Grazie a un trucco gli studi di genere si rivelano essere… supercazzole

Gender diktat,La cappa ideologica

Due studiosi statunitensi, sotto falso nome, hanno redatto uno studio farlocco nel filone dei gender studies (studi di genere), collezionando appositamente una serie di assurdità per fingere di dimostrare che l’organo sessuale maschile sia una costruzione sociale e non un organo anatomico.
Incredibilmente la supercazzola è stata pubblicata su una rivista scientifica, dimostrando come a questo tipo di studi venga concessa una immeritata ed aprioristica credibilità.

Due premesse. Gli studi di genere altro non sono che il parto intellettuale delle ossessioni storiche del femminismo radicale in associazione alle rivendicazioni Lgbt.
Il loro cavallo di battaglia è appunto l’identità (o ideologia) di genere, secondo la quale la maschilità e la femminilità non sarebbero legati al sesso di nascita, ma concetti relativi, dinamici e culturali. In Italia sono sostenuti addirittura dalla rivista Le Scienze, grazie all’approvazione del direttore responsabile Marco Cattaneo.

Seconda premessa: a prendersi gioco di loro sono stati due esponenti del “nuovo ateismo” americano, Peter Boghossian (membro del Center for Inquiry, della fondazione di Richard Dawkins e della Secular Student Alliance) e James A. Lindsay.
Con il sostegno di Michael Shermer, fondatore di The Skeptics Society. Negli USA, al contrario che in Europa, i più attivi oppositori del femminismo e dell’omosessualismo sono, appunto, gran parte degli attivisti atei-evoluzionisti.
Torniamo alla burla.

I due autori hanno composto tale articolo utilizzando lo stile della teoria discorsiva del gender post-strutturalista. Il documento era appositamente ridicolo ed intitolato Il concetto di pene come costruzione sociale: «non abbiamo cercato di rendere l’articolo coerente», spiegano gli studiosi, rivelando lo scherzo. «Anzi, lo abbiamo riempito con il gergo degli studi gender (come “-ismo”), utilizzato frasi degli ambienti “rossi” (come “pre-post”, “società patriarcale” ecc.), riferimenti osceni ai termini gergali per il pene, fraseggio offensivo nei confronti degli uomini ed allusioni allo stupro (abbiamo affermato che gli uomini che stanno seduti con le gambe spalancate stanno “stuprando lo spazio vuoto che li circonda”)».

Così, hanno proseguito, «abbiamo semplicemente assunto che se fossimo stati semplicemente chiari nelle nostre implicazioni morali sul fatto che la mascolinità è intrinsecamente cattiva e che il pene è in qualche modo alla base di esso, avremmo potuto ottenere la pubblicazione su un giornale rispettabile». Cosa che è avvenuta, ricevendo il via libera dalla rivista Cogent Social Sciences.

Giusto per farsi due risate, riportiamo un paragrafo della conclusione del finto studio, molto apprezzata dai revisori della rivista dei gender studies: «Concludiamo che i peni non vanno intesi come l’organo sessuale maschile, o come un organo riproduttivo maschile, ma come una costruzione sociale che è allo stesso tempo dannosa e problematica per la società e le generazioni future. Il concetto di pene presenta problemi significativi per l’identità di genere e l’identità riproduttiva all’interno delle dinamiche sociali e familiari, è esclusivo per le comunità diseredate basate sul genere o sull’identità riproduttiva, è una fonte duratura di abuso per le donne ed individui emarginati di genere, è l’universale fonte di stupro performativa, ed è il motore concettuale di gran parte dei cambiamenti climatici».

Si, l’hanno scritto davvero: cambiamenti climatici! E ancora: «L’ipermascolinosi tossica deriva il suo significato direttamente dal concetto di pene e si applica a sostegno del materialismo neocapitalista, che è il motore fondamentale del cambiamento climatico, specialmente nell’uso sfrenato delle tecnologie di emissione di combustibili fossili e nell’incurante dominio degli ambienti naturali vergini».

Boghossian e Lindsay hanno spiegato che, oltre a questa serie di supercazzole, la maggior parte delle citazioni e dei riferimenti che hanno inserito sono falsi o estratti da testi che nulla aveva a che fare con l’argomento.
«Per la nostra burla, non abbiamo nemmeno letto una fonte di quelle che abbiamo citato», scrivono.

Il problema è «l’intera impresa accademica chiamata collettivamente “studi di genere” e di qualsiasi rivista che si definisca “rivista accademica rigorosa in studi di genere”».
Infatti, è bastato scrivere qualcosa in linea con le scemenze gender per ricevere consenso e visibilità scientifica: «abbiamo solo pubblicato sciocchezze però seguendo l’atteggiamento moraleggiante adatto alle convinzioni morali degli editori. Intendevamo testare l’ipotesi che l’adulazione dell’architettura morale della sinistra accademica in generale e dell’ortodossia morale degli studi di genere è il determinante schiacciante per la pubblicazione in un giornale accademico. Cioè, abbiamo cercato di dimostrare che l’adesione ad una certa visione morale del mondo può oltrepassare la valutazione critica richiesta per una legittima borsa di studio. In particolare, sospettavamo che gli studi di genere fossero storicamente storpiati da una convinzione quasi religiosa che la mascolinità sia la radice di tutti i mali. Sulla base delle prove, il nostro sospetto era giustificato».

Se i due autori avessero scritto di altre tematiche probabilmente la burla non avrebbe funzionato, il sistema di revisione tra pari solitamente funziona e avrebbe bloccato la supercazzola.
E’ bastato, tuttavia, accarezzare «i sentimenti morali ed il gergo alla moda del prevenuto ambiente accademico sui gender studies e Cogent Social Sciences ha felicemente inghiottito la pillola». Lo scherzo è ben riuscito e ha dimostrato la zero credibilità degli studi di genere.

Purtroppo, hanno concluso i due attivisti atei Boghossian e Lindsay, «la nostra bufala non romperà l’incantesimo perché le persone raramente rinunciano ai loro attaccamenti morali e agli impegni ideologici solo perché si dimostrano disallineati con la realtà».

da: https://www.uccronline.it/2018/06/14/studi-di-genere-la-supercazzola-di-due-studiosi-svela-la-zero-credibilita/

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