L’uccisione di mons. Padovese. È giallo.

L’omicidio di mons. Padovese

e il “solito” pazzo “isolato”…

L’assassino è stato dichiarato instabile psicologicamente, ma la Turchia negli ultimi anni (e ancora più indietro, ricordate un certo Ali Agca?) sembra diventata la patria dei pazzi che guarda caso prendono di mira proprio i religiosi cristiani, tentando di ammazzarli. Mi hanno colpito le parole dell’arcivescovo di Smirne, Ruggero Franceschini, che dopo l’accoltellamento di un frate francescano, nel 2007, aveva detto: “Ancora una volta diranno che questo è un atto di un pazzo. Ma allora dobbiamo ammettere che da un anno e mezzo circa in Turchia gli atti da matto sono notevolmente aumentati, guarda caso contro i religiosi cristiani stranieri”.

La violenza efferata con cui è stato ammazzato Padovese - al quale è stata quasi staccata la testa [ndr. l’ambasciatore d’Italia ad Ankara Carlo Marsili ha dichiarato: «Ho avuto modo di leggere il referto di tre pagine dell’esame autoptico condotto sul corpo di mons Padovese ed in effetti si parla di una grande ferita al collo, che potrebbe essere stata quella fatale, e di altre ferite minori all’addome»] - non si spiega con un litigio.

Il suo assassino è arrivato a casa del vescovo in motorino insieme al fratello, e con tutta probabilità aveva con sé l’arma del delitto (non si taglia la testa a una persona con un coltello da tavola…). Inoltre Murat Altun, il ventiseienne autista del vescovo, che aveva preso il posto del padre al servizio del Vicario apostolico in Anatolia, non era un convertito al cristianesimo. Era invece ben inserito nell’ambiente della sua città e non si esclude che fosse in contatto con elementi nazionalisti radicali. Resta poi da spiegare perché monsignor Padovese abbia disdetto, poche ore prima di morire, i due biglietti aerei per Cipro, dove sarebbe dovuto andare per essere vicino al Papa durante la visita. Padovese aveva collaborato alla stesura dell’Instrumentum laboris del Sinodo per il Medio Oriente che viene consegnato questa mattina da Benedetto XVI alle Chiese dell’area.

E’ comprensibile che il Papa, con le pochissime informazioni a disposizione tre giorni fa, iniziando un viaggio a rischio strumentalizzazione, abbia gettato acqua sul fuoco minimizzando ciò che è accaduto al Vicario dell’Anatolia. Ma Ratzinger ha anche detto che bisognerà aspettare di saperne di più. E la “verità” fino ad oggi emersa lascia irrisolti molti dubbi. (Blog di Andrea Tornielli)

 

 

Per un approfondimento leggere il “dossier” che segue.

 



Tutti i sospetti sul killer di monsignor Padovese: pazzo o anti cristiano?

Il vescovo di Smirne: «L’assassino non era malato di mente. La visita psichiatrica è stato il tentativo di crearsi un alibi».

Nel dicembre 2007, dopo l’ennesimo attacco a un prete cattolico - il francescano Adriano Franchini - monsignor Luigi Padovese, il Vicario apostolico dell’Anatolia assassinato tre giorni fa in Turchia, aveva dichiarato: «La nostra volontà di restare qui si rafforza dopo queste aggressioni. Tuttavia c’è da dire che nonostante che la popolazione turca sia generalmente buona, eventi del genere testimoniano che c’è un ramo malato nel grande albero della popolazione locale». Anche in quel caso si era trattato di uno «squilibrato», una persona psicologicamente instabile, un giovane che voleva convertirsi al cristianesimo dall’islam ma voleva farlo immediatamente. Tre anni fa, l’arcivescovo di Smirne, Ruggero Franceschini, aveva usato le stesse parole che ripete ora: «Ancora una volta diranno che questo è un atto di un pazzo. Ma allora dobbiamo ammettere che da un anno e mezzo circa in Turchia gli atti da matto sono notevolmente aumentati, guarda caso contro i religiosi cristiani stranieri».

Dopo la morte di don Andrea Santoro nel febbraio 2006, dopo l’aggressione a padre Martin Kmetec, dopo le minacce subite dai francescani nella parrocchia di Mersin; dopo l’accoltellamento di un sacerdote cattolico di nazionalità francese, padre Pierre Brunissen, che aveva appena riaperto la chiesa di don Santoro; dopo la morte di tre cristiani protestanti, torturati, incaprettati e uccisi a coltellate mentre lavoravano a Malatya nella casa editrice Zirve, che pubblica Bibbie e libri di matrice religiosa cristiana; dopo l’accoltellamento di padre Franchini, e ora dopo la barbara uccisione per sgozzamento del vescovo Padovese, si continua a parlare di pazzi «instabili di mente». Pazzi isolati, come è sempre stato definito Ali Agca, l’attentatore turco appartenente ai Lupi Grigi che il 13 maggio 1981 ferì gravemente Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro. Giovani «instabili» che spesso si scopre essere stati in contatto con gruppi ultra-nazionalisti e anticristiani.

Molti sono ancora i punti oscuri di questa vicenda. Innanzitutto, monsignor Padovese è stato colpito con una violenza efferata. Padre Roberto Ferrari, missionario in Turchia, che ha visto il corpo del presule, riferisce che «la testa si è staccata come quella di San Giovanni». Si sa che l’assassino, l’autista del vescovo, il ventiseienne turco Murat Altun, è arrivato nella casa del prelato a Iskenderun in motorino, accompagnato dal fratello. Ha agito da solo, perché ispirato da «una rivelazione divina», come egli stesso ha dichiarato, oppure qualcuno l’ha aiutato?

L’arcivescovo di Smirne, Franceschini ha detto al Tg1 che «Murat non era affatto malato di mente. Si era sottoposto ad accertamenti presso l’ambulatorio di psicologia e psichiatria dell’università solo per precostituirsi un alibi. Anche la persona che ha gettato una bomba molotov sulla nostra cattedrale di San Policarpo, qui a Smirne, è stato definito “un malato mentale”. E ci può essere sempre qualcuno che approfitta di difficoltà psicologiche per spingere a fare queste cose».

Murat Altun, al contrario di quanto si è detto, non si era convertito al cristianesimo ed era rimasto musulmano, come ha voluto chiarire il suo avvocato. L’autista era ben inserito nell’ambiente della sua città e la voce secondo la quale ultimamente ci sarebbero stati dei dissapori con monsignor Padovese – il quale, tra l’altro, attesta il vescovo emerito di Verona, Flavio Carraro, si era dato molto da fare per trovargli un posto di lavoro in Italia per permettergli di aiutare la sua famiglia – non basta certo per giustificare un assassinio.

Resta infine il mistero del viaggio a Cipro annullato la mattina del giorno dell’omicidio. Monsignor Padovese aveva collaborato intensamente al documento preparatorio del Sinodo, doveva essere vicino al Papa nei tre giorni della visita, aveva prenotato il volo per sé e per Murat Altun, ma poi ha annullato i biglietti. Perché? Si è detto che il prelato non si sentiva bene, forse aveva avuto una crisi di diabete. Ma fino al giorno prima non aveva interrotto le sue attività pastorali. E quell’appuntamento a Cipro era certamente uno dei più importanti dell’anno nella sua agenda.

di Andrea Tornielli

Il Giornale domenica 06 giugno 2010

 

Dubbi sull'omicidio Padovese

Il nunzio in Turchia mons. Lucibello ha riferito al segretario di Stato Bertone una serie di inquietanti incongruenze nella versione ufficiale con cui la polizia turca derubrica l’omicidio Padovese a «gesto di un folle solitario». Nell’«inner circle» papale, crescono i sospetti su tutto (movente, possibili mandanti e reale matrice dell’esecuzione). È stato lo stesso assassino, Murat Altun, ad organizzare la visita psichiatrica come a precostituirsi un alibi, mentre l’arcivescovo di Smirne, Franceschini nega che fosse pazzo e che abbia agito da solo.

C’è l'impronta conciliante di monsignor Padovese sulla storica preghiera papale alla Moschea blu di Istanbul nel 2006, nei dossier interreligiosi riservati al Palazzo Apostolico e nell’appello alla pacificazione e all libertà religiosa che sotto i suoi occhi oggi Joseph Ratzinger avrebbe lanciato al mondo consegnando ai vescovi il documento-base del Sinodo sul Medio Oriente. Era stato il vescovo francescano Luigi Padovese, uomo-ponte nel sempre più complicato dialogo con l’Islam, a convincere il Vaticano della necessità di favorire l’ingresso della Turchia in Europa. Da presidente della conferenza episcopale, Padovese si era conquistato sul campo i gradi di ufficiale di collegamento tra il governo Erdogan e l’«inner circle» di Benedetto XVI, al punto da influenzare documenti e pronunciamenti della Santa Sede sul Medio Oriente in fiamme. Nella diplomazia pontificia ci si chiede se l’omicidio di un paladino della pace come Padovese non si inserisca nell’ormai lunga e sanguinosa scia dei religiosi cristiani aggrediti o uccisi in Turchia, quasi sempre con la falsa accusa di fare proselitismo. Aggressioni ed omicidi compiuti tutti da fanatici, poi riconosciuti insani di mente in processi-farsa e scarcerati in breve tempo. Di fare proseliti era stato accusato dagli islamo-nazionalisti di Trebisonda padre Andrea Santoro, ucciso in chiesa con due colpi di pistola nel febbraio del 2006 da un ragazzo di 16 anni probabilmente emissario di un gruppo di persone nella cui ideologia si fondono integralismo islamico e nazionalismo. Ma, forse, Padovese la spiegazione di quell’escalation la conosceva. Il 16 dicembre 2007, commentando l’agguato al francescano Adriano Franchini, accoltellato quella stessa mattina in una chiesa di Izmir da un giovane subito definito «pazzo» dalla polizia, il leader dell’episcopato(come prevedendo il proprio destino) aveva affermato che «nonostante la popolazione turca sia generalmente buona, eventi del genere testimoniano che c’è un ramo malato nel grande albero della popolazione locale». Nel seguito papale è forte lo smarrimento. Padovese sapeva di esporsi al rischio di ritorsioni nazionalistico-religiose per il suo ruolo di «pontiere» e sospettava mandanti dietro l’aggressione mortale quattro anni fa al missionario don Andrea Santoro. E un politico cattolico come il sottosegretario Carlo Giovanardi si spinge a dire che «ancora una volta il fanatismo del fondamentalismo islamico ha colpito chi vuole continuare a testimoniare, sia pur tra mille difficoltà, la libertà di religione nei Paesi musulmani».

I vertici diplomatici del Vaticano concordano che non è stata solo uccisa una «colomba»: è stato reciso un formidabile canale tra Roma e la regione più incandescente del pianeta.

Nella guerra sotterranea tra Turchia laica e settori islamisti, il vescovo Padovese, da buon milanese, sentiva di essere manzonianamente il «vaso di coccio fra quelli di ferro», ma, pur di difendere la presenza cristiana nel Paese, rifiutava ogni altra destinazione. A chi gli ipotizzava persino un approdo sulla cattedra di Sant’Ambrogio ripeteva: «E perché? Non sto facendo bene il mio lavoro quaggiù?». La sua agenda includeva Ankara nell’Ue e una «internazionale» delle religioni da costruire in riva al Bosforo con ortodossi e musulmani. Nel seguito papale la parola d’ordine è «depotenziare» l’effetto dirompente dell’assassinio, ma la versione ufficiale sembra un argine troppo debole. Che l’eliminazione di monsignor Padovese sia il gesto di un folle, una tragedia personale senza motivi politici appare una «verità di Chiesa» che non convince neppure il suo predecessore alla guida dell’episcopato turco. «Conoscevo l’autista e non era pazzo, ha lavorato con me per undici anni ed era una persona tranquilla e serena che non aveva bisogno di alcun aiuto psicologico - taglia corto monsignor Ruggero Franceschini, oggi arcivescovo di Smirne ed ex presidente della Conferenza episcopale della Turchia - Si può pensare che qualcuno si sia servito di lui. Lui da solo non può averlo fatto. Tutti i nostri dipendenti vengono sottoposti ad uno screening accurato da parte della sicurezza. Faccio fatica a credere a quello che dice la polizia. Era un musulmano, ma molto buono, molto tranquillo». Insomma «quello dell’instabilità mentale dell’omicida è un luogo comune che era già stato utilizzato per l’assassinio di don Andrea Santoro», precisa l’arcivescovo: «L’aggressione di uno squilibrato è la soluzione più facile per chiudere il caso». E punta l’indice contro «focolai di estremisti religiosi». L’omicida potrebbe «essere stato irretito da uno di questi gruppi». Del resto «è già successo diverse volte» e «anche la persona che ha gettato una bomba molotov sulla nostra cattedrale di San Policarpo, qui a Smirne, è stato definito un malato mentale». E «ci può essere sempre qualcuno che approfitta di difficoltà psicologiche per spingere a fare queste cose». Padovese «ha lavorato benissimo, ha seminato molto e, come diceva Tertulliano, il sangue dei martiri genera nuovi . Intanto il Pontefice corre in soccorso dei cristiani che a Est «soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose». Molte famiglie «prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso», ma «restare e dare testimonianza a Cristo è un segno straordinario non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella regione», anche se spesso dagli Stati e dall’Onu arriva il cattivo esempio. Solo persone dotate di una «chiara visione morale» e di «coraggio» possono «promuovere una genuina riconciliazione» nelle crisi internazionali. Le ideologie politiche sopprimono la verità e la dignità umana». Negando i principi etici della «legge naturale» il mondo rischia di diventare un «luogo pericoloso». Colpa dei «tentativi di promuovere pseudo valori con il pretesto della pace, dello sviluppo e dei diritti umani». Nell’attuale escalation di violenza il dialogo «non indebolisce, bensì rafforza» e «nessun odio, nessun conflitto, nessun muro può resistere al perdono». Trentamila icone sono sparite dalle chiese nella zona Nord, protestano gli ortodossi, così il Pontefice lancia un appello affinché «tutti gli abitanti di Cipro trovino la saggezza e la forza di lavorare insieme per una giusta soluzione dei problemi ancora da risolvere, impegnandosi per la pace e la riconciliazione». Fuori, a capeggiare il drappello dei dissenzienti c’è Anastasios, metropolita di Limassol, per il quale Benedetto XVI è un «eretico» che non avrebbe mai dovuto posare piede in terra ortodossa. Il Papa passeggia lungo la linea verde verso la parrocchia della Santa Croce, nella zona di nessuno, controllata dai caschi blu, per incontrare lo sceicco Nazin che si scusa: «Mi perdoni se ho aspettato seduto su questa sedia, ma sono molto vecchio». Benedetto XVI, che già indossa i paramenti per la messa, sorride: «Sono vecchio anche io». Contro la pedofilia la Chiesa ha bisogno di «preti buoni, santi, preparati», al Medio Oriente servono libertà religiosa e «politici moralmente rigorosi». Il Papa esorta i governanti dell’area più incandescente del pianeta a «lavorare al bene comune per destrutturare le ideologie del XX secolo superando gli egoismi» e chiede alle comunità cristiane sempre più minoritarie di restare nella terra di Gesù: «La vostra presenza è espressione del Vangelo della pace e impegno al dialogo».Il muro che da trent’anni separa la Cipro europea e cristiana da quella turca e musulmana va abbattuto: la riunificazione è indispensabile a una Turchia che ambisce all’Ue con il «placet» della Santa Sede. Però, a pochi giorni dal sanguinoso blitz israeliano contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza e dall’assassinio del presidente dei vescovi turchi, Padovese, nell’«isola divisa» la convivenza interreligiosa è così complicata che ieri il Gran Muftì (massima autorità islamica cipriota, sostituito da un anziano leader Sufi) e cinque metropoliti ortodossi su 17 hanno disertato l’incontro con Benedetto XVI.

di G. Galeazzi

Blog Oltretevere - domenica 06 giugno 2010

 

Un missionario reggiano a fianco del vescovo ucciso:

"Morto come San Giovanni"

Il frate reggiano 84enne della diocesi di Iskenderun conosce anche l'autista che ha assassinato monsignor Padovese: "Ma non ho paura. Abbiamo l’angelo dei missionari, oltre all’angelo custode".

«Siamo stati a vederlo prima che facessero l’autopsia. Era irriconoscibile. Gli hanno tagliato la gola completamente, la testa si è staccata come quella di San Giovanni».

È stata un’esperienza impressionante quella vissuta l’altro pomeriggio da padre Roberto Ferrari e dai confratelli cappuccini della diocesi di Iskenderun.

Monsignor Padovese era stato ucciso poche ore prima. «Una cosa tremenda», dice il frate originario di Reggio Emilia, 84 anni, da 60 missionario in Turchia, impegnato a Mersin in Anatolia, 200 chilometri da Iskenderun, da decenni stretto collaboratore del vescovo assassinato, che era vicario apostolico e presidente della Conferenza episcopale turca.

Padre Roberto, quando ha visto l’ultima volta padre Padovese?

«Martedì, due giorni prima che fosse ucciso. A Iskenderun c’era la riapertura di una chiesa siriano cattolica che era stata soppressa sessant’anni fa. Una solennità, patriarchi, cardinali. Mi ha detto più volte: ‘Ci vediamo in Cappadocia per un ritiro dei missionari. Devo andare là a tenere conferenze’».

Conosce l’autista accusato dell’omicidio? Avrebbe detto di avere agito per voce divina.

«Certo che lo conosco: fin da bambino. Suo papà lavorava qui da vent’anni e lui lo accompagnava fin da piccolo. Un uomo molto gentile, molto servizievole. Martedì abbiamo anche parlato io e lui. Con tutti i vescovi che c’erano, giunti da Aleppo, Damasco, ha fatto molti servizi con la macchina. Mai si sarebbe pensato...».

Sembra avesse appena concluso una terapia psichiatrica.

«Tutti i casi che abbiamo avuto qui sono sempre di malati psichiatrici...».

Cosa intende far capire? Che dietro ci potrebbe essere una motivazione religiosa?

«Sono cose che... Non sempre si può dire tutto. Capisce?»

Lei è stato perseguitato? Ha subito violenze?

(Ride) «Io sono stato due volte in prigione, anni fa, accusato di cose tremende: di essere una spia internazionale, di avere venduto una campana, di essere amico di terroristi. La prima volta sono stato dentro un mese, la seconda una settimana. Sono stato espulso da Antiochia. Sono ancora qui. È quello che vuole il Signore. Abbiamo l’angelo dei missionari, oltre all’angelo custode».

Ha paura?

«No, assolutamente. Per tre volte mi hanno proposto la scorta della polizia. Io non l’ho voluta».

Il Resto del Carlino 5 giugno 2010

 

La madre: «Per mio figlio don Luigi era un padre»

«Sono triste perché è morto il vescovo e non perché mio figlio è in prigione». Lo dice Sultan Altun, madre di Murat, l’assassino di monsignor Luigi Padovese. «Mio figlio amava il vescovo. Dava seguito a tutte le sue richieste e direttive. Lo rispettava molto», ha detto la donna in lacrime davanti ai giornalisti. Aggiungendo poi che suo figlio considerava Padovese «come un padre». «Ha avuto gravi problemi psicologici negli ultimi due mesi - ha voluto chiarire la donna -. Ha passato in chiesa tutta la settimana scorsa. Lo avevo chiamato per invitarlo a casa, ma aveva rifiutato, dicendo che stava bene lì. Stava riposando a casa due giorni fa quando il vescovo lo ha chiamato e gli ha chiesto di uscire per una passeggiata. Mio figlio gli ha detto che era stanco, ma il vescovo ha insistito. Ho parlato con il vescovo e mi ha detto che avrebbe portato fuori mio figlio per una passeggiata e un pranzo».

Il Giornale domenica 06 giugno 2010

 



Postato il Domenica, 06 giugno @ 10:40:10 CEST di Peppone
 
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