La fecondazione extracorporea

Vita: politiche di bioetica

Dal bimestrale “Sacra Doctrina”, Edizioni Studio Domenicano, Gennaio-Febbraio 2004 – Anno 49°
Via dell’Osservanza 72 – 40136 Bologna – Tel. 051-582034
La fecondazione extracorporea: tecniche, valutazione morale, e disciplina giuridica
GIORGIO MARIA CARBONE, O. P.*

Nel secondo atto della seconda parte del Faust di Goethe, Mefistofele sorprende Wagner intento in una grande impresa. “Che accade mai?” chiede Mefistofele. “Si sta fabbricando un uomo” risponde Wagner. “Un uomo? – chiede stupito Mefistofele – Avete forse nascosto una coppia di amanti nella cappa del camino?”. “Dio ce ne scampi!” esclama Wagner. “La vecchia moda di generare noi la dichiariamo ridicola … Ciò che si celebrava come un mistero della natura, noi osiamo sperimentarlo razionalmente, e quel che la natura produce in specie di organismo, noi lo facciamo qui per cristallizzazione”. Goethe immagina così, nel laboratorio di un alchimista medioevale, la nascita di un Homunculus dentro una provetta: una nascita in vitro! Il suo genio letterario è riuscito, non solo ad anticipare il futuro, ma a comunicare il significato profondo dell’evento: l’uomo è preso da un delirio di onnipotenza, si crede un nuovo demiurgo, un nuovo creatore.


Introduzione
La questione sulla Fivet (fecondazione in vitro con embryo-transfer) non è una questione puramente medica o tecnica che riguarda solo le coppie che desiderano avere un bambino, o le équipe mediche che la praticano, o il legislatore che deve trovare la disciplina più adeguata. Essa solleva degli interrogativi che riguardano tutti gli uomini, in quanto questa tecnica di fecondazione extracorporea modifica radicalmente la comprensione culturale dell’essere figlio e dell’essere genitore, madre o padre, e tutti siamo figli.
Questa tecnica trasforma l’immagine del figlio, in quanto lo riconduce nell’orizzonte del desiderio o nell’orizzonte che altri danno al proprio figlio, e perciò conduce a una concezione dell’uomo per la quale l’uomo vale tanto quanto è desiderato, amato o corrisponde a certi criteri progettuali.
Inoltre, essa incide profondamente sul modo con cui io mi rappresento la generazione umana, in quanto il modo di nascere e il modo di morire di una persona trasformano il modo con cui interpreto la vita umana, il modo con cui mi rapporto a me stesso e ai miei simili; quindi assume una profonda rilevanza in merito alla considerazione che ho di me stesso e degli altri. Questa rivoluzione culturale ha inevitabilmente delle pesanti ricadute sul nostro modo di vivere e di relazionarci agli altri. Dunque, la riflessione critica su queste tecniche riguarda necessariamente tutti gli uomini.
Alcune precisazioni di metodo
1. Dedicherò ampio spazio alla descrizione della tecnica riferendomi al caso più semplice, quello della Fivet omologa, in cui le cellule germinali – dette anche gameti (l’oocita e lo spermatozoo) – sono ricavate dalla coppia; ma non mi soffermerò sulla Fivet eterologa, nella quale, invece, uno o entrambi i gameti non provengono dalla coppia. Questo perché, se è moralmente disonesta la Fivet omologa, a maggior ragione lo sarà la Fivet eterologa, la quale, agli aspetti per cui è già illecita quella omologa, aggiunge ulteriori circostanze che ne aggravano l’illiceità.
2. Sempre nell’intento di semplificare la descrizione e la conseguente valutazione morale, non accennerò alle possibilità di micromanipolazione dei gameti che si possono aggiungere alla Fivet,  oppure a quelle altre tecniche di generazione extracorporea che si presentano come delle varianti di questa.
3. Inoltre, ho volutamente chiamato queste procedure “tecniche di generazione extracorporea” per evitare di manipolare il linguaggio o di dare per scontata la loro valutazione morale. Infatti, alcune denominazioni sono sinceramente fuorvianti o almeno tendono a formare un pregiudizio sulla moralità della procedura. Ad esempio, considerare queste tecniche come “procreazione medicalmente assistita” oppure classificarle come “terapia procreativa” o come “terapia della sterilità” significa inscriverle nella linea del progresso scientifico e delle scoperte mediche; significa indurre l’opinione pubblica ad accoglierle con favore. Ma queste definizioni sono profondamente false, in quanto fanno pensare alla Fivet come a una tecnica o a un atto medico che aiuta il procreare umano, oppure come a un intervento volto a rimuovere le cause della sterilità (e quindi quanto meno a livello inconscio ci presentano la fecondazione artificiale come qualcosa di buono, di accettabile e perciò orientano in modo surrettizio la sua valutazione morale verso una soluzione positiva). Invece, la Fivet è una procedura che si sostituisce del tutto all’atto coniugale e non rimuove assolutamente le cause della sterilità, perciò non può essere considerata un atto terapeutico. È anche diffusa la definizione “tecniche di riproduzione umana”, ma sotto questa denominazione si cela un modo di concepire il venire all’esistenza di un uomo, non più nei termini di “generazione”, ma di “produzione”. Ora, il figlio è termine dell’atto di generare, non dell’atto di produrre, mentre sono le cose e gli artefatti termine dell’atto di produzione. Non sono solo giochi di parole, in quanto sotto le parole, sotto i segni linguistici si nascondono approcci culturali alla persona umana profondamente diversi, posto che i nomi significhino e rivelino il modo con cui consideriamo la realtà e ci rapportiamo ad essa. Perciò, bisogna smascherare questi ripetuti tentativi di manipolazione del linguaggio fatti per imprimere predeterminate linee di pensiero all’interno del dibattito pubblico, orientando così il giudizio della coscienza morale individuale verso un’accettazione incondizionata di queste tecniche; altrimenti come sostengono alcuni, saremmo di fronte a una “terapia” che opera, non su di un individuo umano, ma su di un “preembrione”.
4. Infine, bisogna avere sempre presente la tecnicità altamente specialistica del linguaggio medico, il quale, talvolta, seziona il processo generativo (gameti, fertilizzazione), o le fasi dello sviluppo umano (zigote, embrione, blastocisti, morula), o la corporeità umana (follicolo ovarico, tuba di falloppio, endometrio, cervice) a tal punto che rischia di far dimenticare che stiamo trattando di individui umani viventi.


La tecnica della Fivet
1. LE INDICAZIONI CLINICHE
Il ricorso alla Fivet viene abitualmente proposto di fronte ad alcune cause di sterilità.
La Fivet viene suggerita quando la donna presenta la malformazione o l’occlusione di una o di entrambe le tube di Falloppio (idrosalpinge, occlusione tubarica multipla), oppure quando manca del tutto delle tube (salpingectomia totale, cioè bilaterale), o ancora, nel caso in cui la mucosa uterina cresca in un modo patologico così abnorme da impedire l’annidamento dell’embrione nell’utero (endometriosi).
La stessa tecnica di procreazione viene suggerita quando all’uomo è diagnosticata una patologia grave o lieve del seme, come l’oligospermia o l’astenospermia; oppure in occasione di sterilità idiopatica, di cui, cioè, non si conoscono con precisione le cause;  oppure di sterilità immunologica, caratterizzata dal fatto che l’uomo o la donna producono degli anticorpi antagonisti agli spermatozoi, per cui la presenza di questi antagonisti nelle vie genitali maschili o femminili (ad esempio, soprattutto nel muco cervicale) riduce l’attività e la motilità degli spermatozoi fino a pregiudicarne la vita stessa.
2. LA PROCEDURA TECNICA NELLE SUE VARIE FASI
Passiamo adesso alla descrizione della procedura tecnica che, per motivi di semplificazione, distinguo in vari punti.
1. Il prelievo delle cellule germinali o gameti
Il primo problema da affrontare è il prelievo dell’oocita al momento giusto. L’oocita deve essere prelevato poco prima dell’ovulazione, cioè poco prima della rottura del follicolo ovarico, quando l’oocita è già quasi completamente maturo e adatto alla fertilizzazione. L’oocita può essere recuperato sia durante un ciclo di maturazione ovarica spontaneo, sia durante un ciclo di maturazione ovarica indotto da ormoni, come la gonadotropina corionica. Il sistema più frequente è il secondo, in quanto l’ormone somministrato, agendo in tempi noti e costanti, permette di programmare tutta la procedura tecnica e, a dosi elevate, causa la maturazione simultanea di più oociti. Quest’ultimo particolare è decisivo, in quanto si è osservato che la percentuale delle gravidanze indotte dalla Fivet è direttamente proporzionale al numero degli oociti fecondati (cioè al numero degli embrioni prodotti e trasferiti in utero). In altri termini: quanto più numerosi sono gli embrioni trasferiti contemporaneamente in utero, tanto maggiori saranno le probabilità che la gravidanza avvenga. Perciò la prima fase della Fivet consiste nell’indurre con un trattamento ormonale un’iperstimolazione ovarica in vista della maturazione di una quantità abbastanza numerosa di ovocellule.
Perché gli oociti siano prelevati al momento più adatto della loro maturazione, il processo di maturazione ovarica viene controllato periodicamente attraverso l’indagine ecografica dei follicoli ovarici. Non appena si constata che la cellula uovo è prossima alla maturazione, si procede al suo prelievo. Questo può essere effettuato con due tecniche: per via transvaginale o transcutanea con sonda ecografica e inserimento di un ago nell’ovaio per aspirare gli oociti; oppure per via laparoscopica, tecnica chirurgica che richiede l’anestesia totale e l’intubazione endotracheale della donna. La tecnica di recupero degli oociti oggi preferita è la prima, quella per via transvaginale, in quanto non richiede l’anestesia totale, ma un’anestesia soltanto locale.
Per quanto riguarda il prelievo del seme maschile vi sono vari modi che possono essere suddivisi in due gruppi: prelievo al di fuori dell’atto coniugale (masturbazione, aspirazione microchirurgica delle cellule spermatiche presenti nell’epididimo); oppure prelievo dopo o durante l’atto coniugale: con profilattico integro o perforato; con coito interrotto e raccolta in provetta sterile, oppure con recupero del seme nella vescica nel caso in cui l’uomo sia affetto dalla patologia di eiaculazione retrograda.
2. Selezione delle cellule prelevate
Una volta prelevate le cellule germinali, cioè i gameti, questi vengono selezionati in base al loro grado di maturazione e alle loro caratteristiche morfologiche, citologiche e genetiche. Questo monitoraggio e questa selezione dei gameti sono ritenuti necessari in quanto, posta la scarsa probabilità di riuscita della Fivet, si desidera aumentare l’efficacia della tecnica usando soltanto quelle cellule germinali che rispondono a determinati parametri che l’équipe medica ritiene migliori.
3. Coltivazione delle cellule gametiche fino a indurre la fertilizzazione
Successivamente, i gameti vengono posti in un mezzo di coltura, per una durata che va dalle tre alle ventiquattro ore, in attesa che uno spermatozoo superi le varie membrane di cui è rivestita la cellula-uovo e la fertilizzi. Attraverso il microscopio elettronico si controlla se la fecondazione è avvenuta oppure no. La fecondazione è il processo attraverso il quale lo spermatozoo, con la sua testa, penetra all’interno dell’oocita e si fonde con il citoplasma di quest’ultimo e il nucleo dello spermatozoo si fonde con il nucleo dell’oocita, dando origine a un nuovo sistema vivente che chiamiamo “embrione”.
4. Selezione degli embrioni
Avvenuta la fertilizzazione, l’équipe medica procede a una selezione degli embrioni ottenuti. Anche questa selezione risponde alla logica della tecnica stessa, giacché la percentuale di successo della Fivet è direttamente proporzionale alla qualità degli embrioni trasferiti nell’utero. È coerente con questa logica tecnica che soltanto gli embrioni che io ritengo migliori vadano avanti.
5. Trasferimento degli embrioni in un altro mezzo di coltura
L’embrione unicellulare viene messo in un altro mezzo di coltura per facilitare la moltiplicazione delle sue cellule; per far sì, cioè, che esso da un’unica cellula passi almeno a quello stadio di vita detto “morula” o “blastocisti”. Nella generazione umana naturale l’embrione umano inizia ad annidarsi sulla parete uterina quando si trova in quella fase del suo sviluppo detta morula o blastocisti. Perciò la Fivet, volendo riprodurre in modo artificiale il processo della generazione umana e concludendosi con il trasferimento dell’embrione nell’utero, prevede la coltivazione in vitro dell’embrione fino allo stadio di morula o di blastocisti, cioè per circa 24 o 72 ore. Lo sviluppo dell’embrione viene monitorato con il microscopio elettronico finché non arrivi a quello stadio di sviluppo durante il quale in natura avviene l’annidamento.
Soltanto il 25-30% degli embrioni coltivati in vitro raggiunge lo stadio di blastocisti. Nei mezzi di coltura tradizionali il metabolismo dell’embrione e il suo sviluppo risultano notevolmente rallentati. Le tecniche più recenti di coltura cercano di riprodurre in vitro l’ambiente della tuba: far crescere l’embrione in presenza di cellule prelevate dalle tube di Falloppio (cd. cocultura). Questa tecnica consente di ottenere un’elevata percentuale di embrioni allo stadio di blastocisti: il 55-60% degli embrioni cresciuti in questa coltura raggiunge lo stadio di blastocisti.
6. Selezione degli embrioni
Se lo sviluppo dell’embrione non è valutato positivamente in base ai parametri dell’équipe medica, alcuni embrioni vengono scartati, mentre quelli che sono giudicati migliori vengono trasferiti in utero.
7. Trasferimento in utero
Quando l’embrione ha raggiunto lo stadio compreso dalle otto alle sedici o trentadue cellule (morula o blastocisti), quando cioè ha raggiunto in vitro quella fase del suo sviluppo in cui in natura avviene l’annidamento, allora esso viene trasferito sul fondo dell’utero, passando attraverso il collo dell’utero. Il trasferimento viene fatto attraverso un microago del diametro di 2 mm entro il quale c’è un sottile catetere.
Abbiamo visto, all’inizio, a che cosa serviva l’iperstimolazione ovarica: a produrre più oociti per fecondare più oociti e, quindi, per trasferire nel grembo materno più embrioni. Questo consente una maggiore probabilità di successo della tecnica. Perciò non viene trasferito in utero un solo embrione, ma, per aumentare la percentuale di annidamento e quindi di gravidanze, sono trasferiti in utero più embrioni.
Trasferiti gli embrioni nell’utero, la gravidanza viene monitorata periodicamente.
8. Congelamento degli embrioni non trasferiti
Non tutti gli embrioni coltivati in vitro sono trasferiti nel grembo materno, ma in genere tre o quattro. Quelli che avanzano sono conservati in azoto liquido a una temperatura pari a 196 gradi sotto zero per bloccarne lo sviluppo. Se il primo tentativo di trasferimento in utero andrà male, se cioè gli embrioni trasferiti non arriveranno alla nascita, l’équipe biomedica e la coppia può disporre di altri embrioni, scongelarli, selezionarli e trasferirli in utero.
Tuttavia solo il 50% circa degli embrioni congelati sopravvive dopo lo scongelamento.


3. LE CONSEGUENZE CLINICHE E I DANNI FISICI
1. La stimolazione ovarica indotta attraverso massicce dosi di ormoni può causare tutta una serie di rischi. Anzitutto c’è la sindrome da iperstimolazione ovarica, i cui sintomi più evidenti sono: la distensione addominale, l’ingrossamento abnorme delle ovaie, la nausea, il vomito e la diarrea, l’accumulo di siero nella zona del perineo (ascite), il trattenimento di trasudato nella zona della pleura (idrotorace), l’alterazione della respirazione (dispnea), la ipercoagulazione – cioè la viscosità del sangue, che poi può causare trombi -, patologie neurotiche, e persino la morte. Inoltre questo trattamento ormonale aumenta anche il tasso di tumore alla mammella e alle ovaie.
2. La tecnica di recupero delle cellule-uovo – sia la tecnica transvaginale che la tecnica della laparoscopia – comporta dolori pelvici e addominali, rischi di infezione, danni all’intestino, alle tube, oppure all’utero. Inoltre, talvolta, la tecnica della laparoscopia comporta come effetto collaterale la rottura dell’utero oppure la rottura della tuba.
3. Tra le complicazioni cliniche bisogna ricordare anche i rischi per l’embrione e il feto. Uno dei più ricorrenti è la difficoltà dell’annidamento dell’embrione sulla parete dell’endometrio uterino. In genere le statistiche rilevano che su 100 embrioni fecondati in vitro, 88 vengono trasferiti in utero; di questi 88, soltanto 20 si annidano sulla parete uterina; di questi 20 embrioni che hanno iniziato ad annidarsi, 9 saranno abortiti, e soltanto 11 giungeranno alla nascita.  Perciò su 100 embrioni fecondati in provetta 89 si perderanno: o a causa delle selezioni (eugenitiche o no) compiute dall’équipe biomedica o a causa di aborti spontanei o volontari; e soltanto 11 nasceranno. Perché l’embrione trasferito spesso non si annida? Ed esiste quest’altissima percentuale? Perché manca la sincronia tra lo sviluppo dell’embrione e la composizione chimica dell’endometrio. L’endometrio uterino è una mucosa che, per ospitare l’embrione, deve avere una determinata composizione chimica e anche una determinata porosità causata da ormoni di origine materna. Ora, l’iperstimolazione ovarica o il prelievo dell’oocita possono aver causato uno squilibrio del sistema ormonale materno, e in particolare possono aver ostacolato lo sviluppo dell’endometrio. Quindi accade spesso che l’embrione sia trasferito in utero con una tecnica che dal punto di vista metodico è ineccepibile; tuttavia l’endometrio uterino può non essere adatto ad accoglierlo, per cui non si passa alla fase dell’annidamento e si ha un aborto che non è voluto direttamente, ma è causato indirettamente dal trattamento chimico dell’iperstimolazione ovarica.
4. Un ulteriore rischio per l’embrione è costituito da anomalie cromosomiche gravi, incompatibili con la prosecuzione della vita. Non si tratta soltanto delle malformazioni dovute alle micromanipolazioni delle cellule gametiche, ma di alterazioni genetiche che si osservano fin dalla fase del prelievo degli oociti. Infatti già il 40-50% degli oociti ottenuti con processi di iper-ovulazione presenta un cariotipo alterato; circa il 37% degli zigoti e il 21% degli embrioni pre-impianto hanno delle gravi anomalie cromosomiche.
Per ottenere risultati migliori si sta diffondendo la prassi della Diagnosi Genetica Pre-impianto (PGD). Questa consiste nel prelevare dall’embrione, prima dell’impianto nell’utero materno, uno o due blastomeri e nel sottoporre questi a biopsia per osservare se presentano alterazioni di cromosomi o geni. Nel caso in cui si constati qualche anomalia, l’embrione viene scartato ed eliminato. Si tratta perciò di una vera e propria selezione eugenetica. Vale la pena riportare i dati di alcune ricerche su embrioni sottoposti a questo tipo di biopsia. “Il numero di embrioni prodotti e sottoposti a biopsia era stato di 1347; il numero degli embrioni risultati anormali, 761 (56,5%); il numero degli embrioni trasferiti in utero, 583 (43,3%); e il numero dei nati, 39 (2,9% rispetto al totale; 6,7% rispetto ai trasferiti ritenuti sani). È chiara l’intenzione: elevata produzione di soggetti umani allo stato embrionale (1347), con seri rischi anche per la donna, nella speranza di trovarne alcuni – apparentemente almeno – buoni o non gravemente alterati da selezionare e trasferire in utero per il proseguimento dello sviluppo; ed eliminazione di quanti fossero risultati anormali (761)”.
Ammettendo anche che la diagnosi genetica pre-impianto abbia una possibilità di errore del 10% circa, non si può rimanere che esterrefatti di fronte all’altissima percentuale degli embrioni umani anormali prodotti in vitro: il 56%; e di fronte alla bassissima percentuale di coloro che arrivano alla tanto attesa nascita: il 2,9%.
5. Inoltre, bisogna ricordare i rischi materno-fetali, come le gravidanze extrauterine (il 5% circa delle gravidanze ottenute), oppure le gravidanze multiple (il 30% circa delle gravidanze ottenute).  Il fenomeno delle gravidanze multiple è dovuto al fatto che vengono trasferiti in utero più embrioni e più di uno inizia l’annidamento. Di fronte alla gravidanza multipla, l’équipe medica domanda se si vuole procedere alla “riduzione delle camere” o alla “riduzione embrionale”. Di che cosa si tratta? Della soppressione volontaria degli embrioni indesiderati che si sono annidati. Spesso questa viene praticata introducendo con un ago del cloruro di sodio negli embrioni indesiderati: l’iniezione di questa soluzione salina in essi provoca la loro morte.
6. Infine, i rischi neonatali. Si registra un’alta percentuale di parti settimini oppure all’ottavo mese; inoltre il 17% dei bambini nati in seguito a una gravidanza singola Fivet e il 65,4% dei bambini nati in seguito a una gravidanza plurima Fivet presentano un basso peso alla nascita e perciò hanno bisogno di cure intensive. La mortalità perinatale è pari al 44,2% su 1000 nascite e quindi è quattro volte superiore al tasso di mortalità perinatale al termine di gravidanze normali. La mortalità neonatale è del 12,6% su 1000 nascite, cioè il doppio di quella che si osserva al termine di gravidanze normali.
I dibattiti troppo accesi cui abbiamo assistito in questi mesi hanno taciuto sugli esiti fallimentari della Fivet. Eppure i dati statistici ricordati sopra sono noti da tempo, come anche le cause della bassa percentuale di successo della Fivet, che possono essere ricondotte a due: la ridotta vitalità dell’embrione e la scarsa recettività dell’utero. Questi due handicap sono causati dalle stesse tecniche utilizzate le quali interferiscono con i meccanismi altamente delicati che si succedono rapidamente nei primi giorni dello sviluppo.



La valutazione morale della Fivet


Presenterò vari argomenti. I primi riguarderanno l’atto della generazione umana e i suoi protagonisti, cioè la coppia genitoriale; gli argomenti successivi avranno per oggetto l’embrione; mentre l’ultimo esaminerà alcuni aspetti psicologici.
1. L’ATTO DELLA GENERAZIONE UMANA PERDE LA PIENEZZA DEL SUO SIGNIFICATO: VIENE SPERSONALIZZATO
La descrizione della tecnica della fecondazione extracorporea ci potrebbe aver fatto dimenticare che cos’è l’atto della generazione umana.
L’atto generazionale umano si inscrive all’interno di quello coniugale, che è un atto profondamente personale, in quanto investe tutti gli aspetti delle due persone dei coniugi: l’aspetto biologico (le cellule gametiche, gli ormoni); l’aspetto emozionale (l’attrazione fisica); l’aspetto affettivo (l’amore coniugale); l’aspetto corporeo (l’unione corporea); l’aspetto spirituale (l’unione dei propositi, delle volontà in ordine a un progetto di vita che va al di là della stessa coppia). L’atto della generazione umana esprime anche la donazione totale che un coniuge fa all’altro della propria vita e quindi esprime la comunione totale tra i due coniugi.
In altri termini, la generazione umana non è un fatto o un processo puramente biologico, ma è un atto personale umano, che coinvolge in modo libero, responsabile ed esclusivo la totalità delle persone dei coniugi.
C’è una grande differenza tra la generazione umana e la produzione di cellule o di tessuti vegetali o animali. Generare un uomo non è come riprodurre le cellule del rene, o riprodurre le cellule del midollo osseo, oppure riprodurre la pianta di basilico o di geranio in laboratorio.
Generare un uomo non è un fatto meramente biologico, non consiste nell’asettica unione di due gameti, ma è un atto profondamente umano che coinvolge integralmente la totalità delle persone dei coniugi e tutti gli aspetti della loro vita fino ad aprirsi al dono della vita di un terzo, il figlio. Perciò, se la coppia vuole vivere l’atto generativo in modo pienamente umano, la componente biologica sarà inscritta all’interno della totalità della persona e sarà vissuta congiuntamente alla componente psicologica, a quella corporea e a quella spirituale. Scindere questi aspetti equivale a scindere la vita umana nel suo sorgere dall’amore umano.
Con la tecnica di fecondazione extracorporea della Fivet, la dimensione biologica viene totalmente separata dalla dimensione personale del generare propriamente umano. L’atto generativo umano viene degradato a un atto di produzione tecnica e la sessualità umana alla capacità di fornire gameti, quando, invece, sia l’uno che l’altra sono dimensioni esistenziali della persona umana cariche di alti valori.


2. L’ATTO DELLA GENERAZIONE UMANA VIENE RIDOTTO A UNA PROCEDURA TECNICA
L’atto del generare un uomo viene ridotto e declassato a un atto di produzione tecnica. Le trasformazioni linguistiche segnalano questo riduzionismo: infatti si parla di “tecniche di riproduzione umana”, di “prodotto del concepimento”.
All’équipe biomedica si richiede di eseguire la tecnica con perizia, perché se ci fosse uno scambio o un errore nel trasferimento del seme o dell’embrione, lo scambio o l’errore potranno essere perseguiti giuridicamente: l’équipe dovrà rispondere dei danni almeno sul piano della responsabilità civile. Perciò è l’équipe biomedica ad essere responsabile del processo della generazione, ne è responsabile dal punto di vista morale e giuridico.
Nella generazione umana viene introdotta una causalità genitoriale plurima ed estranea alla coppia. La fecondazione extracorporea attua una “delega procreatica”, in quanto coloro che generano non sono più l’uomo e la donna, ma sono il medico e il biologo che uniscono le cellule gametiche, che controllano lo sviluppo degli embrioni, li selezionano e li scartano in base a criteri biomedici. Anche il linguaggio cambia sensibilmente: “il figlio sparisce; esiste da questo punto di vista l’embrione, la blastocisti; sparisce il grembo materno, al massimo c’è la provetta oppure l’utero; sparisce la donna e compaiono le funzioni fisiologiche. Ma la paternità e la maternità non sono semplicemente delle funzioni fisiologiche riproduttive”.  Anche la figura del padre è ridotta al seme che serve per la fecondazione.
La Fivet altera non solo i tempi e i luoghi e i modi della generazione umana, ma anche i protagonisti della generazione: con il trapianto delle cellule germinali le figure genitoriali svaniscono, perdono la loro consistenza e identità.


3. LA FECONDAZIONE EXTRACORPOREA NON È UNA TERAPIA
Molti chiamano la Fivet o le sue varianti col nome di “fecondazione assistita”, o “medicalmente assistita”, inducendo altri a credere che essa sia un atto di assistenza o un atto terapeutico. In realtà si tratta di manipolazioni linguistiche. Da anni, alcuni gruppi di pressione vogliono far passare l’idea che la Fivet sia una terapia contro la sterilità.  Ma non c’è cosa più falsa di questa! Perché l’atto terapeutico è quell’atto che mira alla rimozione delle cause della patologia, ma non sostituisce i soggetti affetti dalla patologia. Fino a prova contraria, la definizione di terapia è questa! Ora la Fivet e le tecniche analoghe si sostituiscono tout court alla coppia, all’uomo e alla donna a cui è diagnosticata una causa di infertilità: la coppia, pur avendo il bambino in braccio, rimane sterile; perciò la Fivet o le sue varianti non intervengono sulla causa della patologia, né migliorano né correggono la funzionalità degli organi umani.
Dal punto di vista morale, bisogna insistere sull’onestà e sulla perizia delle diagnosi, nell’individuare le cause dell’infertilità e rimuoverle promuovendo tutti quegli interventi farmacologici, chimici, chirurgici per ripristinare la funzionalità degli organi o dei tessuti dell’apparato genitale. Innanzitutto, bisogna eliminare la causa che induce la persona a essere sterile, e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di cause temporanee di sterilità.
Quindi, la terapia si propone anzitutto di rimuovere le cause della sterilità; ma questo non è assolutamente lo scopo della Fivet, la quale, invece, propone una soluzione alternativa, per nulla terapeutica, che risulta sostitutiva dell’atto coniugale.
Alcuni propongono di pensare alla Fivet “alla stregua della donazione di sangue e degli organi”.
A questo modo di vedere le cose si possono fare tre obiezioni. 1) L’embrione umano è un organismo individuale umano, cioè un individuo umano, per cui il suo status non è assimilabile a quello di un organo o a quello di un ammasso di cellule qualsiasi; un riduzionismo di questo genere è quindi ascientifico e illogico. 2) Inoltre, non si può fare una analogia tra il trapianto di organi e il trasferimento di embrioni. Infatti, nel trapianto di organi o nella donazione di sangue sono in gioco due persone e la realtà donata consiste in cellule o in organi che appartengono alla corporeità del donatore; questi dà il suo consenso libero e informato, e la donazione di queste cellule non pregiudica la sua salute e la sua integrità fisica. Nel caso della Fivet, oggetto del trasferimento non è un cumulo di cellule, ma un individuo umano allo stadio di vita embrionale e tale procedura può pregiudicare in modo grave e irreparabile la sua vita. 3) Infine, nel caso di trapianto di organi o di ricorso a tecnologie come il pace-maker o il respiratore artificiale, siamo davanti a un paziente che rischia la sua vita e l’unica soluzione percorribile è quella di sostituire la funzione di un organo o di un apparato con un organo o con un apparecchio artificiali: l’intervento medico incide sulla dimensione biologica. Invece, quando un uomo e una donna ricorrono alla Fivet non siamo di fronte a un rischio mortale per la loro vita (è piuttosto l’embrione a essere esposto al rischio di morte); e questa tecnica non sostituisce semplicemente una loro dimensione biologica, ma un atto altamente personale come quello della generazione umana.


4. LA FECONDAZIONE EXTRACORPOREA ATTUA UNA RELAZIONE DI DOMINIO
La causa determinante della fertilizzazione è la perizia dell’équipe biomedica e chirurgica. La vita e l’identità dell’embrione sono affidate al potere dei medici e dei biologi. Si instaura una relazione di dominio tra il soggetto produttore, l’équipe medica, e l’oggetto prodotto, l’individuo umano allo stadio di vita embrionale. È un dominio assoluto, di vita e di morte, di un gruppo di uomini su di un proprio simile. Questa relazione di dominio è contraria alla pari dignità tra gli esseri umani e all’uguaglianza tra genitori e figli.


5. LA FIVET NON SALVAGUARDA LA DIGNITÀ UMANA DELL’EMBRIONE PERCHÉ IL FIGLIO È RIDOTTO A UN PRODOTTO TECNOLOGICAMENTE CONTROLLATO
Il figlio prodotto mediante la Fivet deve corrispondere a determinati criteri standard qualitativi di chi lo fabbrica; a questo scopo servono le varie selezioni degli embrioni nel corso della coltura in vitro. Se il figlio non soddisfa a quei criteri qualitativi, l’équipe biomedica ne è ritenuta responsabile dal punto di vista civile e deve rispondere dei danni.
La tecnica di fecondazione extracorporea modifica lo status di figlio: il figlio non è un mio simile, ma è considerato un oggetto, un oggetto di un desiderio o di una tecnica, oppure un materiale biologico di cui si può usare.
La Fivet o le sue varianti conducono alla “cosificazione” dell’embrione umano, lo riducono cioè a una cosa, a un prodotto che può essere facilmente manipolabile e sperimentabile.
Alcuni, poi, giungono addirittura, pur di cosificare l’embrione, a non considerarlo più appartenente alla specie umana; creano una sorta di limbo biologico anteriore a questa, oppure creano un terzo genere.  Esistono le persone umane, esistono i gameti umani (che non sono ancora persone), esistono i pre-embrioni (che sarebbero una via di mezzo, ma non si sa che cosa). Il termine pre-embrione è un altro esempio di manipolazione linguistica che non compare mai nei manuali scientifici di biologia, ma compare soltanto negli studi che vogliono legittimare la tecnica della Fivet.


6. LA FIVET NON SALVAGUARDA LA DIGNITÀ UMANA DEGLI EMBRIONI PERCHÉ NE PROGRAMMA LA PERDITA
Nel corso della descrizione della tecnica si saranno notati i vari momenti di selezione degli embrioni. Ovviamente si tratta di selezione eugenetica, quindi programmata e voluta al fine di ottenere la gravidanza dell’embrione migliore. Inoltre, la produzione di un numero di embrioni che supera quello che può essere realmente trasferito nel grembo materno in una sola volta induce il congelamento degli embrioni in soprannumero, la metà dei quali morirà in seguito allo scongelamento. Il trasferimento di più embrioni nel grembo materno induce la “riduzione delle camere”, cioè l’aborto procurato degli embrioni che si sono annidati nel grembo materno e che sono ritenuti in eccesso. Inoltre, l’asincronia fra il trasferimento dell’embrione nelle vie genitali femminili e la preparazione dell’endometrio uterino provoca ulteriori perdite di embrioni.
Quindi, le cause di queste perdite di embrioni nel corso della tecnica sono ben note e documentate.
Come abbiamo già fatto notare in precedenza, secondo le statistiche più recenti, su 100 embrioni prodotti in vitro soltanto 11 giungeranno alla nascita. Quest’altissimo tasso di mortalità non può essere giustificato dicendo che in natura, cioè nelle gravidanze normali, in alcuni casi il tasso di mortalità embrionale e fetale è simile.
Non si può pretendere di giustificare moralmente la Fivet mettendo sullo stesso piano la dispersione degli embrioni umani concepiti secondo natura e quella che si verifica ricorrendo alla provetta.
Infatti, quando nel corso di una gravidanza naturale muoiono un embrione o un feto, e questa morte non è attribuibile a un’azione o a un’omissione, imprudente, negligente o dolosa della madre o di terzi, siamo di fronte a un evento accidentale che non può essere imputato a nessuno dal punto di vista morale.
Quando, invece, gli embrioni umani muoiono durante le varie fasi della Fivet, o non si annidano nelle pareti dell’utero materno, non siamo in presenza di morti fortuite, ma di morti previste che sono insite nella tecnica stessa. L’équipe che pratica la tecnica compie degli atti positivi per dare il via a una procedura durante la quale, come sa perfettamente, circa l’89% degli embrioni prodotti morirà. In questo caso la dispersione embrionale, statisticamente certa, non è voluta direttamente (perché l’équipe medica vuole direttamente la gravidanza, salvo il caso della “riduzione delle camere”), ma è voluta indirettamente, perché sono poste in essere delle azioni volontarie che nell’89% dei casi – come detto sopra – avranno come effetto la morte dell’embrione. Siamo perciò in presenza di aborti volontari, procurati, non spontanei.
Un esempio può aiutare a capire meglio la differenza morale esistente tra questi due casi. Devo spostare un vaso molto pesante, sono sotto il sole delle tre del pomeriggio ed è agosto, il caldo è soffocante. Da solo non ce la faccio, allora chiedo l’aiuto di un amico. Questi generosamente si presta, ma purtroppo durante lo sforzo muore di infarto. Nel chiedere il suo aiuto, non sapevo che fosse cardiopatico, per cui non avrei mai immaginato o previsto una cosa del genere. Io ho agito in totale buona fede, per cui dal punto di vista morale non mi si può incolpare di nulla. Diverso è il caso in cui io chiedo l’aiuto dell’amico, nonostante sappia che lui è cardiopatico, che è reduce già di alcuni infarti e che, quindi, con quello sforzo e in quelle circostanze ambientali mette a serio repentaglio la sua vita. Se chiedo con insistenza il suo aiuto, pur sapendo questi gravi rischi per la sua salute, e lui muore d’infarto, io sono colpevole della sua morte. Non solo non posso più dire di aver agito in buona fede (infatti ero a conoscenza dei rischi), ma anzi con dei miei atti volontari (la decisione di chiedere aiuto proprio a lui e anzi in modo insistente) ho posto in essere le condizioni che hanno scatenato le cause del suo decesso.
Dal punto di vista della responsabilità morale c’è un abisso tra il primo e il secondo caso: nel primo caso si tratta di una morte fortuita; nel secondo di una morte voluta almeno indirettamente (indirettamente, perché direttamente voglio il suo aiuto, ma indirettamente metto consapevolmente in conto il grave rischio del suo infarto).


7. LA FECONDAZIONE EXTRACORPOREA È, ALMENO TENDENZIALMENTE, EUGENETICA
Secondo il professor Edwards, pioniere della Fivet, questa tecnica deve essere inevitabilmente eugenetica: “Dedicarsi alla fecondazione in vitro senza prevenire, nella misura del possibile, la nascita di bambini minorati, è una posizione indifendibile. L’applicazione clinica della fecondazione in vitro esige, in tutte le sue forme, la ricerca sugli embrioni”.  Infatti, di fronte a un figlio anormale, come reagiranno i genitori con l’équipe medica che lo ha prodotto? Soltanto se si è certi che non nasceranno figli menomati, ci saranno coppie che chiederanno di accedere alla Fivet e allora essa sarà facilmente accettata socialmente come un rimedio a tanti desideri.
Sulle tecniche di generazione artificiale convergono gli interessi degli operatori medici e i desideri dei genitori. Questa collusione innesca anche dei conflitti di potere, perché ogni tecnica mira al controllo totale del suo ciclo produttivo. “In un primo tempo, di fronte ai figli della scienza, ai bambini prodotti in laboratori, i figli naturali generati da comuni mortali con procedimenti tradizionali, sembreranno gravemente imperfetti, approssimativi, rudimentali, inefficienti. Si creeranno degli standard di normalità così elevati che sarà giocoforza ricorrere a sussidi tecnologici. Chi vorrà affrontare i rischi di una generazione naturale quando può comportare un figlio imperfetto in un mondo di esseri perfetti? Chi vorrà sottoporlo all’infelicità di essere diverso e per ciò stesso peggiore degli altri? Solo pochi, eccentrici, protestatari, marginali irriducibili si ostineranno a produrre bambini ‘ruspanti’ da allevare in apposite riserve. Tutti gli altri si rivolgeranno ai centri più quotati, capaci di fornire, ad alto costo, un prodotto garantito, con marchio di qualità e griffe di prestigio”.
Nella storia passata i vari progetti eugenetici per la produzione della razza perfetta erano stati variamente gestiti e giustificati dallo Stato. Di fronte al pericolo dell’eugenetica molti sorridono perché lo considerano solo un argomento inventato ad hoc per ostacolare la ricerca, ritenendo che sia possibile solo nei regimi totalitari e che sia impossibile nelle società democratiche e liberali. Tuttavia, l’attualità ci ripropone frequentemente questi tentativi eugenetici che, nella maggior parte dei casi, sono gestiti da grandi multinazionali, diventando un grande affare commerciale e venendo celati dietro il mito seducente del progresso scientifico, che è tanto inarrestabile quanto tragicamente omicida.


8. ALCUNI EFFETTI PSICOLOGICI
La figura del medico e della sua “équipe” irrompe nell’intimità della coppia: il medico diventa arbitro della sessualità dei coniugi fino al punto di quantificare i loro rapporti sessuali, in quanto la frequenza di questi rapporti incide sulla qualità e sulla quantità degli spermatozoi e degli oociti.
Si assiste spesso al caso particolare in cui un coniuge non indirizza più la propria attenzione affettiva ed emozionale verso l’altro coniuge, ma la trasferisce alla rappresentazione mentale del potente medico, il quale è avvertito come il datore della vita. Nella donna si può assistere a una sorta di gratificazione edipica, in quanto il medico viene identificato con il progenitore, mentre l’uomo può essere colto da ansia da castrazione.  Queste situazioni hanno delle inevitabili conseguenze sul modo con cui i genitori si rappresentano mentalmente il figlio attraverso la gravidanza psicologica e sul modo con cui essi se lo rappresenteranno quando sarà nato, soprattutto durante i suoi primi tre anni di vita. In particolare, il processo di rappresentazione mentale proprio dei genitori nei riguardi del nascituro è danneggiato dalle tecniche di fecondazione che dissociano il rapporto coniugale e l’atto generativo.
Inoltre le tecniche di fecondazione artificiale hanno delle conseguenze anche sulla percezione che il figlio nato ha di se stesso; possono verificarsi alterazioni dello sviluppo psicologico della personalità, per le quali, tuttavia, è difficile stabilire esattamente la relazione di dipendenza tra causa ed effetto.
Inoltre, “il dissolversi dell’esclusivo rapporto biologico con i genitori, la constatazione di essere frutto di un’altra fonte di vita può incentivare il bambino a fantasticare più del consueto sulla propria nascita”.  Quando il bambino scoprirà di non essere frutto di un rapporto sessuale tra i due genitori (almeno nella forma completa dello scambio amoroso), egli, se è dilaniato dalla rivalità edipica, potrà accogliere questa scoperta con molto favore. “La procreazione diserotizzata corrisponde a un profondo desiderio inconscio infantile. Il padre, vicariato da un altro, può essere vissuto dal bambino come impotente in quanto la logica infantile procede in modo assoluto (tutto o niente). La presunta impotenza del padre può soddisfare impulsi aggressivi nei suoi confronti ma anche indurre sensi di delusione nella misura in cui il padre è una figura ideale”.
Inoltre, la fecondazione extracorporea mortifica la femminilità con una procedura riproduttiva che ha pesanti costi psicologici ed esistenziali. Statisticamente, perché la Fivet abbia successo – affinché, cioè, l’aspirante madre riesca ad avere il bambino fra le braccia – la donna deve sottoporsi più volte all’iperstimolazione ovarica, e agli interventi che introducono gli embrioni nel suo grembo. L’esigenza di ricorrere ripetutamente a queste tecniche, altamente stressanti, può scatenare un tendenziale rigetto da parte della donna stessa e della coppia, accompagnato spesso da notevoli crisi depressive. Nell’ipotesi di ripetuti fallimenti della tecnica si registrano numerosi casi di ansietà e di crisi depressive, e anche in caso di successo la gravidanza è vissuta dalla madre e dalla coppia in generale con uno stress maggiore rispetto a quello di una gravidanza naturale.
La fecondazione extracorporea rappresenta un regresso nel già faticoso cammino verso la liberazione della donna. Tale tecnica promette alla donna il figlio tanto desiderato, che per lo più (nel 90-95% dei casi) rimane solo un sogno. La Fivet deruba la donna di una sua prerogativa esclusiva, cioè del suo diritto-dovere di essere l’ambiente di tutela primordiale del figlio. La donna cade sotto una nuova e più subdola forma di dominazione: le sofferenze procurate, e le conseguenze sulla sua salute che queste tecniche di fecondazione producono sono solo una manifestazione collaterale di un’offesa profonda contro l’essere donna, il cui valore e la cui autostima non si misurano con il numero dei figli e con la capacità biologica di generarli.
Infine, banalizzare il processo della generazione umana paragonandolo a una donazione di sangue, oppure esaltare i rari successi della Fivet esasperano la ferita di quelle coppie che sono state deluse dal questa tecnica, che hanno sognato un figlio dalla provetta, ma che non sono mai arrivate ad abbracciarlo; e aumentano il senso di frustrazione e il fallimento delle speranze in seguito all’insuccesso di tale procedura (che colpisce 92-93 coppie su 100). Inoltre, questa banalizzazione dell’atto generativo umano e questa eccessiva e ingiustificata esaltazione di tali metodiche creano un clima di colpevolizzazione dell’infertilità che renderà sempre più difficile vivere l’ostacolo biologico come un limite umano che si può accettare in modo degno.


Alcune tesi a favore della liceità della Fivet e la loro critica


1. IL DESIDERIO DI AVERE UN FIGLIO RENDE LECITA LA FIVET?
Bisogna considerare la Fivet anche come una risposta al desiderio di alcune coppie, cui è diagnosticata la sterilità, di avere un figlio. Queste coppie vivono una situazione di grande dolore esistenziale; nobile è il loro desiderio di diventare genitori. Il loro dolore va compreso ed esse vanno aiutate, ma non bisogna illuderle con false speranze. Come abbiamo visto, infatti (almeno in Italia), molto bassa risulta la percentuale degli embrioni prodotti in vitro che giungeranno alla nascita; e poiché il tasso di gravidanze multiple si aggira intorno al 30%, soltanto 7-8 coppie sulle 100 che hanno iniziato una tecnica di fecondazione extracorporea vedranno soddisfatto il loro desiderio e potranno stringere un figlio tra le loro braccia. La Fivet quindi, nel tentativo di soddisfare questo desiderio nobile di avere un figlio, si rivela spesso fallimentare, ma soprattutto non offre una risposta umanamente adeguata a tali aspirazioni, perché non tiene conto né dell’altissima dispersione embrionale che si verifica nel corso della tecnica (si ricordi che circa l’89% degli embrioni fecondati in vitro muoiono nel corso della tecnica), né di tutti gli elementi che vengono sollecitati dal desiderio di maternità e di paternità.


Il desiderio di un figlio non può giustificare l’accanimento procreativo
Ogni desiderio consiste in una serie di processi parzialmente inconsci e irrazionali. Appoggiare la scienza e la ricerca su di esso, sia pure nobile e degno di grande rispetto, è pericoloso. L’aspirazione alla maternità e alla paternità sono espressione di un dramma reale e sincero, ma alimentano le tecniche procreatiche, in quanto procurano loro i preziosi ingredienti: i gameti, senza i quali non si fabbrica la vita. Dall’altro lato, la tecnologia riproduttiva alimenta quell’aspirazione ad avere un figlio presentandosi nella simpatica veste di chi tende una mano alla coppia sterile.
“La risposta immediata a una coppia che non può avere figli non è quella di darle il figlio come se fosse una terapia. I figli non sono la terapia per un disagio esistenziale: non lo sono mai, non lo debbono essere mai. Da questo punto di vista la risposta non può essere semplicemente l’adozione. L’adozione è un meccanismo con il quale io rispondo a un desiderio legittimo, ma che rischia di essere in qualche modo un desiderio viziato dal punto di vista della propria conciliazione con la propria sofferenza e con il proprio dolore. La risposta adeguata è che si può giustamente adottare un figlio e accogliere un figlio che non è proprio, solo in quanto dapprima ci si è riconciliati con il senso dei nostri limiti. Noi oggi dobbiamo riconciliarci con il senso di limitatezza della vita umana, con i limiti delle nostre azioni, con i limiti che in qualche modo costituiscono anche un orizzonte di senso e di valore. Da questo punto di vista la fecondazione in vitro continua ad alimentare un mito sacro: il mito del progresso, il mito della possibilità di non avere più a che fare con la sofferenza, con il dolore, il mito di poter gestire totalmente la nostra vita secondo criteri razionali che ci verrebbero garantiti da una scienza sempre più esatta. Ma è un mito, è un racconto sacro che va demitizzato perché lo spessore della vita in realtà ripresenta in ogni angolo il tema della sofferenza, del dolore, e solo se in qualche modo i vincoli interpersonali sono vincoli saldamente costruiti all’interno del rispetto delle condizioni fondamentali della vita, allora è possibile tentare anche, stando all’interno di una concezione antropologica adeguata, di vincere alcuni limiti, ma non tutti”.  Alcuni invocano la possibilità di generare un figlio come se questo fosse l’unico compimento della relazione tra marito e moglie. Ma il generare un figlio è l’unico fattore che dà consistenza a un rapporto di coppia? Le vie attraverso le quali la coppia può manifestare e vivere il proprio amore reciproco sono molteplici; passano innanzitutto “attraverso l’accoglienza della loro limitazione, un’accoglienza sana e intelligente”. Se si smarrisce questa verità “saremo destinati in qualche modo a subire le ingiurie che la tecnologia e la scienza, che sono alimentate dall’economia, continueranno a fare ai nostri simili a livello embrionale”.  Perciò, è necessario ricordare l’antica saggezza umana che consiste nell’essere consapevoli dei propri limiti, nel saperli accettare e nel convivere con essi, quando il loro superamento comporterebbe un danno grave e irreparabile alla propria persona o ad altri.


Il desiderio del figlio non può diventare il diritto al figlio
Il desiderio che una coppia ha di avere un figlio è un desiderio lodevole, ma non può fondare il diritto ad avere un figlio, perché si può vantare il diritto ad avere un proprio simile.
In altri termini i coniugi hanno certamente il diritto – dovere ai rapporti coniugali di amore vicendevole e fecondo da cui si può generare un figlio. Tuttavia, non hanno mai il diritto al figlio, perché il diritto non può avere mai come oggetto un mio simile: pretendere di avere il diritto al figlio significherebbe ridurre il figlio ad un oggetto, a un bene strumentale. Invece, nei riguardi di un individuo umano posso avere soltanto il diritto a che egli adempia i suoi doveri compiendo degli atti in mio favore o per mio conto: in questo caso il diritto che io vanto ha per oggetto non la persona dell’altro, ma una sua attività.


2. LA CAPACITÀ DELL’UOMO DI RISIMBOLIZZARE LA GENERAZIONE UMANA RENDE LECITA LA FIVET?
È stato obiettato che: “Giustamente la Chiesa denuncia la depersonalizzazione della generazione umana indotta dalle tecniche di fecondazione artificiale sia nella forma intra che extracorporea. Ma forse sottovaluta la capacità umana di risimbolizzare la realtà, di attribuire significato e valore ai fatti della vita, animandoli con il proprio desiderio e inscrivendoli nella propria storia”.
È vero che l’attività simbolica è tipica dell’uomo e che spesso il processo di simbolizzazione di una realtà è decisivo perché quella realtà sia accettata socialmente, ma soprattutto è altamente utile per superare sofferenze morali dovute a eventi inevitabili o a problemi di separazione e di perdita che la vita umana necessariamente comporta (come catastrofi o lutti), oppure per reagire a pesanti sensi psicologici di colpa.
Tuttavia, il processo di simbolizzazione, mentre gioca un ruolo positivo nell’ordine psicologico, non è usufruibile nel campo morale, cioè della valutazione etica della condotta umana. Infatti, per valutare eticamente una condotta o una procedura, è insufficiente considerare la rappresentazione simbolica che ho di esse, dovrò innanzitutto giudicarle così come sono in se stesse. I più recenti regimi totalitari di destra o di sinistra hanno potuto conquistare il consenso sociale proprio perché associavano il regime totalitario ad alcune rappresentazioni simboliche, quali il mito della potenza, della razza o del progresso socio-economico. Tuttavia da questo non segue che la negazione dei più elementari diritti umani fosse lecita moralmente. Come anche dalla circostanza che l’adultero carichi il suo gesto di una forte componente simbolica (come il mito della potenza sessuale o la malizia dell’attrazione fisica), non segue assolutamente che il suo adulterio sia eticamente lecito e che cessi di essere un atto di infedeltà che lede gli impegni del matrimonio.
È anche vero che il desiderio è il movente della vita morale, e che è uno degli elementi che determina la valutazione morale di un atto umano. Ma l’elemento fondamentale per il giudizio sulla moralità è l’azione in se stessa, il suo oggetto, ciò su cui essa si porta, al di là del fine per il quale essa è voluta e messa in atto. Cosa ho fatto? Cosa comporta la mia azione? Chi coinvolge? Questi sono gli interrogativi decisivi per il giudizio morale sulla Fivet.


3. LA FECONDAZIONE EXTRACORPOREA È LECITA PERCHÉ METTE A DISPOSIZIONE NUOVE FORME DI LIBERTÀ?
È stato anche sostenuto che la comparsa di una nuova tecnica può mettere a disposizione dell’uomo nuove forme di libertà, per cui “l’imposizione di forti vincoli all’accesso alle tecnologie di procreazione extracorporea (per esempio alle donne sole) costituisce una minaccia per la libertà di procreazione, uno dei diritti fondamentali della persona, perché la decisione di procreare (o di non procreare) ha un ruolo centrale circa il significato della vita delle persone, la loro dignità e il loro senso di identità”.
Ma questo diritto o libertà alla procreazione così come viene invocato nel testo citato corrisponde a una concezione individualista dell’esistenza umana, concezione che non è accettata dalla nostra Costituzione della Repubblica, in quanto essa inscrive la convivenza umana e i diritti inviolabili della persona all’interno della relazionalità sociale.
Inoltre è molto strano, per non dire schizofrenico, questo modo di argomentare: mentre invoca dei diritti di libertà pone le condizioni per distruggerne altri; mentre plaude alla maternità permette l’uccisione dei figlio; mentre invoca il dialogo e il confronto, distrugge le ragioni ideali della convivenza civile.


4. UN LEGITTIMO SOSPETTO
Le società occidentali, per quanto pluralistiche, sono non tanto caratterizzate ma piuttosto dominate ferocemente da un consumismo sfrenato nel quale non è più la domanda di un bene che genera l’offerta, ma è il contrario, cioè è l’offerta che genera la domanda. Ora, le diverse tecniche di generazione extracorporea sono figlie di questa mentalità, al punto che non sappiamo più chi solleciti la ricerca scientifica e l’applicazione tecnica: se sia il medico o il paziente. “Ma colui che richiede l’intervento tecnologico sul suo processo riproduttivo può essere chiamato paziente? L’ampiezza degli interessi economici in gioco lo sta forse trasformando in un consumatore. Tuttavia il divario tra le aspettative degli utenti e i bassi livelli di efficienza raggiunti finora è tale da suscitare il sospetto che la speculazione si alimenti soprattutto di illusioni”.



Brevi note in margine alla legge n. 40 del 2004 sulla “procreazione medicalmente assistita”


Dopo un lungo iter legislativo, durato parecchi anni, l’11 febbraio 2004 il Parlamento italiano ha approvato la prima legge che disciplina le tecniche di fecondazione artificiale. Si tratta della legge n. 40 promulgata dal Presidente della Repubblica il 19 febbraio 2004 e intitolata “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”.


1. IL CONTENUTO DELLA LEGGE
I primi articoli della legge contengono i principi generali che devono disciplinare l’intera materia. Il primo principio generale è quello di assicurare “i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito” (art. 1, 1). Questo principio è di capitale importanza perché viene affermata esplicitamente la soggettività giuridica del concepito. Il secondo principio consiste nel consentire la procreazione assistita come estremo ed ultimo rimedio contro la sterilità o infertilità, cioè “qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità” (art. 1, 2). Il problema reale che affligge molte coppie e che le induce a ricorrere a queste tecniche è la sterilità o l’infertilità, perciò il terzo principio consiste nel promuovere la ricerca scientifica “sulle cause patologiche, psicologiche, ambientali e sociali dei fenomeni della sterilità e della infertilità […] per rimuoverle nonché per ridurne l’incidenza” (art. 2, 1).
L’accesso alla fecondazione assistita è consentito soltanto quando sia stata accertata con atto medico la sterilità o l’infertilità (art. 4, 1) e soltanto alle “coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi” (art. 5). È vietata in modo categorico la fecondazione artificiale di tipo eterologo (art. 4, 3).
“Le tecniche di procreazione medicalmente assistita sono applicate in base ai princìpi della gradualità, al fine di evitare il ricorso ad interventi aventi un grado di invasività tecnico e psicologico più gravoso per i destinatari, ispirandosi al principio della minore invasività e del consenso informato” (art. 4, 2).
Particolare attenzione è dedicata al consenso informato. Il centro autorizzato a praticare la tecnica ha il preciso dovere di informare la coppia sui metodi, sui problemi bioetici e sui possibili effetti collaterali sanitari e psicologici conseguenti all’applicazione delle tecniche stesse, sulle probabilità di successo e sui rischi dalle stesse derivanti, sulle relative conseguenze giuridiche per la donna, per l’uomo e per il nascituro. Inoltre deve prospettare alla coppia la possibilità di ricorrere a procedure di adozione o di affidamento (art. 6, 1). La volontà di accedere alla fecondazione artificiale può essere revocata da ciascuno dei soggetti (medico, uno dei due partner) fino al momento della fecondazione dell’ovulo (art. 6, 3).
I centri medici autorizzati a praticare le tecniche di fecondazione artificiale devono obbligatoriamente iscriversi in un registro istituito presso l’Istituto superiore di sanità, e devono periodicamente indicare il numero degli embrioni formati e dei nati a seguito dell’applicazione delle tecniche medesime (art. 11, 1 e 2). L’iscrizione a questo registro ha lo scopo di raccogliere e di diffondere le informazioni necessarie al fine di consentire la trasparenza e la pubblicità delle tecniche di procreazione medicalmente assistita adottate e dei risultati conseguiti (art. 11, 3).
Gli articoli 13 e 14 formulano dei principi importanti a tutela dell’embrione.
Viene vietata “qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano” (art. 13, 1). La produzione di embrioni umani è consentita unicamente per fini procreativi, ed è vietata per tutte le altre finalità, come quelle di ricerca o di sperimentazione (art. 13, 3a). La ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano è consentita soltanto a condizione che si perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate, volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione stesso, e qualora non siano disponibili metodologie alternative (art. 13, 2).
Inoltre, la legge n. 40 del 2004 accoglie la risoluzione del Parlamento della Comunità europea del 1988, che afferma solennemente “la necessità di proteggere la vita umana fin dal momento del concepimento”,  le raccomandazioni e le convenzioni del Consiglio d’Europa in forza delle quali “l’embrione e il feto umano vanno trattati nel rispetto della dignità umana”,  e “anche lo zigote deve essere protetto e on può essere indiscriminatamente usato per esperimenti”.  Perciò la legge italiana protegge l’identità genetica del concepito e proibisce “ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti ovvero interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete ovvero a predeterminarne le caratteristiche genetiche” (art. 13, 3b). Proibisce severamente la clonazione mediante trasferimento di nucleo o di scissione precoce dell’embrione o di ectogenesi sia a fini procreativi sia di ricerca (art. 13, 3c; 12, 7), la fecondazione di un gamete umano con un gamete di specie diversa e la produzione di ibridi o di chimere (art. 13, 3 d).
Sempre ai fini di tutelare l’embrione umano, la legge vieta la crioconservazione, la soppressione di embrioni, e la riduzione del numero degli embrioni nel caso di gravidanza plurima, ma fa salvo quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194 (art. 14, 1 e 4). Proprio per evitare la crioconservazione degli embrioni, le tecniche di produzione degli embrioni “non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario a un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre” (art. 14, 2). Si noti che sotto quest’aspetto la legge italiana ha recepito in pieno la Risoluzione A2-372/1988, I, § 4 del Parlamento Europeo la quale chiede che siano fecondati in vitro solo quel numero di ovuli che possono essere trasferiti nel grembo materno. Tuttavia, “qualora il trasferimento nell’utero degli embrioni non risulti possibile per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione è consentita la crioconservazione degli embrioni stessi fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile” (art. 14, 3).
Inoltre, è contemplata la possibilità dell’obiezione di coscienza per il personale sanitario che non voglia prendere parte alle procedure per l’applicazione delle tecniche di fecondazione artificiale (art. 16).
Infine, sono previste pene, sanzioni amministrative e multe severe per chi trasgredisce questi divieti.


2. LA SUA VALUTAZIONE
Molti, per motivi di polemica e di demagogia, hanno definito questa legge confessionale, fondamentalista, e hanno accolto la sua approvazione come la vittoria dei cattolici.  Nulla di più falso, perché la morale cattolica proibisce qualsiasi tipo di fecondazione artificiale, sia omologa che eterologa, mentre promuove tutte quelle tecniche di inseminazione che si configurano come un aiuto e un prolungamento dell’atto coniugale normale. Inoltre in questa materia, come in molte altre, la morale cattolica non si propone come una morale confessionale (cioè non invoca come proprio fondamento la rivelazione che è oggetto di fede), ma si propone piuttosto come una morale ancorata su argomenti di natura razionale, primo tra tutti il rispetto della pari dignità di ogni individuo umano.
Questa legge sulla fecondazione assistita non rispecchia la morale cattolica, perché è lesiva dei diritti del concepito, del suo diritto alla vita, non rispetta il rapporto inscindibile tra l’atto d’amore dei coniugi e la generazione umana, né la concezione della famiglia fondata sul matrimonio.
Perciò per queste tre ragioni è una legge gravemente ingiusta. Tuttavia possiamo riconoscere in essa alcuni aspetti positivi, quelli che riducono gli aspetti più disumani e iniqui delle tecniche in esame: la proibizione della clonazione, della sperimentazione e della ricerca sugli embrioni umani, il divieto della riduzione embrionale, della selezione eugenetica e della fecondazione eterologa. Inoltre le norme che promuovono la ricerca scientifica sulle cause della sterilità e dell’infertilità, che disciplinano il consenso informato e soprattutto che riconoscono nell’embrione umano un soggetto di diritti rappresentano sicuramente un miglioramento rispetto alla situazione precedente di vuoto legislativo.
Nonostante ciò, è evidente che questa normativa nasce da una logica compromissoria, o, se si vuole, dalla volontà di bilanciare diverse istanze, soprattutto il desiderio della coppia di avere un figlio, la tutela del concepito, il consenso informato sulle tecniche e la trasparenza e correttezza professionale dei centri medici. In questa logica di compromesso le affermazioni di principio, come quelle sulla tutela dei soggetti coinvolti, sulla tutela del concepito, sul divieto della riduzione embrionale o della selezione eugenetica, sono di fatto completamente vanificate per vari motivi.
La legge, dapprima, vieta categoricamente la diagnosi pre-impianto, poi ammette la possibilità che la coppia sia informata “sullo stato di salute degli embrioni prodotti e da trasferire nell’utero” (art 14, 5). Ma questo non significa aprire di nuovo la strada alla diagnosi pre-impianto? Infatti, per conoscere lo stato di salute degli embrioni prodotti, si potrebbe invocare la necessità di ricorrere alla diagnosi pre-impianto.
Vieta la crioconservazione, e poi la consente in un caso di necessità.
Vieta la selezione e la riduzione del numero degli embrioni per motivi eugenetici, e poi fa salvi i casi previsti dalla legge 194 del 1978, quando è risaputo che di fatto quest’ultima legge viene applicata per consentire, in modo abusivo, ma ampiamente tollerato, l’aborto cosiddetto terapeutico, anche con il semplice pretesto che dalla prosecuzione della gravidanza può derivare un eventuale, ma non certo danno alla salute anche solo psicologica della donna.
Inoltre, alcune affermazioni di questa legge suscitano delle perplessità.
Infatti, le tecniche di procreazione artificiale sono presentate all’interno del genere più ampio dei metodi terapeutici contro la sterilità o l’infertilità (art. 1, 2). Sono presentate, cioè, come una cura, quando è risaputo che una coppia sterile o non fertile resterà tale anche dopo aver avuto un bambino con queste procedure!
Consentire che le coppie di fatto possano accedere alla fecondazione artificiale equivale a legalizzare surrettiziamente la fecondazione artificiale eterologa: infatti, si parla di coppie conviventi e la convivenza potrebbe essere anche solo funzionale a praticare la tecnica di fecondazione!
Inoltre, la legge non acce