L’Unione non dimentichi gli Armeni!!!

La cappa ideologica

Turchia in Europa? Meglio l’Armenia


Il genocidio degli armeni, è stata la prima immensa strage del 900. Ci appartiene. Forse gli armeni sono un indizio del nostro destino. Furono eliminati per odio religioso e razziale dai musulmani turchi…


di Renato Farina

Oggi si celebra a Milano un dibattito serio sul genocidio degli armeni. Una buona occasione per infrangere un tabù. Da noi non se ne parla mai. Forse perché il giorno del ricordo è fissato per il 24 aprile di ogni anno, e noi siamo impegnati con la Resistenza. Ma qualche volta bisogna spazzare via le foglie secche dell’oblio, anche se sotto troveremo sangue secco e scheletri di bambini. È stata la prima immensa strage del 900. Ci appartiene. Forse gli armeni sono un indizio del nostro destino. Furono eliminati per odio religioso e razziale dai musulmani turchi. Le potenze occidentali lasciarono fare per ragioni di strategia globale. Permisero che l’opera fosse compiuta, dopo un timido soccorso. E dimenticarono. Non dimenticò invece Hitler, che riprese il lavoro contro gli ebrei; Incredibilmente, da noi, il dibattito sull’ingresso della Turchia in Europa ha scordato questo particolare, che pesa sulla storia come un macigno. In questi giorni, si è dato un colpo a quest’Europa della smemoratezza. Speriamo si risvegli, si ridefinisca a partire dalle radici cristiane. Che pena l’Unione se per accogliere la Turchia ha bisogno di fare silenzio sui morti. Gli armeni! Che ne sappiamo? Poco. A Venezia c’è la loro meravigliosa biblioteca dove stanno monaci dalle grandi barbe. Nei film americani sono figure simpatiche di numerosa famiglia. E’un popolo dalla schiena diritta. Sono stato in Armenia e ne ho studiato (poco) la storia. Il sole è accecante, la terra arida. Nella capitale Everan c’è il monumento dell’orrore, avvolto di pietà, perché gli armeni coltivano anche il perdono. Popolo grande, ma l’Armenia è ridotta a un fazzoletto di terra, meno di 30 mila km quadrati, inferiore alla decima parte dell’Italia, in realtà meno del 90 per cento del territorio che storicamente le apparterrebbe, ma è di dominio turco. Che bella gente quella armena. Vicino a Erevan ci sono le belle montagne del Caucaso. I soldati usano mimetizzare il casco con rami di rosmarino, che dà un profumo sopportabile alla realtà dell’abbandono. I silenzi della Turchia Sono stati abbandonati. Chiedono che la Turchia chiami le cose con il loro nome, omicidio l’omicidio, genocidio il genocidio. Invece, ancora di recente, l’amatissimo (dagli americani e da Berlusconi) Erdogan, si è irritato quando si è nominato quello che lui ha definito “il cosiddetto genocidio”. Per ragioni strategiche dovremmo tollerare una Turchia che non sa riconoscere l’orrore della propria storia? Tirarci in Europa questa realtà di menzogna? Certe cose si pagano. C’è un libro importante che ne parla, accusa chi l’ha perpetrato (lo Stato turco) ma anche le potenze europee (Francia, Gran Bretagna) che hanno voluto dimenticarlo. Lo hanno scritto Flavia Amabile e Marco Tosatti (“Mussa Dagh, gli eroi traditi” Guerini e associati, pagine 154, euro 14). Raccontano di una resistenza di circa 5mila eroici armeni, che riuscirono a scamparla, salvati, dopo una battaglia memorabile dai francesi. Si insediarono alla fine in territorio libero, in Siria. Poi per la ragion di Stato, francesi e inglesi permisero di nuovo la loro deportazione: avevano ceduto quella terra ai turchi, onde ingraziarseli. Si era alla vigilia della seconda guerra mondiale, e la Turchia serviva; Servì infatti: ma alla Germania di Hitler. Il quale, il 22 agosto 1939, prima dell’invasione della Polonia dà l’ordine «di uccidere senza pietà tutti gli uomini, donne e bambini di razza o lingua polacca». E tranquillizza i suoi comandanti, sicuro che la storia cancellerà le tracce della crudeltà. Disse: «Chi parla ancora oggi dello sterminio degli armeni?». Ecco, chi ne parla oggi? Sono 90 anni da quel 24 aprile del 1915. Già nel 1895 gli armeni subirono pogrom da parte musulmana, ma ci si fermò a 200mila morti. I turchi volevano vedere se l’Occidente cristiano interveniva: ovvio, lasciò fare. La Turchia capì che si poteva fare. Finché vennero al potere i Giovani Turchi, nella crisi dell’Impero Ottomano. Avevano una ideologia che mescolava nazionalismo, razzismo e religione. All’inizio della guerra, usarono il pretesto di non volere tra loro quinte colonne del nemico: gente cristiana e che desiderava l’indipendenza. Iniziarono le deportazioni e le inaudite stragi. Amabile e Tosatti ricordano come siano anche stati stermini religiosi. Lo documentano. Se uno si faceva islamico salvava la pelle. Non capitò. Le fotografie che si possono rintracciare digitando sui motori di ricerca internet “genocidio armeno galleria fotografica” sembrano strappate all’album dell’Olocausto ebraico, o all’Iraq di al Zarqawi: decapitazioni, teste infilate sui pali. Ci furono un milione e mezzo di assassinati. La Turchia dice di no. Ora che l’Armenia, dopo il giogo sovietico, è indipendente prova a farsi sentire. Vuole i danni, i beni confiscati, ma soprattutto vuol sentirsi chiedere scusa. Oggi in questo Paese sono in tremilioni e mezzo di cui un terzo vivono nella polverosa capitale, rinfrescata qua e là, in mezzo ai blocchi di cemento brezneviani, da viuzze imprevedibilmente verdi. Altri sei milioni di armeni vivono dovunque nel mondo. A San Lazzaro di Venezia c’è una delle loro comunità, anche se non ce ne rammentiamo mai. Ed allora proviamo a ricordare. L’Armenia cristiana Ricordiamolo a noi stessi, mettiamolo nell’agenda del nostro governo, di sinistra e destra. Nel cuore del Caucaso c’è un piccolo Stato cristiano. Noi non lo sapevamo – non sappiamo mai niente di importante – ma è l’ultima propaggine dell’Europa e dell’Occidente. Anche se le cartine della geografia dicono Asia, questa è Europa. Prima che noi diventassimo cristiani, loro lo erano già. È un cristianesimo che non è cattolico latino ma non si è mai separato aspramente da Roma: c’è dai tempi del Vangelo. Gli armeni hanno avuto la sfortuna di essere abitanti di un territorio troppo strategicamente decisivo: tra il Mar Nero e il Mar Caspio, difesi dalle montagne a Nord e a Sud. Chi possiede questa terra ha in mano il perno dell’Asia e dell’Europa. I romani avevano già preso sotto di sé queste terre con Pompeo, nel 69 avanti Cristo. Data dal 301 la decisione di dichiarare il cristianesimo religione di Stato, primi al mondo. Arrivarono mongoli, turchi, arabi, persiani e poi ancora turchi, a divorarsela, quindi i comunisti sovietici: ma questo punto di cristianesimo e di occidente, di valore dato all’individuo e al popolo che lo difende, ha tenuto. Si rifugiavano sulle montagne o fuggivano all’estero, portando con sé i loro libri e trascrivendoli. La loro cultura è infinita. Non solo nel senso banale della quantità, ma in quello strabiliante della forza dell’identità. Questi sanno chi sono. Per questo sono un patrimonio imperdibile proprio per noi che non sappiamo più chi siamo ma guardando loro abbiamo nostalgia. Ora questo popolo, che ha ritrovatimagri confini, è circondato dall’Islam. Ha preservato una roccaforte di straordinaria bellezza tra i monti azeri, il Nagorno Karabakh, ma muore praticamente di fame e di solitudine. L’agricoltura è la risorsa unica e miserabile in terra desolata. Scrive il poeta: “Ormai secche le rose e le violette armene”. Potrebbe passare di qui la via del petrolio, ma l’America di Clinton, a suo tempo, ha privilegiato la strada islamica. E l’Europa non sembra accorgersi della preziosità dell’ Armenia . Nella regione degli armeni c’è l’Ararat biblico, qui nascono il Tigri e l’Eufrate. C’è la culla morente di noi stessi. Bisogna ricordare. Le radici cristiane dell’Europa sono lì. Ce lo hanno insegnato che l’Europa finisce in Caucaso. Occorrerebbe un lavoro di sostegno politico e diplomatico: gli americani vogliono la Turchia nell’Unione? Prima la loro Costituzione riconosca il genocidio. Semmai si porti nell’Ue l’Armenia! Si racconta che Komitas, il genio musicale armeno, sopravvissuto per miracolo al genocidio, dopo quella tragedia sia rimasto in silenzio: per vent’anni, fino alla morte. Noi invece non abbiamo il diritto di stare in silenzio.

Libero 9 Giugno 2005