Tempi intervista Silvio Berlusconi

Dal mondo

Intervista a Silvio Berlusconi

L\’autunno caldo lo faccio io

Il 25 luglio scorso disse che la politica del suo governo «è una politica decisamente di sinistra». E in effetti, i primi tre mesi del Berlusconi IV presentano un bilancio decisamente popular. Notato anche dall\’ultraliberal Newsweek. Ma non da Famiglia cristiana, Furio Colombo, Pancho Pardi e Rosy Bindi che insistono sullo scenario da massacro fascista…

Il 25 luglio scorso disse che la politica del suo governo «è una politica decisamente di sinistra». E in effetti, i primi tre mesi del Berlusconi IV presentano un bilancio decisamente popular. Notato anche dall\’ultraliberal Newsweek. Ma non da Famiglia cristiana, Furio Colombo, Pancho Pardi e Rosy Bindi che insistono sullo scenario da massacro fascista. Vabbè, ogni italiano ha occhi per vedere le colonne di autoblindo che controllano le piazze e, soprattutto, le redazioni dei giornali piene di camicie nere. Ma insomma, dalla sicurezza alla giustizia, dalla detassazione dei salari alla Robin Tax, dalla fine dell\’emergenza rifiuti in Campania all\’innovativa finanziaria, approvata in largo anticipo, triennale e blindata da ogni assalto alla cassa pubblica, il governo ha macinato leggi su leggi. E di chi sarà la colpa se, purtroppo, a luglio gli assenteisti statali sono diminuiti del 37 per cento e le ore lavorate, grazie al bonus fiscale sugli straordinari, sono aumentate del 17 per cento? Delle leggi razziste? Insomma, per dirla con la metafora di Robert Kagan sugli europei che verrebbero da Venere per la loro attitudine a sognare un mondo di paradisiaca pace kantiana e gli americani che verrebbero da Marte per il realismo muscolare con cui affrontano le contraddizioni del nostro purgatorio terrestre, sembra che la cosa che infastidisce di più i soloni nostrani è il carattere marziano di Silvio Berlusconi. Se non sposta le montagne, lui non è contento. Certo. L\’impossibile è anche un po\’ il suo difetto. Quasi quasi si crede un Giove. Vero. Quasi sempre si specchia nell\’acqua di un Adone Narciso e si vede forte, giovane, bello. Gagliardo principe di un Olimpo dove l\’amore e la guerra, il frivolo sentimentale e la reputazione da statista, passeggiano mano nella mano, lieti e cum gaudio, per il giardino dell\’Eden di Villa Certosa. A settantadue anni Silvio fa il papà del suo seguito, il nonno con i nipoti, il coetaneo tra le ragazze. E il Cesare senza età nel panorama della politica italiana e internazionale.

Presidente, nonostante l\’Italia ereditata da Prodi e la congiuntura internazionale sfavorevole, gli osservatori indipendenti concedono al Berlusconi IV una certa chiarezza di idee e un carattere assai decisionista. Su Napoli, sicurezza e giustizia state rispettando le promesse fatte agli elettori. Ha qualcosa di cui rimproverarsi, da correggere alla ripresa di settembre?

In tutta sincerità, vedo soltanto numerose buone ragioni per essere soddisfatti dei risultati conseguiti. Come lei giustamente ricorda, questo governo in poche settimane, e nonostante la difficile situazione ereditata, ha posto mano a riforme importanti per il rilancio dell\’economia e per la sicurezza dei cittadini, così come ha dimostrato di saper lavorare con efficacia su problemi concreti, primo fra tutti la tragedia dei rifiuti a Napoli. Certo, sarebbe un atto di presunzione affermare che nulla possa essere migliorato. L\’esperienza stessa del funzionamento della macchina di governo può suggerire aggiustamenti in corso d\’opera. Ma sinceramente si tratta di dettagli. La verità è che abbiamo mantenuto gli impegni assunti con gli elettori, approvando 41 provvedimenti di cui molti sono già stati tradotti in legge dal Parlamento, grazie a un governo determinato, che fa un ottimo gioco di squadra, davvero un\’altra cosa rispetto al litigioso governo Prodi, e a una maggioranza molto coesa, senza che nessuno remi contro come ci è accaduto in passato.

Nessun politico, men che meno l\’ottimista per antonomasia, vorrebbe che in cima a un\’intervista si parlasse dell\’uragano che ha investito l\’economia internazionale. Ma, ammettiamolo, è la preoccupazione che sta in cima al pensiero degli italiani al rientro dalle ferie. Nessuno ha il coraggio di nominare quella parola: "recessione". Non crede che bisognerà cominciare a chiamare col loro nome le cose (mutui alle stelle, fallimenti di banche, stagnazione della produzione, crollo dei consumi) della crisi finanziaria internazionale che investe anche l\’Italia?

Con il pessimismo non si va da nessuna parte, e io non conosco nessuno che abbia realizzato qualcosa di importante nella vita senza essere sorretto dall\’ottimismo. Dobbiamo conservare questa filosofia del fare anche di fronte alle difficoltà dell\’economia internazionale, che sono preoccupanti e hanno ragioni precise. Due miliardi di persone, in Cina, India e Russia, sono entrate da poco sul mercato globale e per migliorare il loro tenore di vita stanno facendo salire la domanda di petrolio, di materie prime e di derrate alimentari, con un forte rialzo dei prezzi su scala mondiale. Questo si riflette pesantemente sulla nostra economia e sui bilanci delle famiglie. Non è stato un caso se, fin dalla campagna elettorale, sono stato chiaro: le condizioni non ci consentono miracoli. Il Pil non cresce, il gettito dell\’Iva è diminuito del 7 per cento, segno di un calo degli affari e dei consumi: abbiamo il terzo debito pubblico del mondo senza essere la terza potenza economica. Per restare in Europa avevamo due strade, aumentare la pressione fiscale o tagliare la spesa pubblica. Abbiamo scelto la seconda strada, per arrivare al pareggio di bilancio entro il 2011 senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Ma ora non bisogna neppure commettere l\’errore di ingigantire i problemi. Sento parlare da più parti di un "nuovo 1929": ma chi dice queste cose si ricorda cos\’è stato il 1929, in America? Suicidi a catena di imprenditori ridotti sul lastrico, assalti agli sportelli delle banche, file di disoccupati per le strade, molte persone ridotte letteralmente alla fame. Qualcuno può seriamente affermare che stia succedendo qualcosa di simile? Credo che sia onesto dire la verità alle persone, e la verità sulle condizioni economiche italiane e mondiali non è molto piacevole. Seminare il panico invece non solo non è onesto, ma è controproducente, perché il panico ha esso stesso un effetto depressivo sul ciclo economico. In ogni caso, dobbiamo lavorare di più, perché in Italia si lavora poco: da noi lavorano 4 persone su dieci, contro le 5 su dieci in Europa e le 6 su dieci negli Stati Uniti.

Il governo ha già varato alcuni provvedimenti: la detassazione degli straordinari, un innovativo Dpef triennale, la cosiddetta Robin tax, la convenzione con le banche sui mutui. Cosa dimentichiamo e cosa dobbiamo aspettarci di nuovo dal suo governo su questo fronte, cioè sui provvedimenti per le famiglie e i singoli cittadini italiani, i cui redditi reali sono fermi da quindici anni mentre l\’inflazione è al 3,8 per cento?

Dimentica, per esempio, la cancellazione dell\’Ici sulla prima casa, che riguarda l\’80 per cento delle famiglie italiane. La casa in proprietà non è un lusso, è un bene primario spesso frutto dei sacrifici di una vita di lavoro. Per questo stiamo rendendo operativo il Piano casa per le giovani coppie, con la costruzione di alloggi standard che avranno una rata di mutuo inferiore ai canoni di mercato. Dimentica anche la carta prepagata per le spese dei più indigenti. Potrei continuare. Ma naturalmente – per venire alla seconda parte della sua domanda, che riguarda il futuro – c\’è molto altro da fare, per aiutare le famiglie: per esempio, il bonus bebé e l\’introduzione del quoziente familiare, che si tradurrà in una fiscalità più vantaggiosa per i nuclei familiari più numerosi. Sul piano strutturale abbiamo avviato anche un serio programma di liberalizzazioni, da realizzarsi con il consenso e il contributo delle categorie interessate: vogliamo liberalizzare non in base ad astratti schemi ideologici, ma laddove concretamente più concorrenza significhi migliori servizi a prezzi più bassi. Anche questo è un modo per tutelare il potere d\’acquisto dei cittadini.

Lei ha annunciato che dopo l\’estate il governo si concentrerà principalmente su tre grandi riforme: federalismo fiscale, giustizia e legge elettorale per l\’Europa. Ci può anticipare qualche contenuto di questi provvedimenti e le sue personali valutazioni per ciascuna di queste tre riforme in cantiere?

Due di queste grandi riforme, quella sul federalismo fiscale e quella della giustizia, sono destinate a cambiare profondamente il volto del nostro paese. Il federalismo fiscale significa portare l\’imposizione e la spesa il più vicino possibile ai cittadini. è il vero federalismo: forse pochi si rendono conto di come questo cambierà davvero le regole e le abitudini della vita pubblica nel nostro paese. Sarà la più grande riforma della vita pubblica italiana realizzata dal dopoguerra ad oggi. Quanto alla giustizia, si tratta di mettere in pratica molte delle idee di Giovanni Falcone: separazione dell\’ordine degli avvocati dell\’accusa dall\’ordine dei magistrati, indirizzo dell\’azione penale superando l\’attuale ipocrisia della finta obbligatorietà, criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati. Vogliamo valorizzare i tanti magistrati seri, che svolgono il loro lavoro in modo coscienzioso, con spirito di sacrificio e spesso rischi personali. Purtroppo il loro lavoro è offuscato da pochi altri che, per pregiudizio ideologico unito a smania di protagonismo, proiettano con comportamenti deviati un\’immagine distorta della magistratura italiana. Noi siamo dalla parte dei magistrati, non delle frange ideologizzate e giustizialiste. Quanto alla riforma della legge elettorale europea, serve a rendere queste elezioni più omogenee alle altre: non ha senso che il cittadino ogni volta che si reca alle urne debba fare i conti con un sistema elettorale diverso. Su tutto questo vogliamo intervenire, anche per dare il giusto valore all\’appuntamento elettorale per l\’Europa.

Ha avuto concreti segnali distensivi dall\’opposizione? Registra una qualche ripresa di volontà di dialogo su questi temi?

I segnali che vengono dall\’opposizione sono come sempre contraddittori. E francamente l\’esercizio di decifrarli non mi appassiona più di tanto. Dico solo che per dialogare bisogna essere in due e che il rapporto deve essere improntato a una lealtà e a un rispetto che francamente non vedo dall\’altra parte. So comunque che nell\’opposizione ci sono molte persone responsabili interessate quanto noi a riformare profondamente questo paese.

Se l\’opposizione non vi seguirà andrete avanti lo stesso? In altre parole, farete la riforma federale, quella della giustizia e quella elettorale con o senza l\’opposizione?

Certamente e inevitabilmente. Ma non voglio credere che il Pd si sottrarrà davvero ad un confronto serio su questi temi. Certificherebbe la morte del suo progetto riformista e si troverebbe, paradossalmente, a fare da ruota di scorta a Di Pietro, a Grillo, ai girotondini.

Il Pd prosegue nella raccolta di firme e conferma la manifestazione di ottobre contro il governo. Come giudica sin qui la leadership e le mosse di Veltroni?

Molto deludenti. Avevo sperato davvero che la gestione Veltroni significasse l\’apertura di una stagione nuova della politica italiana. Invece la sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni. Credo che altrettanto delusi siano molti dei suoi sostenitori. Lei mi domandava al principio di questa conversazione se vi fosse qualcosa di cui mi sono pentito. Ecco, forse l\’unica cosa è di aver dato troppo credito alla speranza di dialogo e a questa speranza non ho voluto rinunciare sino all\’ultimo. Peccato, per la sinistra e per la democrazia italiana.

Crede che la parte più ragionevole dell\’opposizione riuscirà a isolare Antonio Di Pietro o pensa che il "partito delle manette" sia destinato a cannibalizzare il Pd?

Spero ardentemente che la parte più ragionevole dell\’opposizione sappia ribellarsi a questa deriva. Ma non vedo ad oggi segnali molto incoraggianti, per il momento.

Barack Obama è venuto in Europa ma non è andato a stringere la mano del supporter che gli ha scritto la prefazione dell\’autobiografia. Lei non è Walter Veltroni e probabilmente tifa John McCain. Ma dica la verità, su chi scommetterebbe per le presidenziali di novembre?

Personalmente non esprimo preferenze: ritengo sarebbe del tutto inopportuno che il presidente del Consiglio italiano entri nel dibattito elettorale interno di un grande paese amico ed alleato come gli Stati Uniti. Quale che sia la scelta degli elettori americani – e i sondaggi dicono che è tutt\’altro che scontata – sono certo che i fondamentali della politica estera americana non cambieranno. Un grande paese come gli Stati Uniti non viene meno alla sua vocazione internazionale perché cambia un presidente. Da questo punto di vista la vittoria di Obama porterebbe la sinistra italiana ad una condizione davvero paradossale. Dovrebbero appoggiare, poiché compiute da Obama, le stesse scelte che hanno condannato ferocemente quando le ha fatte Bush. Per noi invece, che siamo davvero amici dell\’America, cambierebbe ben poco.

Quando lei rese nota la lista dei suoi ministri fece storcere il naso anche a tanti suoi fan e politici del suo schieramento. L\’opposizione ironizzò parlando di un "governo protesi di Berlusconi". Pare che avesse ragione lei, visto il dinamismo della sua compagine. Prevede aggiustamenti, rimpastini, new entry per le sfide dell\’autunno?

Squadra che vince non si cambia, semmai si rafforza. E noi direi che stiamo cominciando a vincere una partita molto difficile. Sono molto soddisfatto della squadra di governo, che – lo dicevo anche prima – è molto determinata e coesa, soprattutto sono convinto che i ministri più giovani stiano dando un\’ottima prova. Tutti i ministri, nessuno escluso, sono consapevoli della comune responsabilità e si stanno impegnando al massimo.

Lei è consapevole che la Lega è un partito pronto ad alleanze variabili perché Bossi è forte su base territoriale e, diciamo così, ha costruito un "partito di scopo". Crede a una possibile evoluzione della Lega o il Pdl si dovrà attrezzare per l\’autosufficienza?

Il rapporto tra noi e la Lega è forte e consolidato: non è un\’alleanza tattica né semplicemente numerica; la Lega esprime esigenze complementari a quelle di chi vota per noi, i valori di riferimento sono comuni e i programmi sono omogenei. Il federalismo fiscale non è solo un tema della Lega, la riforma della giustizia non interessa solo noi. La Lega esprime, con un linguaggio diverso dal nostro, e ponendo l\’accento su alcuni temi, lo stesso progetto politico che ci ispira. E poi c\’è l\’eccellente rapporto personale che mi lega a Umberto Bossi: sulla cui amicizia e lealtà non ho alcun dubbio. In prospettiva, vedo per la Lega un ruolo complementare al nostro, un rapporto che almeno in parte potrebbe somigliare a quello che unisce in Germania Cdu e Csu.

Qualche rumor si avverte intorno alle presidenze delle Regioni Veneto e Lombardia. Pensa di portare Galan e/o Formigoni a Roma?

Galan e Formigoni oggi stanno svolgendo un compito prezioso alla guida di due delle più importanti regioni italiane. Per questo ho chiesto loro di rinunciare al mandato parlamentare e di continuare il loro lavoro. Ipotecare oggi il futuro significherebbe indebolire la loro azione. A tempo debito, con Umberto Bossi – e naturalmente in accordo con gli interessati – troveremo la soluzione migliore per tutti, e prima di tutto per i veneti e i lombardi, che hanno avuto in questi anni e meritano di avere in futuro una classe dirigente al più alto livello.

In campagna elettorale si dichiarò "anarchico" sui temi cosiddetti "etici". In realtà poi il calore umano reciproco e la coincidenza di vedute emersi nel suo incontro col Santo Padre hanno dato l\’impressione – come in seguito si è visto anche nella sua posizione molto determinata sul caso Eluana Englaro («Le leggi le fa il Parlamento non i giudici») – che il suo governo non promuoverà nessuno dei provvedimenti zapateriani che vengono caldeggiati dalle élite di Bruxelles. E\’ così?

Ho una visione molto diversa da quella del mio collega spagnolo su questi temi. Per la verità non mi sono neppure mai dichiarato "anarchico" in materia etica. Ho semplicemente definito, con un paradosso scherzoso, "anarchica" la linea del Popolo della Libertà, in quanto sempre ispirata in queste materie alla libertà di coscienza. Non si può fare riferimento in questo campo a una rigida disciplina di partito. E in effetti esistono, nel Pdl, alcune persone che in questo campo hanno opinioni differenti da quelle della stragrande maggioranza dei nostri parlamentari e dei nostri militanti. La loro è una testimonianza minoritaria, che non condivido, ma che rispetto. Detto questo, è del tutto evidente che non permetteremo mai alla magistratura di esercitare una supplenza rispetto al potere legislativo, cosa che alcuni magistrati tendono a fare su questo come su altri temi. L\’incontro con il Santo Padre è stata un\’esperienza arricchente. Benedetto XVI passerà alla storia come uno dei grandi pontefici dell\’era moderna. è un uomo di un fascino intellettuale e umano straordinario. Un grande punto di riferimento per tutti, credenti e non. Con lui condivido pienamente l\’idea della sacralità della vita, in ogni suo aspetto e in ogni suo momento. E da uomo di governo mi considero profondamente impegnato a tutelarla.

Lei ha confermato al Santo Padre «la priorità attribuita dal governo italiano ai valori di libertà e tolleranza e alla sacralità della persona umana e della famiglia». Vuol dire che ha in previsione concreti provvedimenti a sostegno della vita e della famiglia intesa come uomo e donna, contro la piaga dell\’aborto e contro ogni tipo di eutanasia, evitando anche una legge sul testamento biologico?

Certo, e fra i primi atti del nostro governo ce ne sono già alcuni importanti in questo senso. Ma molto è ancora da fare. Credo sia dovere di tutti, per venire al concreto, agire perché la legge 194 sia applicata anche e soprattutto nelle parti orientate all\’aiuto alla vita, finora trascurate. Credo che più in generale dovremo lavorare tutti, laici e cattolici, per rimuovere le cause economiche, culturali e sociali che inducono le donne ad abortire. Ogni aborto è una tragedia, una vita che si perde, una sconfitta per la società.

Volendo provocare il suo carattere agonistico ci verrebbe da chiederle se, viste le condizioni in cui si trova l\’opposizione, non ha pensato di invitare a Villa Certosa anche Carlo De Benedetti, tessera numero uno del Pd e che tanto si diede da fare per portare le sinistre al governo («Senza i nostri giornali oggi la sinistra non sarebbe al potere» raccontò a Federico Rampini nel 1997, nel libro-intervista Per adesso). Cosa direbbe all\’Ingegnere se oggi fosse qui a conversare con noi?

Cercherei di capire come possa un imprenditore con una coscienza sociale – e indubbiamente De Benedetti è un imprenditore di prim\’ordine – continuare a sostenere politiche che si sono rivelate catastrofiche per l\’impresa, per i lavoratori, per l\’economia italiana nel suo insieme. Ma sono anni che io tento di capirlo e che lui prova a spiegarlo ma senza risultato.

Se la interrogassero semplicemente in qualità di esperto e le chiedessero quali correzioni apportare alla vendita del marchio e della politica Pd, cosa consiglierebbe?

Direi una cosa persino banale: che vendere un prodotto vecchio, già fuori mercato, puntando solo su una confezione nuova e accattivante, può funzionare per breve tempo. Ma il consumatore non è stupido, si accorge presto di essere preso in giro, e si disaffeziona a quel prodotto in modo definitivo. L\’elettore non è meno accorto del consumatore, in Italia. Da Obama, o da una qualunque sinistra europea, a loro scelta, dovrebbero prendere non gli slogan, ma il coraggio intellettuale e politico.

Il suo antimercatista e fine colbertista ministro Giulio Tremonti dice che siamo alla fine di un mondo e che è «più morale» investire sulla produzione reale che sui future. Cosa può significare, concretamente, tutto ciò per l\’economia italiana?

Potrebbe significare che il capitalismo italiano diventa meno finanziario e più industriale. Io ho sempre creduto che fare l\’imprenditore significasse prima di tutto costruire qualcosa, e poi eventualmente occuparsi degli equilibri della grande finanza. Molti imprenditori italiani hanno pensato, al contrario, che il controllo del "salotto buono" della finanza fosse più importante che investire nei prodotti migliori e nei processi innovativi. Questa è stata una delle grandi debolezze del capitalismo italiano. La creazione della ricchezza viene prima della divisione della ricchezza. Questo è un principio che la sinistra ha sempre dimenticato, ma che anche il mondo imprenditoriale in passato ha sottovalutato. Oggi non possiamo più permettercelo.

di Luigi Amicone
Tempi 21 agosto 2008