Ovociti a buon mercato dall’Europa dell’Est

Vita: politiche di bioetica

Una questione di costi

di Eleonora Porcu

Storie parallele di donne. Di una sappiamo il nome, l’età e la nazionalità: Raluca T, 24 anni, operaia, rumena. Dell’altra, solo che è inglese, sterile, e abbastanza ricca da poter pagare 13mila dollari per avere un figlio. La chiameremo A..


La signora A. alla fine del 2003 si rivolge assieme al marito a una clinica londinese. La soluzione prospettata al suo problema è costosa, ma non richiede nemmeno di lasciare Londra. “Romanian program”, si chiama. Una donatrice a Bucarest – la garanzia è che sia giovane e sana – fornirà i suoi ovuli, che verranno fecondati laggiù col seme del marito, debitamente congelato. L’embrione ottenuto, congelato a sua volta, tornerà a Londra, e verrà trasferito nell’utero della paziente. Affare fatto. La signora A. diventa mamma, come molte altre donne inglesi rivoltesi alla stessa clinica, che hanno scelto, a seconda delle preferenze e delle possibilità economiche, il programma “Ucraina”, o il programma “Creta” – meno costoso, ma i bambini nascono molto scuri di carnagione, diversi in modo un po’ imbarazzante dai genitori inglesi. E qui finisce la storia di A, felicemente, in fondo. Lei, un figlio, sia pure con difficoltà a caro prezzo, l’ha avuto.

La storia di Raluca, invece, comincia. Raluca una figlia l’ha già, di 4 anni. Guadagna l’equivalente di 100 dollari al mese: per questo, quando la sua collega Alina le ha parlato della possibilità di donare ovociti per 250 dollari a donazione, e senza alcun rischio – così promettevano i dottori a Bucarest – ha accettato. 250 dollari: tutto il riscaldamento per l’inverno. O sei mesi d’affitto. Raluca, ragazza madre, non ci ha pensato due volte. C’erano, certo, da fare delle iniezioni, per il trattamento, ma i dottori non avevano detto di cosa. «Se anche glielo avessero spiegato non avrebbe capito, perché Raluca, come la sua amica Alina, è semianalfabeta», ha commentato l’avvocato della ragazza, George Magureanu, parlando a Bruxelles al seminario “Human egg trading and the exploitation of women” indetto dal Core, società di bioetica internazionale, con la partecipazione di numerose parlamentari europee. Comunque, quelle iniezioni erano ormoni in dosi fortissime, per stimolare l’ovulazione e avere ovociti in abbondanza.

Nel giorno indicato, Raluca e poi Alina vanno alla Global Art Clinic, in un quartiere lussuoso di Bucarest. Un posto elegantissimo, sorveglianti alle porte, moquettes, corridoi silenziosi. Le due operaie sono un po’ intimidite. Mai state in un posto così bello. L’anestesia è totale. Al risveglio, ancora un po’ stordite, qualcuno allunga loro un contratto, e una penna. Le due firmano. Sapranno dopo cosa c’è scritto sopra: che si assumono ogni responsabilità circa le conseguenze dell’intervento, che non faranno alcuna azione legale contro la clinica, addirittura che non si rivolgeranno ad altri medici, in caso di problemi. Un contratto incredibile, oltre che illegale. Ma le due ragazze nulla sanno di legge. Si alzano dal lettino, un po’ doloranti, prendono i loro 250 dollari e vanno a casa, contente. Alina ancora di più: ha 19 anni, e quei soldi le servono per la sua festa di nozze.

Poche ore, e inizia il dramma. Emorragie, nausea, vomito, il ventre che si gonfia. Spaventate le due tornano al portone lucente delle clinica: come in portineria sentono cosa vogliono, inesorabilmente le cacciano via. Entrambe vengono ricoverate in ospedale. Alina ci resta quattordici giorni, ha l’addome così gonfio che sembra incinta all’ottavo mese. Il medico dell’University Hospital di Bucarest le dice: «Se lei avesse fatto un altro di questi trattamenti ormonali, avrebbe potuto morire». Raluca presenta gli stessi sintomi, in più il seno le si riempie di noduli. Si è sottoposta a ben tre trattamenti, e il ciclo non riesce più a tornare normale. I medici non sono sicuri che possa tornare ad avere figli.

250 dollari. Quell’ovulo venduto è costato veramente molto caro a Raluca. Nessuno le ha detto a che conseguenze andava incontro, nessuno l’ha assistita, porte sbattute in faccia nella clinica dove con quel suo seme un bambino era stato concepito. Un bambino mandato via corriere a Londra, alla signora A. Raluca non sa dove e come, ma un suo figlio adesso è un cittadino britannico, il suo secondo figlio. Il terzo, probabilmente, non arriverà più.

E non è solo la storia di due ragazze sfortunate. Al seminario del Core, a Bruxelles, l’avvocato Magureanu alle parlamentari attonite ha spiegato come, dopo avere portato le due ragazze in un talk show della tv rumena, di casi identici ne siano emersi decine e decine. Alina e Raluca non sono stati due incidenti, ma la prassi di questa clinica, che da un paio di mesi, dopo un’interrogazione al Parlamento europeo, ha preferito chiudere i battenti. Ma si può immaginare che riaprirà, con un altro nome.

La “domanda” è fortissima, la sterilità dell’Occidente aumenta, e dove trovare ovociti a buon mercato se non nell’Est? Dove trovare donne che fan poche domande, e che per 250 dollari si lasciano riempire di ormoni per due, tre, quattro volte di seguito? È il mercato. La domanda crea l’offerta. Il resto, ci hanno detto e ripetuto, sono moralismi e leggi crudeli, che costringono al turismo procreativo. 250 dollari. A 19 anni a Bucarest ci si può vendere così il futuro, per il sogno di una grande festa di nozze. L’acquirente, si trova.

Da ImpegnoReferendum -Avvenire del 14 luglio 2005