Gli italiani al telefono sono i più controllati d’Occidente…

Partecipazione del cittadino

In Italia il record di linee sotto controllo


Una recente ricerca ha calcolato che la sola provincia di Lecce superava addirittura gli Stati Uniti d’America quanto a telefoni “ascoltati”. Le stime parlano di 300mila utenze tenute sotto controllo in Italia…

Giampiero Fiorani è in buona compagnia. L’amministratore delegato di Bpi la cui telefonata con Antonio Fazio ha fatto scattare la bufera su Bankitalia fa parte dell’esercito di italiani sottoposti ogni anno ad intercettazioni telefoniche. I dati sono piuttosto impressionanti: il nostro Paese “intercetta” più degli altri paesi occidentali messi insieme. Una recente ricerca ha calcolato che la sola provincia di Lecce superava addirittura gli Stati Uniti d’America quanto a telefoni “ascoltati”. Le cifre: nel 1996 il Washington Post denunciava il « boom » delle intercettazioni autorizzate dal dipartimento di giustizia, “schizzate” da 340 nel 1992 a 672 nel 1996. In Italia le stime parlano di 300mila utenze tenute sotto controllo. Un totale che deriva dalle 100mila intercettazioni effettuate su linee fisse ogni anno dalla Telecom, dalle 140mila intercettazioni su telefonia mobile disposte dalla Tim. Sono 120mila i “tabulati”, ossia gli elenchi forniti annualmente alla magistratura dalla stessa società. Addirittura due milioni, invece, gli “anagrafici”, ossia i certificati che associano un’utenza telefonica al proprietario. Più o meno uno su dieci degli oltre 20 milioni di clienti Tim. Se analoghe percentuali vengono spalmate sulle altre compagnie telefoniche, non è quindi fuori luogo ipotizzare un totale di circa 300mila utenze controllate ogni anno. Non c’è stato solo Craxi a scagliarsi contro le intercettazioni: nel ‘ 96 disse che l’uso smodato di questo strumento aveva fatto «uscire l’Italia dallo Stato di diritto». Anche il ministro Castelli ha più volte sottolineato l’anomalia italiana: nel 2004 ha denunciato una spesa per intercettazioni prossima a 300 milioni di euro. Qualche mese fa, la stessa Tim ha fatto sapere alle procure italiane che le 5.000 linee intercettate erano ormai sature. La sola procura di San Remo, per citare un esempio significativo, negli anni scorsi aveva attivato un totale di cento postazioni di ascolto, la cui giustificazione è piuttosto difficile da immaginare. Soprattutto se confrontata, per esempio, con zone ad alto tasso di criminalità di stampo mafioso, “ferme” a qualche decina di postazioni attive. Quello delle intercettazioni è, come si può capire con un’occhiata alle cifre, un business non indifferente: oltre ai guadagni diretti delle compagnie telefoniche, vanno considerati anche gli introiti dell'”indotto”, ossia delle operazioni di trascrizione e ricerche incrociate sui tabulati delle intercettazioni stesse. Un’opera senza la quale le intercettazioni stesse risultano per lo più inutili, e anche un grande affare. Tanto che alcuni poliziotti hanno preferito mettersi in aspettativa e partecipare a questo business. Reso possibile anche dall’insindacabilità dei procuratori capi nell’affidamento degli incarichi nel corso delle indagini. Per esempio, a Campobasso la Telecom ha prodotto per la procura “Enigma”, un sistema capace di intercettare telefonate, sms ed email. Ma così tante intercettazioni sono destinate a rimanere in parte inutilizzate, non solo perché inutili ma anche per questioni pratiche, economiche e tecniche.


di Martino Cervo


Libero – 2 agosto 2005