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V. Messori: Messori: Su un compleanno
05|Feb 2012Scritto da: David
Riflessioni su un compleanno di Vittorio MESSORI
Guarda caso: era Pasqua, stavolta, il giorno in cui, compiendo gli anni, ho varcato la soglia di quello che è l’inizio ufficiale della vecchiaia persino per la politicamente correttissima OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità; dove, ovviamente, quei funzionari non parlano di noi, giunti a questa soglia, come di “vecchi” bensì di “anziani”, qualcuno ancor più delicato addirittura di “seniores”.
Eufemismi pietosi a parte – consolanti come, per un cieco, essere chiamato “non vedente” e per un paralitico “diversamente abile” – sono entrato nella zona spazzatura, come ha confermato proprio in queste settimane il nuovo assetto dell’Auditel, il sistema per rilevare gli ascolti televisivi. Chi ha meno di 15 anni e più di 64 è eliminato dalla rilevazione, non esiste, perchè non interessa agli inserzionisti pubblicitari. Essendo “consumatori deboli”, i bambini (per quanto precoci) e i vecchietti (per quanto arzilli), hanno un bello stare davanti al video, la loro presenza è letteralmente irrilevante, nessuna azienda è disposta a pagare per raggiungerli con i loro messaggi.
Mal sopportando i moralisti che si lagnano della «nequizia dei tempi» e i benpensanti del «dove andremo a finire?», e preferendo sempre e comunque la verità all’ipocrisia dilagante, dico che è giusto così. Anzi, me ne rallegro perchè, pur senza volerlo, con il loro approccio di realismo pragmatico, i pubblicitari aiutano i miei coetanei a tentare di smetterla con la rimozione dell’intollerabile approssimarsi della fine. Un tempo ci volevano santi sul tipo di Alfonso Maria de’ Liguori, che scrivessero libri-choc come Apparecchio alla morte per richiamare i fratelli alla realtà; ora, ci sono le regole dell’Auditel, come monito che è ormai ora di fare le valige. Meglio che niente.****Per quanto mi riguarda, encore un effort!, come esortava il marchese De Sade, ovviamente pensando a tutt’altro. Ancora uno sforzo, dunque: al massimo qualche migliaio di giorni ed è fatta, la preparazione all’Esame va verso la fine e ci si avvia a sostenere il Giudizio (il solo che conti, quello con la maiuscola), confidando ovviamente ben più sull’indulgenza che sulla giustizia dell’Esaminatore. Quanto a ciò che si lascia indietro, alle “spoglie”, come si dice – in attesa di riprenderle, non sappiamo come, ma la Speranza ci dice che avverrà – da tempo ho fatto a chi di dovere una sola raccomandazione: rispettare l’istintiva allergia che ho da sempre per i cognomi prima del nome. Dunque, sulla pietra tombale – quale che sia – prima il nome di battesimo, poi il nome della famiglia, come logica e gusto richiedono, tranne che per i burocrati e i loro elenchi. Un motto, su quella pietra? Non dispiacerebbe un paolino Scio cui credidi o la bellissima iscrizione catacombale Domus secunda. Donec tertia. Ma chi, oggi, sa capire il latino? Per uno come me, che ha dedicato la vita alla divulgazione, che si è sforzato di farsi comprendere da tutti, avendo orrore delle oscurità e dei cripticismi degli intellettuali, sarebbe una bella contraddizione. Insomma, mettano quel che gli pare o anche niente, purché non mi mettano ad arrostire: tra le cose che mi è difficile perdonare ai preti di oggi e che meno apprezzo del contraddittorio papato di Paolo VI, c’è l’avere permesso ai credenti la cremazione, questo ritorno al paganesimo, questa bandiera massonica, concedendo la distruzione di un segno cristiano imprescindibile come l’inumazione nella terra. Per eventuali scritte facciano dunque loro, i superstiti, astenendosi in ogni caso dagli elogi che coprono le tombe e che provocano la famosa domanda del bambino in visita al cimitero: «Papà, ma i cattivi dove li seppelliscono?». Il computo di meriti e demeriti tocca a Qualcun Altro. Agli uomini si addice il silenzio; cosa che non sanno più neanche gli uomini di Chiesa che, nelle omelie dei funerali, fanno ciò che un tempo era loro vietato dalle norme canoniche. E, cioè, l’elogio del defunto che, al pari della condanna, non è cosa che competa agli uomini. Soprattutto, poi, a cadavere presente. Ma questi sono tempi dove, come si sa, ai funerali scrosciano gli applausi in chiesa, contraddizione suprema per lo spazio liturgico e tollerata se non favorita dai celebranti. -
R. Cammilleri: Cammilleri: Opinionisti cattolici
05|Feb 2012Scritto da: David
Opinionisti cattolicidi Rino CAMMILLERI
Insomma, c’è o non c’è questa egemonia laicista sulla cultura (e, dunque, sulle mentalità, che equivale a dire su tutto)? È stato autorevolmente osservato che nei grandi quotidiani italiani, per esempio, gli opinionisti cattolici sono completamente assenti. Il sottoscritto, che per mestiere li legge (o almeno scorre) quasi tutti ogni giorno (più, le riviste e i settimanali), deve ammettere che le cose stanno proprio così.
Se togliamo don Gianni Baget Bozzo e Antonio Socci, cosa rimane? Certo, c’è «Avvenire», ma l’eccezione, peraltro unica, non fa che confermare la regola. Sì, i giornalisti di fede cattolica, anche direttori di testata, sono sparsi qua e là e si può dire che sono praticamente presenti un po’ dappertutto, televisioni comprese. Ma di editorialisti autorevoli, di quelli invitati una sera sì e l’altra pure nei salotti televisivi, nisba.
Socci e Bozzo, e nulla più.
Il primo, poi, lo si chiama quando “serve” qualcuno che faccia la parte del cattolico, avendo cura di predisporre adeguati contraltari affinché risulti ben chiaro che il conduttore è pluralista e, pensate, invita anche un cattolico. Sì, so bene che il nostro Messori collabora tranquillamente con il «Corriere della Sera», maggior quotidiano nazionale e punto d’arrivo per ogni carriera nella carta stampata. Ma non come editorialista. E avendo avuto cura di bilanciare la sua presenza con quella di un altro cattolico di tutt’altre vedute, Alberto Melloni. Nemmeno l’altrettanto nostro Introvigne, pur essendo nel suo campo un’autorità internazionale, ha lo spazio dell’editoriale sui grandi quotidiani nazionali: lo si interpella solo per quel che strettamente concerne le sue specializzazioni.Mancano i politologi e i pensatori sull’attualità in campo cattolico? Assolutamente no. Allora sono tutti degli asini, o almeno dei mediocri che non val la pena stare a sentire? Nemmeno. D’altronde, se per fare l’editorialista su un grande quotidiano bisogna essere un genio e un produttore di capolavori stilistici, non si vede cosa ci stiano a fare quelli che già ci sono, visto che di geni non ce n’è, di mediocri c’è pletora e di asini ce ne sono anche troppi.
No, l’egemonia culturale laicista esiste, eccome, e i cattolici devono essere molto, molto, prudenti e circospetti, pena la disoccupazione o peggio. Prendiamo il caso di un’altra firma del «Timone», la Pellicciari. Naturalmente, non fa l’editorialista né l’opinionista, figurarsi, e pubblica libri per il semplice fatto che li vende, sennò neanche questo potrebbe. No, fa solo l’insegnante, e anche questo con grave rischio, visto quel che le è successo.
Inchieste, ispezioni ministeriali, genitori e presidi contro, linciaggi sui giornali. Grazie alla benevolenza di due “laici” che contano, Battista sul «Corriere» e Ferrara nella sua trasmissione, ha potuto dire la sua e difendersi. Ma ha dovuto squadernare il suo metodo d’insegnamento, fin nei minimi dettagli, davanti a tutti, dimostrando all’Inquisizione laicista di non avere infranto le regole per cui un cattolico può essere «tollerato». -
Mons. Negri: Mons. Negri: Il “caso Galileo”
05|Feb 2012Scritto da: David
Il “caso Galileo”di Mons. Luigi NEGRI
È il cavallo di battaglia di tanta pubblicistica anticattolica.
Utilizzato per bollare la Chiesa come nemica della scienza.
Ecco perché è importante tornare a parlarne.
Dicendo la verità su come si svolsero i fatti
Si è concluso non da molto l’anno galileiano e non sono mancate pubblicazioni e articoli che hanno trattato del cosiddetto “caso Galileo”. Allora perché interrogarsi ancora sulla vicenda galileiana? Sono almeno due i livelli per cui è importante occuparsene.Sicuramente ricostruire da un punto di vista storico, al di là di tutte le interpretazioni ideologiche e di tutti i pregiudizi, la dialettica tra Galileo e la Chiesa del suo tempo è importante per chiarire che la Chiesa “non è mai stata” e “non è”, come vorrebbe certa storiografia laicista, contro la scienza. Il cosiddetto “caso Galileo”, come ha avuto modo di precisare l’allora card. Ratzinger, «ancora poco considerato nel XVII secolo, viene – già nel secolo successivo – elevato a mito dell’illuminismo».
Secondo tale prospettiva, continuava lo stesso card. Ratzinger, «Galileo appare come vittima di quell’oscurantismo medievale che permane nella Chiesa. […] Da una parte troviamo l’Inquisizione: il potere che incarna la superstizione, l’avversario della libertà e della conoscenza. Dall’altra la scienza della natura, rappresentata da Galileo».Una puntuale ricostruzione storica ha dimostrato ormai con chiarezza che l’obiezione della Chiesa al copernicanesimo di Galileo derivava dal fatto che si affermavano come teorie scientificamente dimostrate delle ipotesi che in realtà avevano ancora bisogno di ulteriori sviluppi e giustificazioni. Le parole di Bellarmino, scritte al padre carmelitano Foscarini, non lasciano adito a dubbi: «quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allora bisogna ria andar con molta circospezione in esplicitare le Scritture che paiono contrarie e più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra».Inoltre, la preoccupazione della Chiesa era di natura pastorale, ciò che la muoveva non era la volontà di difendere Tolomeo contro Copernico, quanto di evitare che attraverso la divulgazione di teorie non ancora dimostrate si favorisse la libera interpretazione delle Scritture secondo il modello protestante, aprendo inevitabilmente a quella prospettiva soggettivistica e individualistica della fede introdotta da Lutero.Solo se si tiene conto del difficile e drammatico momento storico in cui ci si trovava, si può comprendere una certa rigidità con cui la Chiesa si è posta nel difendere l’interpretazione di alcuni passi delle Scritture, in cui si faceva riferimento al movimento del sole, commettendo l’errore di suffragare la teoria tolemaica con tali passi. Tuttavia ciò che interessava veramente alla Chiesa era difendere la fede del popolo, evitare cioè che in una situazione così delicata un dibattito ancora aperto investisse scriteriatamente il popolo. Con questo non si vuol dire che l’atteggiamento della Chiesa del tempo sia stato esente da errori, ma che la questione in gioco sia più complessa di quanto evidenziato da quelle ricostruzioni parziali che denigrano la Chiesa come oscurantista. -
Il Papa e le crociate. Qualche ''puntino sulle i''
29|Gen 2012Scritto da: David
Il Papa e le crociate. Qualche "puntino sulle i"di Massimo Viglione
«Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura».Queste sono le esatte parole che il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato – nel suo discorso del 27 ottobre u.s. ad Assisi – riguardo il problema della violenza esercitata da cristiani in nome della fede. Le riportiamo con precisione perché tutti sappiamo perfettamente quanto giornali e massmedia siano abilissimi nell’adattare alle loro esigenze le parole e i concetti espressi dai pontefici e perché, anche questa volta, ciò è accaduto in maniera palese.
Ora, come si può notare, in realtà il papa le crociate neanche le nomina, e, soprattutto, non “chiede scusa”: parla di sentimento di vergogna (non è esattamente la stessa cosa…). Certamente però, condanna con fermezza l’uso della violenza da parte di cristiani. E siccome la Crociata era un “pellegrinaggio armato” fatto da cristiani che conduceva al combattimento contro gli infedeli, ergo la conseguenza apparirebbe essere quella della formale condanna della Crociata in sé a prescindere. Ma, è realmente così?
E, soprattutto, potrebbe essere così e in quali termini? Ora, senza entrare negli aspetti più specificamente teologici del problema, ma rimanendo in quelli più modestamente ma anche più appropriatamente storici, occorre fare alcune doverose precisazioni e riflessioni, che meriterebbero ben altro spazio e approfondimento, ma che per necessità ridurrò schematicamente:
1) Fin dai tempi della scuola, gli insegnanti di storia – almeno, quei pochi degni di questo nome – ci hanno ammaestrato sul fatto che l’errore più grande che può commettere uno storico, o anche un qualsiasi uomo che per qualsiasi ragione riflette sulla storia, è quello di giudicare gli uomini, le idee e gli eventi del passato con i criteri che vanno per la maggiore nel presente (e questo a prescindere dall’accettazione spesso e volentieri acritica degli stessi criteri presenti): come se un uomo del XXV secolo ci giudicasse a noi tutti in base alla vita quotidiana e alle esigenze e ideologie del suo tempo;
2) Le crociate (visto che si vuole parlare per forza di crociate) non furono una parentesi – più o meno lunga o breve, più o meno sentita e partecipata – della storia della Cristianità. Se la Prima Crociata è del 1096-1099, se i cristiani hanno tenuto piede militare nei Luoghi Santi per due secoli, in realtà spedizioni crociate sono state pensate, organizzate, e, a volte, anche effettuate, via terra e via mare, fino agli inizi del XVIII secolo. Questa plurisecolare guerra fra religioni non avveniva perché i cristiani erano brutti e cattivi e volevano trucidare tutti i musulmani, che erano buoni e indifesi; né perché i cristiani non avessero altro a cui pensare; né perché non avessero altre guerre interne in cui dare sfogo alla propria violenza innata.In realtà, questa plurisecolare guerra inizia di gran lunga prima del 1096. Inizia 450 anni prima circa, e per 450 anni, occorre dirlo senza ombra di dubbio storico possibile, chi ha portato la guerra alla Cristianità è stato l’Islam nascente e trionfante. Sono stati i musulmani, vivente ancora Maometto, ha iniziare quella tutti noi conosciamo bene, la Jihad. Conquistarono prima l’Arabia, ancora in gran parte pagana, ma poi anche Gerusalemme e i Luoghi Santi, divenendo così i padroni del Santo Sepolcro; e quindi, dividendosi in due grandi tronconi militari, portarono la guerra a tutta la Cristianità come uno Tzunami incontenibile. Se verso oriente furono in parte bloccati – per il momento – dall’Impero Romano d’Oriente (che vivrà tutti i suoi ultimi secoli di vita combattendo e spegnendosi contro i musulmani), verso occidente travolsero per sempre tutta la Cristianità d’Africa, quindi la cristianità ispanica, e tentarono anche di invadere la Francia (battaglia di Poitiers, 732).
Dopodiché assalirono e occuparono la Sicilia e le grandi isole del Mediterraneo, e, nei secoli successivi, invasero varie zone dell’Italia, della Francia (fino a Lione), perfino della Svizzera. Montecassino venne distrutta, Roma assalita e le basiliche costantiniane di San Paolo e san Pietro date al fuoco (per tal ragione fu costruita la Città Leonina intorno a San Pietro da Papa Leone IV). Un enclave perenne di guerrieri musulmani stava a Castelvolturno, un’altra nella Sabina, e Roma viveva sotto continuo attacco e rischiò di cadere preda dell’Islam (come per altro il Profeta aveva, appunto, “profetizzato”), venendo salvata proprio dalla ripetuta azione militare di vari pontefici.
Per secoli l’Europa mediterranea ha subito le scorrerie dei pirati barbareschi (“mammaliturchi”, la celebre battuta del dialetto romano, nasceva da un tragico grido di terrore ripetuto chissà quante volte nel corso dei secoli): uomini uccisi, donne violate e portate negli harem, bambini rapiti e venduti come schiavi (nei secoli moderni, poi, con i turchi invece venivano fatti crescere musulmani e molti di loro divenivano giannizzeri). Per secoli i pellegrini in Terra Santa vennero massacrati, soprattutto con l’arrivo dei turchi selgiuchidi.
E, se con la fine della crociate si era giunti a una forma di “convivenza” armata con il mondo arabo, tutto precipitò di nuovo – e in maniera ancor più radicale – con l’arrivo dei turchi ottomani, che conquistarono ciò che rimaneva dell’Impero Bizantino nel XV secolo e da allora, fino agli inizi del XVIII secolo, puntarono a più riprese sull’Europa, conquistando gran parte dei Balcani, assediando Vienna per ben due volte, conquistando Cipro, Rodi, e portando l’assedio a Malta (dove vennero respinti dall’eroismo dei Cavalieri, guidati da Jean de la Vallette). Nel corso dei secoli, in mille anni (dal VII al XVIII secolo), quante cristiani vennero assassinati? Quante donne violate e deportate negli harem? Quante città distrutte, vite spezzate, anime costrette all’abiura religiosa? Chi potrà mai farne il conto? Chi potrà mai calcolare l’immenso dolore di questi mille anni?Leggi Tutto » | Argomento: La cappa ideologica -
V. Messori: Messori: Le ferrovie di Pio IX
28|Gen 2012Scritto da: David
Le ferrovie di Pio IXdi Vittorio MESSORI
Può sembrare un argomento marginale, un aneddoto per appassionati di storia. Invece, non lo è. Penso, cioè, alle tre righe che tutti abbiamo trovato sui libri di scuola: i quali quasi sempre, come si sa, si copiano nei contenuti e altrettanto quasi sempre si allineano al pensiero egemone del momento. Ricordo bene quando al liceo trovai la frase che mi incuriosì e che mi confermò nella diffidenza e nella lontananza dalla Chiesa: "L'oscurantismo del cattolicesimo della Restaurazione post-napoleonica si spinse sino a vietare la costruzione, nello Stato Pontificio, di ferrovie, considerate un'invenzione diabolica». E questo bastò a me, e chissà a quanti altri, per considerare il cattolicesimo come uno stolto oltre che pericoloso avversario del "Progresso". Insomma, non è un tema minore, vale la pena di occuparsene.Poiché, tra l'altro, mi piacciono i treni (ne ho parlato, qualche volta), il loro bando "teologico" dal regno pontificio mi intrigava in modo particolare. Rinviavo sempre, però, l'attuazione del proposito di capire come stessero davvero le cose. Fino a quando, di recente, un'editrice specializzata ha pubblicato il grosso volume di un appassionato dal titolo per me irresistibile: Le ferrovie di Pio IX.Vediamo, allora, come andò davvero. Cominciando con una cifra precisa: 260. Questo era il numero di chilometri di strade ferrate in tutta Italia nel 1846, quando Pio IX ascese al pontificato. Un'inezia, dunque: come il percorso tra Torino e Brescia, non dimenticando che erano tra l'altro linee a binario unico. Si trattava, comunque, di brevi tronchi non collegati tra loro e spesso costruiti come una sorta di giocattolo del Principe. Così le due prime linee, la Napoli-Portici che permetteva alla corte dei Borboni di raggiungere comodamente e rapidamente il palazzo reale; o come la Milano-Monza, voluta dai vicerè austriaci per raggiungere la reggia brianzola dove vivevano, pur avendo "l'ufficio" in città. In quel 1846, oltre al Lombardo Veneto e alle Due Sicilie, solo il Granducato di Toscana aveva anch'esso un pezzetto di ferrovia. Non ne aveva alcuno - guarda un po'! - quel Regno di Sardegna che ci presenteranno poi come l'avanguardia del progresso in Italia: solo alla fine del 1848 si inaugurò un tronco di pochissimi chilometri, quello tra Torino e Moncalieri (sede, anch'essa, di una reggia dei Savoia) che è un comune confinante con la Capitale e per raggiungere il quale bastavano pochi minuti di diligenza. Soltanto sei anni dopo, nel 1854, Torino sarà collegata a Genova.Date e cifre precise rivelano dunque che il ritardo dello Stato Pontificio non era così abissale come vogliono farei credere. In ogni caso, il desiderio di Pio IX non solo di recuperare ma di porsi addirittura all'avanguardia tra gli Stati italiani è mostrato dal fatto che soltanto un mese dopo il Conclave nominava una "Commissione per le Strade Ferrate dello Stato di Sua Santità". Che facesse sul serio e non per celia lo dimostra il fatto che la "Commissione" tre mesi dopo pubblicava una Notificazione che è ben nota agli appassionati di cose ferroviarie. Si trattava di un bando di gara per assegnare alle Compagnie private in grado di farlo i lavori per ben mille chilometri di strade ferrate. Quattro volte, dunque, l'estensione a quel momento dell'intera rete della Penisola! Partendo da Roma, quattro linee avrebbero collegato la città alle altre zone d'Italia e all'Europa. Il fervore "ferroviario" nell'Urbe era tale, grazie al dinamismo dell'ancor giovane Papa, che Roma ebbe, dal 1847, un settimanale apposito, La Locomotiva, redatto da tecnici e ingegneri e da sempre ricercatissimo dai collezionisti.Se gli eventi, poi, non furono pari alle aspettative e occorse aspettare il luglio del 1856 per la prima linea, la Roma-Frascati, non lo si deve di certo alle autorità pontificie. Innanzi tutto, al bando del governo per la concessione delle opere non poté rispondere il capitale locale, troppo debole, concentrato ancora sulla rendita fondiaria e non abituato a correre i rischi di un'impresa industriale. I soli, veri capitalisti, i principi romani, non erano certo inclini a questo tipo di investimento. Ci si rivolse dunque all'estero, ma le Compagnie che si fecero avanti non risposero ai requisiti tecnici richiesti. Anche perchè era difficile pensare a un adeguato ritorno economico costruendo ferrovie in zone dove l'industria era assente, l'economia povera, il traffico scarso. Inoltre non si trattava di stendere binari in pianure come quelle francesi o tedesche o magari padane ma di farsi largo, a suon di gallerie e viadotti spericolati, tra montagne friabili e tormentate come gli Appennini e di tenere per anni migliaia di operai tra le febbri delle Paludi Pontine. Non dimentichiamo, poi, che gli abitanti sotto l'autorità pontificia erano poco più di tre milioni e un terzo di questi era costituito da contadini poveri. C'era poi il problema delle frontiere e delle linee doganali che spezzettavano l'Italia, così che il tempo che si sarebbe guadagnato grazie al vapore lo si sarebbe perso nel controllo dei passaporti e nelle pratiche doganali. Mentre Pio IX e i suoi collaboratori cercavano di risolvere gli enormi problemi, scoppiò la guerra tra Piemonte ed Austria, con l'invio, in un primo tempo, anche di contingenti pontifici. Poi venne la rivoluzione, venne la repubblica mazziniana, venne la fuga del Papa a Gaeta, ospite del re di Napoli.Al ritorno, nel 1850, il Pontefice trovò non solo una parte dei suoi territori devastata ma anche la bancarotta economica. Le rivoluzioni, come si sa, costano, visto che i rivoluzionari non si occupano di cose mediocri e prosaiche come i bilanci in ordine. La demagogia impone di concedere tutto a tutti, lasciando i debiti a chi verrà dopo. Così avvenne puntualmente anche con il triumvirato di Mazzini, Saffi, Armellini. I "progressisti" che hanno sempre tuonato contro il "malgoverno pontificio" si guardano bene dal ricordare che, in pochi mesi, la cosiddetta Repubblica Romana raddoppiò il debito pubblico, portò l'inflazione al 50 per cento e fece sparire l'oro e l'argento, imponendo il corso forzoso della carta moneta che nessuno voleva. Insomma, la stessa storia degli "assegnati" della Rivoluzione Francese. Da allora, un terzo del bilancio pontificio se ne andò ogni anno per pagare gli interessi sui debiti fatti in tutta Europa ma soprattutto con la banca degli ebrei Rotschild che, oltre a buoni rimborsi, cercavano anche di avere influenza sulle scelte del buon Pio IX. Eppure, nel 1859, quando il Piemonte iniziò un'altra guerra che lo portò all'occupazione illegale della parte settentrionale, la più ricca, dei Domini pontifici, nel 1859, dunque, il cardinal Giacomo Antonelli poteva annunciare che era stato raggiunto il pareggio di bilancio. Un risultato brillante per il quale, puntualmente, non si trova alcuna citazione nei libri di storia. Un risultato, per giunta, cui si giunse nonostante fosse finalmente in svolgimento, da qualche anno e grazie ai sussidi statali, il piano per i mille chilometri di strade ferrate.Insomma, quando il regno d'Italia si avvicinò alla Roma papale per mettere fine al più antico tra gli Stati italiani, non solo non trovò il deserto ma linee già funzionanti e cantieri in attività. Così le truppe che entreranno poi da Porta Pia erano state trasportate sui binari e sui vagoni dell'irriso, oscurantista Papa-Re.Quanto a Gregorio XVI, il predecessore di Pio IX, al secolo Bartolomeo Alberto Cappellari e papa tra il 1831 e il 1846, sono ovviamente inventate le storie di scomuniche contro le ferrovie e chi le usava. Quel pontefice aveva una vocazione contemplativa, aveva scelto volontariamente di farsi camaldolese, dunque benedettino di clausura. Aveva 30 anni quando i giacobini del giovane Bonaparte giunsero a Roma e combinarono quanto sappiamo. Dovette assistere impotente alla parabola violenta del potere napoleonico. Il giorno dopo la sua elezione, nel febbraio del 1831, scoppiava a Bologna un’insurrezione che avrebbe poi coinvolto vaste parti dello Stato, tanto che occorse l’intervento dell’Austria per riportare l’ordine. Tutto, insomma, lo portava a diffidare del "mondo nuovo", del quale le ferrovie erano addirittura un simbolo. Tra l'altro, non era certo il solo a temere la pericolosità, anche fisica, di quel mezzo rivoluzionario: pure buona parte della stampa laica metteva in guardia contro i rischi che si correvano ad affidarsi al vapore. Non si dimentichi che la prima corsa pubblica della storia, nell'Inghilterra del 1830, fu funestata da un incidente mortale. Non viene da ambienti romani né cattolici bensì dallo sgomento istintivo del popolo francese il detto divenuto famoso: chemin de fer, chemin d'enfer.Non era dunque sorprendente che alcuni confessori ammonissero i penitenti, ricordando loro che la tutela non solo dell'altrui ma anche della propria vita è un grave dovere per i cristiani. Ma se Gregorio XVI decise di non costruire ferrovie, fu soprattutto perchè così gli suggerivano i suoi consiglieri che gli dimostravano, a suon di cifre e grafici, che l'economia romana non era in grado di gestire trasporti tanto costosi, che esigevano un rientro impensabile. Come dovette sperimentare poi Pio IX, che si scontrò con il rifiuto degli uomini d'affari di investire i loro capitali.Si temeva, inoltre, l'invasione di merci straniere con le quali il mercato locale non era in grado di affrontare la concorrenza. Problemi concreti, di politica economica, insomma, non questioni teologiche né chiusure aprioristiche a un progresso al quale, lo abbiamo visto, aderì subito e con entusiasmo papa Mastai Ferretti. Il quale non trovò neppure un chilometro di ferrovia: ma alla pari, lo osservavamo, del re piemontese e di tanti altri sovrani dell'Europa del tempo. Eppure, per essi, nessuno ha parlato, come per lui, di "oscurantismo medievale". -
R. Cammilleri: Cammilleri: Family away
28|Gen 2012Scritto da: David
Family awaydi Rino CAMMILLERI
Per non farmi venire un fegato così non guardo mai i talkshow televisivi. Per forza di cose devono dare voce alle opposte opinioni, così che finisce per prevalere solo chi ha la lingua più lunga e/o tagliente. Tuttavia, a volte qualche lettore mi gira via e-mail qualcosa che vi accade o è stato detto. È il caso di quel che vado a trascrivere e che è di penna di Marco Travaglio, il quale nella trasmissione «Annozero» tiene una rubrica che si chiama «Posta prioritaria».
Ebbene, nella puntata del 10 maggio 2007, poco prima del famoso Family Day, una di tali «poste» è stata indirizzata al cardinale Camillo Ruini in questi termini: «Mi rivolgo a lei anche se la so da poco in pensione, anziché al suo successore cardinale Bagnasco, perché lei è un po' l'Andreotti del Vaticano: ha accompagnato la vita politica e religiosa del nostro Paese per molti decenni. Come lei ben sa, non c'è paese d'Europa che abbia avuto i tanti capi del governo cattolici come l'Italia. Su 60 governi in 60 anni, 51 avevano come premier un cattolico e solo 9 un laico».
Perché cito questa «posta»? Perché, nella sua prima parte, a Travaglio non si può dar torto (sulla seconda sì, per questo la ometto). Eccone alcuni estratti che riguardano la Democrazia Cristiana, che, se in effetti avesse fatto per la famiglia tutto ciò che aveva promesso, «oggi le famiglie italiane dormirebbero tra due guanciali. Sa invece qual è il risultato? Che l'Italia investe nella spesa sociale il 26,4% del Pii, 5 punti in meno che nel resto d'Europa».
Ancora: «L'Italia è penultima in Europa col 3,8% della spesa sociale alle famiglie, contro il 7,7% dell'Europa, il 10,2% della Germania, il 14,3% dell'Irlanda. Noi diamo alla famiglia l'1,1 % del Pil: meno della metà della media europea (2,4). Sarà un caso, ma noi siamo in coda in Europa per tasso di natalità». Ancora: «Lei sa, poi, che per sposarsi e fare figli, una coppia ha bisogno di un lavoro stabile. Sa quanto spendiamo per aiutare i disoccupati? Il 2% della spesa sociale, ultimi in Europa. La media Ue è il 6%. La Spagna del terribile Zapatero spende il 12,5. I disoccupati che ricevono un sussidio in Italia sono il 17%, contro il 71 della Francia, 1'80 della Germania, 1'84 dell'Austria, il 92 del Belgio, il 93 dell'Irlanda, il 95 dell'Olanda, il 100% del Regno Unito. E per i giovani è ancora peggio: sotto 25 anni, da noi, riceve il sussidio solo lo 0,65%; in Francia il 43, in Belgio il 51 , in Danimarca il 53, nel Regno Unito il 57. Poi c'è la casa. Anche lì siamo penultimi: solo lo 0,06% della spesa sociale va in politiche abitative (la media Ue è iI2%, il Regno Unito è al 5,5). Se in Italia i figli stanno meglio che nel resto del mondo, anche perché sono pochissimi, per i servizi alle madri siamo solo al 19° posto».
Travaglio prosegue rimproverando alla Chiesa di non aver speso nel decenni di egemonia Dc per la famiglia la stessa energia che mette oggi contro i Dico, i Pacs e i gay, poi ironizza sulla quantità di divorziati, separati e conviventi che si trova nello schieramento politico che appoggiava il FamiIy Day. Noi, che, dovendo scegliere tra i distruttori della famiglia e i fautori della stessa, scegliamo i secondi poco curandoci delle loro vite private, tralasciamo questa parte della lettera. In fondo, anche Hitler ebbe una sola moglie e le fu fedelissimo, Robespierre addirittura non si sposò mai e sappiamo per certo che osservò la castità tutta la vita.
Ma torniamo a quest'Italia, sulla cui bandiera, secondo un caustico intellettuale dei tempi andati, dovrebbe stare scritto «Tengo famiglia». Neanche dopo la scomparsa della Dc le cose sembrano cambiate, dal momento che certi cattolici adulti hanno fatto salti mortali per introdurre da noi quell'euro che ha permesso a commercianti, artigiani, professionisti, proprietari di immobili (ma anche amministrazioni pubbliche) di raddoppiare i prezzi, facendo fuori il ceto medio.
Così, comunque tu voti, a sinistra trovi tasse, a destra sfruttatori. Dunque, come si fa a metter su famiglia? Ci vogliono due stipendi (sempre che bastino), uno per pagare l'affitto o il mutuo e l'altro per mangiare. Anche le donne sono costrette a lavorare, e ciò è salutato come conquista civile. Fu un laico come Massimo Fini, qualche anno fa, a dire chiaro e tondo quel che nessuno osa dire: le donne al lavoro sono una delle più importanti cause dello sfascio della famiglia. Epperò si insiste su «quote rosa» che non basterebbero mai e su un disprezzo per il ruolo di casalinga che solo ricchissime snob possono ormai permettersi.
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Mons. Negri: Mons. Negri: Cristianesimo e Islam: così diversi
28|Gen 2012Scritto da: David
Cristianesimo e Islam: così diversidi Mons. Luigi NEGRI
Dopo i tragici eventi di New York ci si interroga sui rapporti tra Cristianesimo e Islam. Il primo, nato dalla incarnazione di Dio in Gesù Cristo, è chiamato a farsi consapevole della sua irriducibilità. Il secondo, creato da Maometto, non distingue tra struttura religiosa e politica. E rischia di sfociare in teocrazia.
Le osservazioni che seguono sono formulate sul piano della dottrina, cioè delle impostazioni fondo ossia delle visioni dell'uomo e della realtà che sono implicate nella posizione cristiana ed in quella mussulmana.
Per quanto riguarda la visione mussulmana, al di là di quello che si sarebbe tentati di pensare, non esiste una visione dottrinale unitaria e "canonica", ma certo esiste una visione generale, teorica e pratica, che è generalmente diffusa come posizione islamica: è quindi a questa che si riferiscono le nostre osservazioni sull'islamismo. -
aggiornamenti: Benedetto XVI: Disastrose conseguenze del moderno modo di pensare
24|Gen 2012Scritto da: David
Aggiornamenti delle rubriche e dei siti del network http://www.totustuus.it/In Primo Piano
Benedetto XVI: Disastrose conseguenze del moderno modo di pensare
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Se questi limiti vengono superati, si corre il grave rischio che la dignità unica e l’inviolabilità della vita umana possano essere subordinate a considerazioni meramente utilitaristiche... La mentalità pragmatica che tanto spesso influenza il processo decisionale nel mondo di oggi è fin troppo pronta ad approvare qualsiasi strumento disponibile a ottenere l’obiettivo desiderato, nonostante siano ampie le prove delle conseguenze disastrose di questo modo di pensare.PAGINE CATTOLICHE:
Da domenica, all'indirizzo http://www.paginecattoliche.it le nuove Pagine Cattoliche della settimana:
(Teologia)
INTEGRITÀ
"Cardinale Pietro Parente; Mons. Antonio Piolanti; Mons. Salvatore Garofalo: Voci selezionate dal Dizionario di Teologia Dogmatica". INTEGRITÀ (dono e stato: è la proprietà di ogni ente in quanto esso ha tutto quello che richiede la sua natura specifica.
(Storia - età antica)
Card. Hergenrother: Storia della Chiesa -EVO ANTICO (2_1_04A)
L'Arianesimo. SOMMARIO. - A. Ario e suoi errori. Origine dell'eresia: opposizione esagerata contro il modalismo di Sabellio, efficacia funesta del Platonismo. Indole e vicende dell'eresiarca. - B. Primo Concilio ecumenico di Nicea nel 325; dispareri dei vescovi e finale accordo di tutti gli ortodossi nella formula «consustanziale».
(Santi)
S. EUSEBIO di VERCELLI (IV secolo)
Nacque in Sardegna tra la fine del III e l'inizio del IV secolo e fu il primo vescovo del Piemonte. Durante gli studi ecclesiastici a Roma si fece apprezzare da papa Giulio I che lo nominò vescovo di Vercelli. I vercellesi vennero conquistati dalla sua arte oratoria: parlava bene ed esprimeva ciò che sentiva dentro. Si attirò così l'ostilità degli ariani e dello stesso imperatore Costanzo che lo mandò in esilio. Nel 362 ebbe finalmente la possibilità di ritornare a Vercelli dove riprese l'evangelizzazione istituendo la diocesi di Tortona. La tradizione lo considera anche fondatore di due noti santuari: quello di Oropa e di Crea. Nel 371 la morte lo colse nella sua città episcopale, che ne custodisce tuttora le reliquie nel Duomo.I nuovi Forum di approfondimento:
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Vescovo di Ragusa a favore delle unioni gay?
Ma a che servono vescovi come questi? A rendere più dura e pesante la croce che dobbiamo portare per non cadere nello sconforto… Portiamola se possibile con gioia, quando non riusciamo con sereno abbandono e perseveranza. E offriamo anche queste pene al Signore perché ci dia bravi pastori quando ci mancano. E che ci indichi Lui la via, per mezzo di Maria, finché dobbiamo far senza.TRACCE DI OMELIE:
http://tinyurl.com/omelieannoB
22 gennaio - III domenica del tempo ordinario
Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini. a) La chiamata di Cristo è imprevedibile: I) Nel quotidiano II) Nella realtà della nostra vita abituale b) Diventeranno pescatori di uomini: 1) Cristo chiama i suoi a fare ciò che facevano prima (i pescatori), ma con una nuova sfumatura: la salvezza degli uomini 2) La vocazione consegna all'uomo un orizzonte imprevisto di realizzazione personale. Pescare uomini per la salvezza eterna dà una profonda gioia spirituale. Gli stessi uomini "pescati" sono grati, già in questa vita, per il generoso sforzo di chi li ha aiutati ad avvicinarsi a Dio. c) Questo testo manifesta l'interesse di Dio per le sue creature.IN LIBRERIA:
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L'uomo che ride. L’avventura umana e letteraria di G.K.Chesterton
Eppure il nostro "uomo che ride" era passato da adolescente attraverso «un periodo di nichilismo radicale» e di disperazione– come racconta egli stesso nella sua Autobiografia - al punto che i suoi compagni si chiedevano se stesse impazzendo. «Tuttavia non ero pazzo – risponde GKC – semplicemente portavo avanti, fin dove voleva andare, lo scetticismo del mio tempo. E parallelamente scherzava col fuoco dell’esoterismo imbattendosi in qualche strana e menzognera presenza sulla quale – commenta Rialti - «oggi chissà quanti cattolici storcerebbero il naso […]; la scrittrice Flannery O’Connor si sarebbe limitata a ribattere loro che per fare la prova dell’esistenza di satana basta provare a resistere a una qualsiasi tentazione per cinque minuti. Il problema è che probabilmente non ci provano mai».Amici del Cardinale Carlo Caffarra
http://tinyurl.com/Caffarra120101
Nuovo anno, maternità di Maria, educazione dei giovani
Educare alla verità [cfr. tutto il n° 3]. La vera radice delle gravi tribolazioni che stiamo attraversando, a causa delle quali «sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno» [1, cpv. 2°], è l’aver costruito tutta la nostra civiltà – la filosofia, la scienza, gli ordinamenti giuridici e politici, l’economia e la finanza – su una falsa immagine dell’uomo.Amici di Mons. Luigi Negri
http://tinyurl.com/Negri120116
Quando la Chiesa non può tacere
Mi pare che innanzitutto ci sia da dire che questo è un episodio miserevole dal punto di vista della espressione, non dico artistica, ma dell’espressione umana. Ed è certamente la conferma di quello che ho già detto immediatamente dopo gli scontri di Roma del 15 ottobre scorso, in ordine alla distruzione della statua della Madonna: il filo conduttore, che unisce espressioni che apparentemente sembrano divergere moltissimo, è l’anticristianesimo. Ormai l’ideologia dominante è quella anticristiana, quella che tende all’abolizione sistematica della presenza e dell’annunzio cristiano, sentito come una anomalia che mette in crisi questa omologazione universale operata dalla mentalità laicista, consumista, istintivista.Antonio Socci
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Com’è l’Unione Europea? Peggio dell’Unione Sovietica
Hanno accettato di fare sacrifici per entrare nella moneta unica, hanno accettato perfino di farsi spennare da un cambio lira/euro estremamente penalizzante e poi hanno subito – senza fiatare – il sostanziale raddoppio di tutti i prezzi con l’inizio dell’euro (un impoverimento di massa). La loro fiducia è crollata solo davanti alla scoperta che la sospirata moneta unica – che tanto ci era costata – realizzata in quel modo (senza una banca centrale e un governo come referenti ultimi) era una trovata assurda e fallimentare di tecnocrazie incompetenti e arroganti. Grazie a questo incredibile esperimento, l’Italia – un Paese solvibilissimo e che ha la sesta economia del pianeta – sta ora rischiando il fallimento (del tutto ingiustificato visti i suoi fondamentali).Storia, Politica, educazione
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Per una definizione di destra e sinistra
E' corrente l'uso dei vocaboli "destra" e "sinistra" per qualificare posizioni assunte sui più svariati temi: fondamentalmente su questioni politiche, sociali o economiche, ma anche su modi di sentire o di essere, come pure in letteratura, a proposito delle arti, ecc. Un esame dei diversi significati di questi termini mostra, subito a prima vista, un caos tale da far dire a molti osservatori che quei vocaboli hanno perso qualsiasi valore come etichette qualificanti atteggiamenti ideologici, culturali o morali. -
Socci: Com’è l’Unione Europea? Peggio dell’Unione Sovietica
21|Gen 2012Scritto da: David
Com’è l’Unione Europea? Peggio dell’Unione Sovietica(di Antonio Socci su Libero del 15/01/2012)
Il dissidente russo Bukovsky lo aveva predetto: “Un mostro come l’Urss guidato da burocrati autoeletti e fondato sulle minacce finanziarie”.
Eravamo da sempre il Paese più europeista. Fino a un anno fa. In dodici mesi la fiducia degli italiani nell’Unione europea è precipitata. Secondo l’ultimo rilevamento dell’Ipsos ha perso addirittura 21 punti percentuali (passando dal 74 per cento al 53).
Un crollo che dovrebbe far riflettere i politici e soprattutto le tecnocrazie europee a cui gli italiani sono sempre più ostili. Anche perché il crollo della fiducia degli italiani non è un fatto emotivo passeggero, né uno stato d’animo superficiale. Al contrario. Il loro europeismo era a prova di bomba.
Hanno accettato di fare sacrifici per entrare nella moneta unica, hanno accettato perfino di farsi spennare da un cambio lira/euro estremamente penalizzante e poi hanno subito – senza fiatare – il sostanziale raddoppio di tutti i prezzi con l’inizio dell’euro (un impoverimento di massa).
La loro fiducia è crollata solo davanti alla scoperta che la sospirata moneta unica – che tanto ci era costata – realizzata in quel modo (senza una banca centrale e un governo come referenti ultimi) era una trovata assurda e fallimentare di tecnocrazie incompetenti e arroganti. Grazie a questo incredibile esperimento, l’Italia – un Paese solvibilissimo e che ha la sesta economia del pianeta – sta ora rischiando il fallimento (del tutto ingiustificato visti i suoi fondamentali).









Pubblichiamo un articolo diffuso dallo scrittore cattolico Armando Valladares, un esule cubano in Florida che da anni si batte per salvare l'identità cattolica del proprio paese.








