Chiesa italiana sottomessa allo statalismo?

Diritti dei consumatori
Sembra una chiesa calvinista, invece è una chiesa cattolica. Segno dell’adeguamento dei nostri Pastori al mondo?

Chiesa in uscita o… in fuga?

L’emergenza Coronavirus in Italia, più che una Chiesa in uscita, ha mostrato una Chiesa in fuga, eccessivamente supina rispetto ai decreti governativi, sempre più restrittivi, sempre più impositivi.
Al punto da vietare le Messe e sorvegliare a vista le chiese, per evitare che qualche fedele osasse entrarvi.
Senza che nessuno vi abbia trovato alcunché da eccepire.
Intanto in Polonia ed in Ungheria, non solo le celebrazioni liturgiche sono proseguite, ma sono anche aumentate di numero…

Fa un certo effetto rileggere mesi dopo e col senno di poi dichiarazioni, proclami e slogan lanciati a febbraio, quando, pochi giorni prima che la pandemia in Italia si rivelasse per quel che era, la massima preoccupazione non solo della politica – il che è grave –, ma soprattutto di parte della Chiesa – il che è ancor più grave – fu quella di mostrarsi multiculturale e, soprattutto, sinofila.
Capofila in questo, ancora una volta, si è dimostrato sui social il direttore di Civiltà Cattolica, don Antonio Spadaro, che non ha perso occasione per prendersela coi «sovranisti» e con quanti – definiti «lupi travestiti da pastori» – avessero letto nella terribile pandemia un monito divino rivolto ad un’umanità atea, agnostica e secolarizzata.

L’eccessivo zelo dei Vescovi. Eppure, subito alle primissime avvisaglie di allarme, quando la “zona rossa” ancora riguardava soltanto i territori di Codogno e Lodi, il vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, per primo in Italia, dispose in tutta la Diocesi l’immediata sospensione di qualsiasi celebrazione liturgica a qualsiasi ora di qualsiasi giorno, feriale o festivo che fosse, dispensando «i fedeli dall’obbligo del precetto festivo».
Allo stesso modo cancellò catechesi, adorazioni eucaristiche, incontri di preghiera ed eventi culturali, chiuse tutti gli oratori e le cappelle «fino a nuova disposizione».

L’esempio di mons. Napolioni ha subito fatto “scuola” ed è stato, infatti, seguito a ruota anche dal vescovo di Piacenza, mons. Gianni Ambrosio, e dall’arcivescovo metropolita di Milano, mons. Mario Delpini, che pure chiusero al culto edifici sacri ed oratori, sospendendo di conseguenza anche le funzioni quaresimali, salvo far poi parzialmente marcia indietro: le chiese furono riaperte almeno per la preghiera personale, pur nel rispetto della distanza di sicurezza tra un fedele e l’altro.

A dettare la linea è stato poi un comunicato giunto dalla Presidenza della Conferenza episcopale italiana, datato 24 febbraio: in esso si chiese a tutti «la massima disponibilità nella ricezione delle disposizioni emanate per contenere il rischio epidemico».
La frettolosa resa dei Vescovi ha spianato la strada ai successivi provvedimenti dell’autorità civile, mossasi con estrema disinvoltura, sapendo di avere già carta bianca o quanto meno di non incontrare particolari ostacoli da parte dei vertici della Chiesa: si è passati così dal negare le Messe feriali al privare di qualsiasi assistenza spirituale i malati gravi ed a negare i funerali ai defunti, destinati per lo più, dopo una veloce benedizione al cimitero, in presenza di uno, massimo due familiari stretti, alla cremazione, in quanto corpi infetti, a meno che i parenti non ne reclamassero espressamente la sepoltura, come codificato dal decreto governativo «Misure urgenti, applicabili sull’intero territorio nazionale», licenziato nottetempo l’8 marzo.

Il bavaglio alla Cei. Un altro rapporto, datato 15 marzo e predisposto dalla Segreteria Generale della Cei, condiviso con tutti i Vescovi italiani, ha precisato come, dopo un confronto serrato, sia stato il Tavolo governativo a chiudere «definitivamente la discussione» ed a precisare come i divieti riguardino anche e «rigorosamente le Sante Messe e le esequie», in quanto «cerimonie religiose. Si tratta di un passaggio fortemente restrittivo», ha precisato il rapporto, passaggio accolto tuttavia dalla Segreteria Generale per «fare, anche in questo frangente, la propria parte» nel «contribuire alla tutela della salute pubblica».

Il che, «in coordinamento con i provvedimenti varati dalle Autorità italiane», ha significato, oltre all’azzeramento per i fedeli di qualsiasi attività liturgica, anche la zelante chiusura sine die di tutti gli uffici diocesani e delle sedi della stessa Cei, scavalcando in rigore le pur già rigidissime richieste del governo e lasciando alla discrezionalità dei singoli Vescovi pure «la decisione di chiudere le chiese. Questo, non perché lo Stato ce lo imponga, ma per un senso di appartenenza alla famiglia umana», precisa il testo.
Fatti salvi la recita del Santo Rosario dello scorso 19 marzo e l’adorazione eucaristica con benedizione pontificia Urbi et Orbi ed annessa indulgenza plenaria, la Chiesa pare aver accolto del tutto supinamente e pedissequamente le disposizioni impartite dallo Stato.
Non ricambiata da eguale disponibilità, a dire il vero.

Chiese nel mirino. Ben presto sono emerse infatti inquietanti ombre, che hanno evidenziato un’infelice svolta autoritaristica nei confronti dei fedeli cattolici.
Così ecco il parroco di Castello d’Agogna segnalato ai Carabinieri lo scorso 8 marzo, per aver celebrato Messa sine populo ma a porte aperte; ecco la Polizia Locale presidiare l’ingresso della chiesa di Bedizzole, per impedirvi l’ingresso a chiunque durante la celebrazione liturgica a porte chiuse; ecco a Trevenzuolo il parroco segnalato dai Carabinieri per inosservanza del decreto governativo, avendo celebrato Messa alla presenza di alcune decine di fedeli; ecco a Cerveteri la Polizia Locale interrompere una celebrazione liturgica in streaming ed allontanare il sacerdote per la presenza di alcuni fedeli, inginocchiati ma all’aperto, davanti alla chiesa, ed a debita distanza di sicurezza l’uno dall’altro.
Incredibile.
Con buona pace della libertà di culto sancita dall’art. 19 della Costituzione, con buona pace dell’art. 405 del Codice Penale, che punisce chi turbi le funzioni di una confessione religiosa, con buona pace del Concordato e con buona pace del can. 838 del Codice di Diritto Canonico, che attribuisce «unicamente all’autorità della Chiesa» la facoltà di regolare la Sacra Liturgia.

Né ha contribuito a chiarire le cose, anzi ha generato ancor più confusione e reazioni giustamente risentite la nota emanata dalla Direzione Centrale degli Affari dei Culti, che ha consentito l’accesso in chiesa per pregare solo qualora ciò avvenisse sul percorso per recarsi altrove ovvero al lavoro, dal medico, in farmacia o al supermercato.
Idea che da più parti è stato fatto notare, anche autorevolmente, come calpesti la Costituzione italiana.

Ha precisato in merito sulla stampa l’avv. Fabio Adernò, esperto di diritto canonico ed ecclesiastico, come in questo modo sia stato clamorosamente subordinato il mandato di Cristo «ad una disposizione secolare di un governo, che, nonostante l’indipendenza e la sovranità tra Stato e Chiesa, consacrate dall’art. 7 della Carta Costituzionale, si spinge ad interpretare da sé il significato dell’espressione “cerimonie religiose”, identificando con esse “ogni Santa Messa” anche esequiale».

Tuttavia, «si tratta sia di un’interpretazione illegittima, ma più ancora di una disposizione che lede, insieme, l’autonomia e la sovranità “nel proprio ordine” della Chiesa Cattolica e, al tempo stesso, la libertà religiosa del singolo cittadino cattolico. Un’applicazione sensata della disposizione del Governo avrebbe dovuto richiedere un approccio di gran lunga più equilibrato e prudente da parte dei pastori e sicuramente meno supino e ciecamente arrendevole d’una disposizione, che da un fine prettamente precauzionale assume tonalità attualmente sanzionatorie».
Al contempo sono state registrate funzioni liturgiche, celebrate in modo clandestino, e, finché si è potuto, trasferte oltre frontiera, per i residenti nelle zone di confine, per partecipare alle Sante Messe all’estero ancora garantite.

Si noti come, mentre in Italia le chiese sono state chiuse, in Polonia non solo sono rimaste aperte, ma è addirittura aumentato il numero delle celebrazioni liturgiche, così da averle meno affollate.
Secondo l’arcivescovo di Czestochowa, mons. Waclaw Depo, «le guerre e l’ideologia gender sono sfide alla civiltà ben più grandi del coronavirus».
Stesso discorso in Ungheria: anche qui tra le misure di tutela, presentate dal vicepremier Gergely Gulyás, non figura la chiusura delle chiese, dove anzi, con la medesima logica polacca di una migliore distribuzione dei fedeli, sono state celebrate più Messe.

 

Dal “complotto” alla “Cyber-Chiesa”. C’è chi ha osservato come tutto questo abbia pericolosamente ricordato la Cina comunista, non solo per l’emergenza Coronavirus, ma anche per la presenza, qui, di un’efficiente “Polizia religiosa”.
Piaccia o non piaccia il paragone, certamente non si è di fronte a provvedimenti ordinari…
Il card. Albert Malcom Ranjith, arcivescovo di Colombo, nello Sri Lanka, non ha usato mezzi termini ed è giunto a parlare di un complotto: il virus sarebbe frutto «di sperimentazioni da parte di una nazione ricca e potente», «senza scrupoli» ed ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire delle indagini e di condurre i «responsabili a processo per genocidio».
È quanto meno sintomatico che un Principe della Chiesa si sia espresso con queste parole.

[…] Nella festa dell’Annunciazione alla Beata Vergine Maria, al triplice atto di Consacrazione avvenuta a Fatima da parte dei Vescovi portoghesi e spagnoli dei rispettivi Paesi al Cuore Immacolato di Maria, siano risultati una nota stonata e per niente incoraggiante l’assenza ed il totale silenzio della Chiesa italiana, non associatasi all’iniziativa nemmeno esprimendo una «comunione remota», nonostante le numerose e pubbliche sollecitazioni giuntele in tal senso via mail e su iniziativa di blog cattolici.

Nel frattempo, sono fiorite online decine di Sante Messe ed appuntamenti di preghiera, che hanno offerto l’opportunità da un lato di poter seguire comunque le celebrazioni liturgiche e di parteciparvi almeno con la Comunione spirituale, ma dall’altro hanno insinuato nell’immaginario collettivo anche l’ipotesi di una “Cyber-Chiesa” digitale, alternativa a quella reale, liquida anziché solida, tutta Parola e niente Presenza.
Di certo, le esatte conseguenze di quanto accaduto in questi mesi si potranno valutare solo nei prossimi mesi…

RC n.153 – maggio 2020 di Luigi Bertoldi
da: https://www.radicicristiane.it/2020/05/attualita-politica-societa/la-chiesa-in-fuga/

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