Milano-Bagdad sognando il martirio

Terrorismo


Quei 5 kamikaze lombardi morti in Iraq. L’indagine: Giovani, islamici, scaltri e frustrati: i loro documenti italiani trovati a gennaio in Kurdistan. di Magi Allan

MILANO – Via Martiri Oscuri. Una profezia che racchiude la vita e la morte di Kamal Morchidi. Il personaggio di maggior spicco tra i kamikaze islamici che dal capoluogo lombardo si sono immolati nella capitale irachena. Il simbolo dell’affermazione di Milano quale “fabbrica di shahid “, i martiri dell’Islam. Qui sono state “prodotte” almeno cinque “bombe umane” che si sono fatte esplodere nella prima linea dello scontro frontale contro l’Occidente. Giovani immigrati a cui fanatici predicatori nostrani e spregiudicati burattinai stranieri hanno estirpato dal Dna l’istinto naturale alla sopravvivenza. Finendo per disprezzare il valore della sacralità della vita. Una tragica realtà che rende Milano simile a Londra, Parigi e Amburgo, ma anche a Bagdad, Riad, Casablanca e Istanbul.



Terra di esportazione di shahid , la micidiale arma vincente della guerra totale scatenata dal terrorismo islamico globalizzato che fa capo a Osama Bin Laden.


Ventitré anni, fisico tarchiato, fronte ampia, capelli corti, sopracciglia folte, baffi e barba incolti. Kamal, nato a Tunisi il 23 aprile 1980, aveva uno sguardo severo. Era visibilmente intelligente, scaltro, intraprendente, ambizioso. Ma al tempo stesso serbava insofferenza, frustrazione, voglia di riscatto in un mondo percepito come profondamente ingiusto. Sentimenti condivisi dai concittadini di Beni Mellal, una “piccola Italia” nella regione centrale agricola del Marocco. Da lì arriva la gran parte degli immigrati nel nostro Paese. D’estate per le strade della cittadina girano quasi esclusivamente auto con targa italiana. E’ il trofeo esibito da chi pensa di aver vinto la battaglia contro la miseria e la disperazione. Per arrivare in Italia le famiglie vendono la casa, la terra e il bestiame. Molti sono costretti a consegnare l’intero patrimonio e la propria vita nelle mani delle mafie che gestiscono il traffico dei clandestini.



Kamal era riuscito a raggiungere l’Italia e a mettersi in regola. Aveva il permesso di soggiorno numero A560874 rilasciato dalla Questura di Milano il 16 ottobre 2001. Quasi una predestinazione la residenza in via Martiri Oscuri, una traversa di viale Monza non lontano da Piazzale Loreto. A Milano Kamal diventa socio fondatore della cooperativa “General Service”. Tramite l’offerta di documenti falsi per regolarizzare i clandestini, finanziava “Ansar al Islam”, il gruppo terroristico curdo legato a Al Qaeda e, al tempo stesso, selezionava gli aspiranti mujahidin , combattenti islamici, da inviare in Afghanistan e Iraq. Nel 2001 Kamal viene individuato in un campo di addestramento militare di Al Qaeda in Afghanistan. Sarebbe rientrato in Italia e poi ripartito per l’Iraq. Per consumare l’ultimo atto della sua vita, il tragico passaggio da mujahid a shahid . Alle prime luci del 26 ottobre 2003 Kamal si fa esplodere a bordo di un’autobomba contro l’Hotel Al Rashid di Bagdad nel momento in cui vi soggiornava il sottosegretario alla Difesa americano Paul Wolfowitz.



Estrema ironia della sorte: in arabo il suo cognome, Morchidi, ha lo stesso significato di Al Rashid, ovvero “Il ben guidato” o “Chi segue la retta via”. Il fatto che Al Qaeda lo abbia prescelto per un attentato così rilevante, attesta l’importanza attribuita a Kamal e, più in generale, ai kamikaze provenienti dall’Italia. Nel gennaio 2004 nel campo di addestramento di Kurmal, nel Kurdistan iracheno, gestito da Ansar al Islam, furono rinvenuti i documenti italiani intestati a Kamal, tra cui la carta d’identità e il codice fiscale, nonché la fotocopia del passaporto marocchino.



 


E’ grazie alla scoperta di una settantina di documenti d’identità italiani a Kurmal che si è riusciti a individuare almeno cinque kamikaze “lombardi” che si sono fatti esplodere in Iraq. Ma, soprattutto, si è potuto ricostruire il quadro d’insieme dell’attività del terrorismo islamico suicida che ha eletto Milano e la Lombardia a propria roccaforte. Insieme a Kamal, il tunisino Habib Waddani, nato a Tunisi il 10 giugno 1970, è il personaggio di maggiore spessore nella rete del terrorismo islamico. Nell’ottobre 2001 risultava domiciliato a Milano in via Bolla n. 30. Riuscì a sfuggire all’arresto per traffico di armi ed esplosivi dalla Russia al Pakistan destinate ai campi di addestramento di Al Qaeda. Era un esponente di rilievo del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento. All’indomani del suo “martirio” in Iraq, gli inquirenti italiani registrarono una telefonata tra il fratello di Habib e la madre in Tunisia. Da sottolineare che la telefonata avvenne dall’interno di una moschea di Milano ripetutamente inquisita per vicende legate al terrorismo islamico. Si faceva riferimento a Habib con il nome di battaglia di Said, in arabo Felice. “Mamma, qui tutti lo ammirano e lo invidiano. Tutti dicono che l’hanno sognato nella notte”, disse il fratello. Anche la madre affermò di averlo visto in sogno e che “sta benissimo”. L’apparizione del “martire” nel sogno è la conferma della sua santità. Ma, soprattutto, il fratello rivelò che “un personaggio importante ci offre 8 mila euro quale ricompensa per il martirio di Said”.



Quest’evento accredita l’ipotesi che in alcune moschee in Italia non ci si limita all’indottrinamento all’ideologia islamica radicale predicando la Jihad, intesa come Guerra santa, e esaltando il shahid .


Si va ben oltre all’esplicita apologia del terrorismo. Vi si svolge un’azione concreta tesa all’arruolamento dell’aspirante combattente e “martire” islamico. In questo contesto la ricompensa al “martirio”, promossa dalle moschee, è la prova della piena approvazione e partecipazione della comunità islamica radicale all’evento gioioso che ha spalancato le porte del Paradiso di Allah a uno dei suoi membri. Una circostanza che aveva avuto un precedente significativo nel 2002.



La moschea di viale Jenner a Milano organizzò una raccolta di fondi a sostegno della famiglia di Abdelkader Es Sayed, ex imam della moschea di via Quaranta sempre a Milano. Questi, considerato il vero capo di Al Qaeda in Italia, riuscì a sfuggire all’arresto nel luglio 2001. Riparò con la famiglia in Iran. Da lì andò a combattere in Afghanistan dove si ritiene sia morto sotto i bombardamenti americani. Ebbene, la raccolta di fondi a Milano avvenne nel convincimento che Abdelkader sia un “martire”.


Dopo Kamal, il tunisino Fadhal Saadi, nato a Haidra il 28 luglio 1979, era il più giovane tra i kamikaze “milanesi”. Insieme al fratello Nassim, arrestato nel settembre 2002, risultava domiciliato a Milano sia in via Cefalonia 11 sia in via Montegrappa 15 (Arluno). Si è fatto esplodere a bordo di un’autobomba nel luglio 2003 uccidendo due soldati americani. Il tunisino Lofti Rihani, nato a Tunisi il primo luglio 1977, residente in via Bolgeri 4 a Barni (Como), partecipò insieme a altri due connazionali a un attacco suicida contro un gruppo di soldati americani nel settembre 2003. Tunisini residenti a Milano erano anche Mohamed Khalifa e Mohamed ben Amor, morti entrambi in Iraq in attentati kamikaze contro le forze statunitensi. Si sospetta che anche il tunisino Mohamed ben Salah, nato a Tunisi il 4 aprile 1963, dopo aver lavorato come carrozziere a Torino ed essere stato detenuto per spaccio di stupefacenti, sia andato a morire come shahid in Iraq alla fine dello scorso ottobre.



Morchidi, Waddani, Es Sayed, Saadi, Rihani, Khalifa e Ben Amor erano persone vere. Ugualmente vera era la loro presenza sul territorio italiano dove è avvenuta la conversione alla causa del terrorismo suicida. Così come, infine, è vera la loro tragica morte da shahid . Ebbene, dobbiamo prendere atto che anche in Italia si è affermata la realtà dei kamikaze. Il “prodotto” finale e più deleterio di una “struttura integrale del radicalismo islamico”. Che facendo leva sulla crisi esistenziale dei giovani musulmani, stabilisce una connessione operativa tra la predicazione di valori radicali nelle moschee, l’adozione di una ideologia estremista, la militanza rivoluzionaria e l’adesione alla fede nel martirio. Si tratta di un insieme organico e complementare. Al pari di una gara a staffette dove ciascun atleta arriva fino a un certo punto, consegna il testimone al proprio compagno, concorrendo insieme al conseguimento del medesimo traguardo: la “produzione” del shahid . Che è la vera arma vincente del terrorismo islamico. E’ il kamikaze l’arma. E’ la sua ferrea e totale determinazione a farsi esplodere che semina la morte e diffonde il terrore. Ecco perché il corpo del reato non sono la pistola o l’esplosivo. Si tratta di accessori strumentali. L’11 settembre, il più clamoroso e sanguinoso attentato terroristico della storia, è stato attuato con dei taglierini di plastica. Nel caso specifico del shahid il corpo del reato è il contesto religioso, ideologico e pratico che trasforma delle persone umane in robot della morte la cui massima aspirazione è far coincidere la propria fine con la strage del maggior numero possibile di “infedeli”. Una realtà che è ormai anche italiana.



(1. Continua)



A gennaio 2004 nel campo di addestramento di Kurmal, Kurdistan iracheno, gestito dal gruppo terrorista di “Ansar al Islam”, sono stati trovati una settantina di documenti d’identità italiani.


La scoperta ha permesso di risalire a una cellula di kamikaze lombardi che si sono fatti esplodere in Iraq. Fra i personaggi di maggiore spicco Habib Waddani, tunisino, classe 1970: domiciliato a Milano, è sfuggito all’arresto per traffico d’armi dalla Russia al Pakistan. All’indomani del suo “martirio” in Iraq, gli inquirenti italiani hanno registrato una telefonata del fratello di Habib che, parlando da una moschea di Milano, diceva: “Qui tutti lo ammirano e lo invidiano”


Magdi Allam


Il Corriere della Sera 24.2.2004