La giustizia in Italia: terroristi assolti, militari condannati

La cappa ideologica

L’ipocrisia che ha condannato il generale Stano

Non desidero tornare sul procedimento del Tribunale Militare di Roma verso i due alti Ufficiali dell’Esercito, già comandanti del contingente in Iraq, accusati di aver omesso provvedimenti per la difesa militare, ma solamente precisare ulteriormente il mio pensiero. Tanto più che, con una motivazione analoga, è stato chiesto il rinvio a giudizio del colonnello dei Carabinieri che comandava la “Base Maestrale”, con dibattimento che si svolgerà nel prossimo mese di gennaio. È bene dire che si tratta di tre comandanti capaci, stimati dai soldati e ben sperimentati. Ma il punto non è tanto il procedimento, che ormai appartiene alla cronaca, quanto il contesto, tutto italiano, in cui vengono decise e sono quindi condotte le cosiddette “operazioni di pace”. Operazioni che, spesso, vengono condotte in circostanze e teatri dove la pace da mantenere ancora non c’è. È un contesto ambiguo, che è senz’altro all’origine di conseguenze negative sia sull’esercizio dell’azione di comando, sia nelle operazioni sul terreno. Il ruolo che la politica, per passare indenne attraverso l’ambiente culturale prevalente della sinistra pacifista cattolica e quella di vecchia matrice marxista, richiede ai nostri soldati è una “presenza” pacifica e cooperativa tra la popolazione locale. Ruolo che, specie i Carabinieri, non possono assolutamente svolgere restando chiusi in un fortino e questo spiega, tra l’altro, la posizione “urbana” di Base Maestrale. La seconda peculiarità è che a ogni livello è ormai risaputo che, come oggi in Afghanistan e ieri nella “battaglia dei ponti” di Nassirya, i cosiddetti “soldati di pace” sono sempre più spesso impegnati a vere e proprie operazioni di combattimento. Ma ormai in Italia, a prescindere dal colore dei Governi in carica, queste missioni sono sempre e solo di “pace”.

Così la politica le ha licenziate in Parlamento, e queste sono le aspettative create nei cittadini. Ma sono solo lodevoli proposizioni, non voglio chiamarle con nome diverso, che si scontrano ogni giorno di più con la dura realtà dei fatti. Inutile dire che ciò può ingenerare problematiche e riserve mentali che, quando si deve decidere se sparare o meno, e con quali armi, possono rivelarsi pericolose. Sparare contro qualcuno non è certo cosa gradevole nemmeno per un soldato, fante, marinaio o aviatore che sia. Farlo, poi, sapendo che c’è buona probabilità di doverne rispondere al rientro della missione davanti a un Tribunale, militare o civile, diventa scoraggiante, condizionante, e quindi pericoloso per sé e per la coerenza di tutta la compagine.

Queste considerazioni portano direttamente alla terza peculiarità. Il tipo di missioni che ormai siamo chiamati a svolgere trova naturale disciplina nel codice penale militare di guerra, per la prima volta applicabile all’epoca dei fatti. In ogni caso, serve almeno a eliminare ambiguità e a precisare competenze. Senonché, a partire dal Governo precedente a questo, ma anche ai tempi del Kosovo, quando pur si sganciavano missili e bombe, viene sistematicamente decretata in deroga, per le missioni, l’applicabilità del codice penale militare di pace, con la conseguenza di aprire la strada al codice penale civile.

Io stesso, come Capo di Stato Maggiore della Difesa all’epoca dei fatti, ho dovuto difendermi dinanzi a un Tribunale ordinario dall’accusa di “tentata strage colposa” per le conseguenze dello sgancio di emergenza di alcuni ordigni aerei in aree di mare appositamente regolamentate. Sono stato assolto, come il generale Lops. Ma resto fermamente dell’idea che queste storture vadano urgentemente corrette.

Mario Arpino, Liberal, 24 dicembre 2008