Modificare le parole per destrutturare i rapporti

La cappa ideologica

da www.avvenire.it di giovedì 7 luglio


Cosmesi linguistica specialità degli Zapatero
di
Eugenia Roccella


Un colpo di spugna lessicale, e il gioco è fatto: non ci sono più moglie e marito, non c’è più la famiglia tradizionale. La riforma del matrimonio attuata da Zapatero ha spiazzato tutti. Non c’è stato bisogno di passare attraverso una modifica costituzionale o una discussione articolata sulle norme. E’ bastato semplicemente sostituire maschile e femminile con il genere neutro, con una brillante mossa a sorpresa; incredibile che nessuno ci avesse mai pensato prima.

Infatti qualcuno ci aveva già pensato. La via linguistica alla destrutturazione dei rapporti di parentela non è frutto del genio politico del premier spagnolo, anche se sua è la determinazione disinvolta con cui l’ha imboccata. Lo zapaterismo non agisce nel vuoto, ma nasce dal progetto culturale portato avanti con sistematicità e coerenza dalle Nazioni unite e, a seguire, dall’Unione europea.
Sono anni che, a livello internazionale, è in atto una rivoluzione terminologica, una meditata strategia delle parole che si articola in alcune riconoscibili modalità di intervento. In primo luogo, la manipolazione di tipo eufemistico, che parte dalle più classiche perifrasi del politicamente corretto, per scivolare allegramente nella censura; poi l’uso di un vocabolario tecnico, che serve a mascherare, dietro un’apparente asetticità, una precisa impostazione ideologica; infine c’è una tendenza esplicitamente programmatica, che diffonde un lessico di trasformazione concettuale.
L’uso di termini eufemistici punta a desensibilizzare le coscienze, ma è talvolta così plateale da lasciare disarmati: per esempio l’Unfpa (l’agenzia dell’Onu per la popolazione), che nei campi profughi distribuiva un’attrezzatura chiamata “kit d’interruzione di gravidanza”, con molto tatto ne ha cambiato il nome in “kit di emergenza per la salute riproduttiva”, per evitare rifiuti pregiudiziali.
Questa tendenza alla cosmesi linguistica si limita a ritocchi di superficie, e non arriva al cuore dei concetti. Tutt’altro effetto si ottiene c on il vocabolario tecnico, volutamente neutro, che ha ormai soppiantato tutti i termini ritenuti troppo valoriali, troppo carichi di storia e di significati. Da tempo, per esempio, è bandita dai documenti Onu la parola maternità, se non dove è impossibile sostituirla. Nemmeno si parla più di procreazione, ma soltanto di salute riproduttiva o diritti riproduttivi, definizioni in cui l’aggettivo richiama la riproduzione dell’identico, quindi della specie, ed evita di alludere alla preziosa unicità dell’essere umano. Naturalmente anche “madre” e padre” sono pressoché scomparsi, in favore di “genitorialità” o “progetto parentale”, termini sessualmente neutri.
Alla tendenza che abbiamo definito programmatica appartiene la sostituzione (ormai a uno stadio di realizzazione molto avanzato) delle parole uomo e donna con “genere”. In questo caso non si tratta solo di privilegiare la neutralità, ma di introdurre l’idea che l’identità sessuale sia una pura convenzione, tutta interna all’ambito della cultura, dunque fluttuante e modificabile, senza un fondamento necessario nella biologia e nel corpo.
E’ chiaro dove il Primo ministro spagnolo ha tratto la sua ispirazione. In Italia siamo poco abituati a prestare attenzione a quanto avviene negli organismi internazionali, che per l’opinione pubblica sono sigle benemerite, viste nella rosea nebbia della lontananza. Ma l’attività dell’Onu, e ovviamente ancora di più quella dell’Unione Europea, ci tocca da vicino. Ce ne accorgiamo quando, come nel caso di Zapatero, il progetto culturale internazionale si incarna in una politica nazionale definita, qualcosa che esce dal limbo innocuo delle parole, e diventa drammaticamente un fatto.