL MURO
Secondo questa impostazione, l’anomalia italiana consiste nel fatto che l’Italia non ha conosciuto la Riforma protestante, si è opposta attivamente alla Rivoluzione francese, e continua a essere un Paese anomalo, se un personaggio come Silvio Berlusconi riesce a vincere più volte le elezioni. Dunque, l’anomalia, databile dal XVI secolo, continua; ed è tale non solo per Gramsci e per l’azionismo, ma anche per gli eredi del dossettismo. Quando Prodi si definisce cattolico adulto, con ciò guarda dall’alto in basso i “cattolici semplici”, quelli che 200 anni fa fecero le Insorgenze e che oggi continuano a insorgere contro il tentativo di proporre egemonie estranee alla tradizione italiana; proviamo a chiedergli la sua opinione sui giovani della “generazione Giovanni Paolo II”… Se il processo storico richiamato da Gramsci finisce in un vicolo cieco, emblematizzato dalle pietre che rotolano dal Muro in disfacimento, il Muro che crolla si ripercuote sull’intero processo, con una sorta di effetto domino, e pone in crisi nel suo insieme l’itinerario descritto con lucidità dal fondatore del Pci. La Sinistra può accettare una ritirata tattica, non può rinunciare alla propria creatura ideologica. L’arretramento ideologico di larga parte della Sinistra la fa attestare alla fase antecedente, col rinvio al trinomio rivoluzionario del 1789: non c’è poi tanta distanza fra l’égalité giacobina e il livellamento sociale realizzato sotto il simbolo della falce e del martello. Pongo un quesito: se a Sinistra non ci si è allontanati dal comune denominatore che è stato l’humus – tra l’altro – del comunismo, perché mai una prospettiva culturale e politica sconfitta dalla storia dovrebbe ricevere oggi una sorta di soccorso culturale da Destra? Parlare di modello italiano vuol dire chiamare in causa l’identità italiana, ma qual è questa identità? L’Italia esiste da quasi un millennio come unità culturale e linguistica, sulla base di una eredità romana maturata in un complesso mosaico di lingue e di stirpi: non confondiamo questa molteplicità con una presunta multiculturalità, o addirittura con un presunto politeismo. Ciò che contesto alla “bozza Granata” è di sovrapporre multietnicità e multiculturalismo. La straordinaria varietà italiana ha sempre avuto, e ha tuttora, un collante, che va riconosciuto nella sua oggettività: in Italia c’è Roma, e a Roma c’è il Vicario di Cristo. L’Italia è la terra in cui l’eredità greca e l’eredità romana, grazie all’opera di San Benedetto, dei suoi monaci e di chi ha proseguito il loro lavoro, si sono fuse e hanno dato luogo all’autentico spirito europeo.
LE ULTIME PAROLE FAMOSE
Lo ricordò, con parole che vorrei riportare, proprio Gianfranco Fini, in un bel discorso tenuto a Montecassino l’11 giugno 2004: «Subito dopo le migrazioni barbariche l’Europa è diventata la fucina di una civiltà. Diverse culture si sono dapprima scontrate, poi amalgamate sempre di più, fino ad assumere una fisionomia nuova ed omogenea. Questo non sarebbe accaduto se la Chiesa non fosse intervenuta in tale processo… L’opera di inculturazione ha permesso alle diverse culture di entrare in relazione – purificandosi – con la medesima fede, convergendo fra di loro verso questo centro unificante. Se il Cristianesimo non avesse svolto questo lavoro in Europa, l’Europa sarebbe stata una semplice appendice geografica dell’Asia». Che cos’ha in comune tutto questo con quel sommario richiamo al “politeismo”? Questa nostra identità somiglia a un grande affresco, bello, ricco, pieno di particolari interessanti, in cui spiccano tre colli, quelli sui quali si fonda la nostra civiltà e la civiltà europea: Golgota, Acropoli e Campidoglio. Gerusalemme, con la fede nel Dio unico; Atene, con la filosofia dell’essere; Roma, col suo diritto radicato nella realtà. Quest’affresco si è deteriorato con il tempo, ma un giorno – l’11 settembre 2001 – ci si è resi conto che quest’affresco meritava un restauro e un rilancio. L’identità non è soltanto qualcosa da riscoprire o da tutelare. È qualcosa da promuovere, giocando all’attacco, formulando proposte, ragionando “in positivo”, sui grandi temi che attendono risposte: la difesa della vita (penso alla bioingegneria), la tutela della famiglia (è inattuale?), la libertà di educazione, e la libertà dal terrorismo. Questo mi attenderei da un forum di Destra: non delle improbabili variazioni sul tema politeismo.
LIBERO 13 febbraio 2007