Alchimia, comunismo e pedarastia: Mario Mieli

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Uno ascolta il tg regionale di RAI 3 Lombardia di venerdì e, in coda, nella rubrica degli appuntamenti culturali per il week end, sente di questo e di quello e pure dello spettacolo in cartellone al Teatro Out Off di Milano da martedì scorso a domani, domenica: Abracadabra. Incantesimi di Mario Mieli, il mago del gender, prodotto dal giornalista Maurizio Guagnetti e dall’attrice Irene Serini.
La quale, intervistata a questo proposito su Gaynews.it – che ne descrive lo spettacolo come «[…] una specie di seduta spiritica» su sessualità e identità di genere – parla trasognata di Mieli utilizzando, tra il serio e il faceto, espressioni come «magia» e «pozioni magiche», laddove sul proprio blog definisce Mieli pure «alchimista».

C’è parecchio mestiere in tutto questo, eppure di pozioni Mieli si servì davvero. Per esempio quella di cui parla Francesco Paolo Del Re nell’articolo Mario Mieli, dinamite frocia contro la Norma, pubblicato sul quotidiano comunista Liberazione l’11 marzo 2008: «Il Mieli “alchemico” dell’ultima parte della sua vita narra un’esperienza magico-erotica che lo vede protagonista insieme al suo fidanzato: la celebrazione di un rito di “nozze alchemiche”, con la preparazione e l’assunzione di un pane “fatto in casa”, un dolce nel cui impasto confluivano non solo merda, sangue e sperma, ma anche ogni altra secrezione corporale, dalle lacrime al cerume.
Perché? “L’abbiamo mangiato – dice Mieli – e da allora siamo uniti per la pelle. Pochi giorni dopo le “nozze”, in una magica visione abbiamo scoperto l’Unità della vita. Era come se non fossimo due esseri disgiunti, ma Uno; avevamo raggiunto uno stato che definirei di comunione”. Questa comunione vuole essere testimonianza e annuncio dell’avvento di un’armonia che, attraverso la liberazione dell’Eros, costituisce una nuova “età dell’oro”».

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Gay pride, brigate arcobaleno, partigiani

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Brigata Arcobaleno:
ieri il fascista, oggi l’omofobo

E’ un filo rosso assolutamente coerente quello che lega la nascente Brigata arcobaleno che ha sfilato sabato per le vie del Roma Pride 2018 e l’aneddotica partigiana.
Non è una provocazione, è il naturale sbocco di due realtà che vivono di ideologia e che nascondono il loro odio accusando falsamente gli altri di essere portatori di odio e discriminazione.
Ieri il fascista, oggi l’omofobo.

Dopo 70 anni l’Anpi sfila assieme ai collettivi Lgbt con in testa l’associazione Mario Mieli per una battaglia comune al motto di “la Liberazione continua”.
Il nemico è sempre quello: ieri il fascista, oggi è ancora il fascista, identificato stavolta con il ministro della famiglia Lorenzo Fontana.
Se non fossimo di fronte ad una carnevalata potremmo aggiungere: chi si somiglia si piglia.

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Emilia-Romagna: un altro tassello verso il gender diktat

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Adesione dei Comuni di Bologna, Modena, Parma, Reggio al pdl contro l’omotransfobia.
Il Sindaco di Bologna Merola: «Adesso discussione obbligatoria in Regione»

Dopo il blocco il Parlamento della cosiddetta “Legge Scalfarotto” che istituiva una sorta di reato di pensiero per chi dissentisse dall’ideologia LGBT (vedasi https://www.corrispondenzaromana.it/omosessualismo-intervento-di-famiglia-domani-contro-la-legge-sullomofobia/), la lobby omosessualista ha cambiato strategia: quel che non si è ottenuto nel Parlamento nazionale, lo si fa nei parlamenti regionali.

Dal 2014 si è pertanto intensificata l’azione che porta le Regioni a legiferare in materia di “reato di pensiero”; così si è espresso l’ex senatore e direttore di Gaynews Franco Grillini: «La legge è già in vigore in numerose Regioni tra cui Toscana, Liguria, Umbria e in discussione in diverse altre tra cui Lazio, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata. Si tratta ora di fare lo stesso in Emilia-Romagna, dove c’è tutto il tempo necessario prima della fine di questa legislatura (oltre un anno e mezzo)».

Le inattese difficoltà nella Regione rossa
L’odissea della legge regionale contro l’omotransnegatività in Emilia-Romagna è anche dovuta alle divisioni interne al Partito Democratico, forse sempre più conscio che queste tematiche producono un’emorragia di consensi elettorali. Nella scorsa legislatura si era a un passo dall’approvazione quando il governatore Vasco Errani si dimise.
Una battuta d’arresto cocente per il padrino del movimento LGBT italiano, l’allora consigliere regionale Franco Grillini che, primo firmatario del progetto di legge contro le discriminazioni e la cultura omofobica, era comunque convinto d’un logico quanto rapido ottenimento di tale risultato con l’insediamento della nuova Giunta nel novembre 2014. Ma, invece, in un gioco illogico di rimbalzi e promesse – non ultima quella del presidente Bonaccini che, nel 2016, aveva dato pubblica rassicurazione sull’approvazione del pdl nel giro d’un anno – si è arrivati fino a oggi senza che il testo sia mai arrivato in Commissione per la pre-discussione.

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Arriva la dittatura gender… al ragù bolognese

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Osservazioni
sul progetto di legge regionale per l’Emilia-Romagna
contro l’omotransnegatività e violenze connesse

Molti dei Comuni della Regione Emilia-Romagna si apprestano a formalizzare il sostegno ad un progetto di legge regionale sulla c.d. omotransnegatività al fine di farne una legge di iniziativa popolare.

  1. È molto difficile quantificare il numero di queste violenze. Molto spesso, ad un lancio massmediatico non segue notizia dell’esito processuale; così come di una querela, non si dà notizia del ritiro o sentenza.

  2. E’ significativo che a pag. 2 della “Relazione illustrativa” del PdL regionale si faccia menzione della cosiddetta “legge Scalfarotto” (ferma alla Camera dal 20-9-13), definita un «vulnus gravissimo non solo per i valori di libertà di espressione e di religione».

  3. L’art. 1 (Principi e finalità), c. 1, nel parlare di “libera espressione e manifestazione” dimentica di prevedere che, spesso, tali libertà finiscono con l’offendere convinzioni altrui (si pensi alle oscenità e irrisione della religione tipiche dei gay pride).

  4. L’art. 1, c. 4, non tiene conto che sempre più amministrazioni locali stanno uscendo dalla rete Re.a.dy (Piacenza per la nostra Regione).

  5. Artt. 2 e 3. Il tema del “contrasto agli stereotipi” sembra voler imporre una ideologia anche a chi ha convinzione diverse. Non si tratta più di difendere l’incolumità delle persone LGBT, quanto piuttosto cercare di negare le libertà costituzionali a chi abbia un punto di vista diverso.

  6. Art. 6 (sostegno alle vittime): manca il criterio con cui si accerta l’effettiva discriminazione, cioé la sentenza giudiziale.

  7. Artt. 7 e 8 (osservatorio e Corecom): sono gli “articoli bavaglio”. Non c’è alcuna classificazione o definizione delle discriminazioni da monitorare e segnalare. Ovviamente “le modalità organizzative” saranno affidate dalla Giunta ad Arcigay et similia, unici giudici di cosa sia discriminatorio. “Nei casi non conformi ai codici di autodisciplina della comunicazione […] il CORECOM si fa parte attiva nella segnalazione alle autorità e agli organismi competenti“.

Manca ogni menzione delle violenze fatte a omosessuali da omosessuali, un fenomeno in forte crescita, come testimonia involontariamente il numero verde di arcilesbica nazionale.

da: https://www.osservatoriogender.it/osservazioni-sul-progetto-di-legge-regionale-per-lemilia-romagna%e2%80%a8contro-lomotransnegativita-e-violenze-connesse/

Emilia-Romagna: legge per la dittatura gender?

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«Consentire ad ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale […] prevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione».
E’ quanto prevede l’art. 1 della proposta di legge regionale rispetto alla quale, il 17 maggio 2018, si svolgerà un presidio davanti al grattacielo della Regione Emilia-Romagna.

Per chiarire in concreto cosa implicherebbe l’approvazione di tale legge, è utile segnalare quanto avvenuto in queste ore a Bergamo:
«Messa in riparazione contro il Gay pride: denunciati gli organizzatori. Chiesto alla Procura di intervenire per bloccare la S. Messa: è un atto riprovevole che alimento odio e violenza contro gli omosessuali.
Agcom e Polizia postale oscurino le pagine Web dell’iniziativa
».
Benché la S. Messa di Bergamo sia stata organizzata da “frange” della Chiesa Cattolica, è significativo che si cerchi di impedirla appellandosi (per ora) all’art. 415 c.p.: istigazione alla violazione di leggi, all’odio, ecc.

Tornando alla legge per l’Emilia-Romagna, l’art. 8 prevede anche l’istituzione
«di centri e case antidiscriminazione e antiviolenza […] nonché di punti di ascolto e di emersione della discriminazione». Sembra proprio una polizia politica LGBT, che segnalerà tutto ciò che ostacola l’azione della lobby, come confermano le “prove” già poste in atto da Arcigay. Prove che, come sempre, tengono conto delle denunce (sempre pretestuose) e mai delle sentenze.

All’art. 10 si giunge addirittura a disciplinare in senso omosessualista le funzioni del Corecom (Comitato Regionale per le Comunicazioni) che dovrà monitorare i «contenuti della programmazione televisiva e radiofonica regionale e locale, nonché dei messaggi commerciali e pubblicitari»: tecnica e metodi da KGB sovietico.

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Sempre più sindaci dicono no al Gay Pride

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TrentoGenovaNovaraRegione Lombardia, poi Firenze Arezzo, in “forse” anche Pompei.
Fioccano i no al patrocinio dei Gay Pride 2018.
Molte parate dell’orgoglio omosessuale non saranno sostenute dalle giunte delle città dove l’Onda farà tappa: una decisione presa da amministratori sia di centro-destra sia centro-sinistra.
Per tutti vale la stessa motivazione: non è una manifestazione istituzionale e veicola messaggi non condivisi dalla comunitàAnzi la divide.

Se non sorprendono i no arrivati dagli amministratori di centro destra, a stracciarsi le vesti sono stati quelli delle città targate PD che sui diritti civili ha campato un’intera legislatura.
Forse ci si sta rendendo conto che il sostegno a questo evento fa perdere voti.
Forse si è capito che i voti della lobby LGBT arrivano al massimo a 100 nelle città capoluogo di Regione.
Forse si è realizzato che la lobby LGBT non vota centro-sinistra, ma estrema sinistra.

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Esponenti politici: riconoscere chi vuol distruggere la nostra identità

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Gli impegni del politico secondo l’Arcigay

L’Arcigay stila un elenco di promesse elettorali che ogni candidato meritevole del voto dei gay dovrebbe fare proprie.  Le riportiamo qui di seguito:

1 – MATRIMONIO PER TUTT* L’estensione dell’istituto del matrimonio civile a tutte le coppie, omosessuali e eterosessuali, così come accade in moltissimi Paesi nel mondo, superando l’idea discriminatoria di un istituto ad hoc per le coppie formate da persone dello stesso sesso.

2 – ADOZIONI PER SINGLE E COPPIE DELLO STESSO SESSO La riforma della legge 184 del 1983 sulle adozioni, affinché, tenendo al centro l’interesse primario del minore, sia resa possibile l’adozione per i single e le coppie formate da persone dello stesso sesso.

3 – LEGGE DI CONTRASTO E PREVENZIONE DELLE VIOLENZE E DELL’ODIO OMOTRANSFOBICO Dopo il naufragio del tentativo di riforma della legge Mancino, è necessario riaprire una discussione finalizzata a produrre un’iniziativa legislativa che definisca un’aggravante per i crimini che hanno origine nell’omofobia, nella lesbofobia, nella bifobia e nella transfobia, e che metta in campo azioni strutturali di contrasto e di prevenzione soprattutto in ambito educativo.

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E il giudice aprì la porta alla poligamia

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Per un uomo ucciso in un incidente stradale, un giudice vicentino riconosce il risarcimento a moglie e amante, elevando così l’adulterio a istituto giuridico.

Ma è la logica conseguenza delle sentenze che in questi anni hanno cambiato il concetto di famiglia.

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L’infedeltà fa bene al portafoglio. Questa potrebbe essere l’amara conclusione che si dovrebbe trarre dalla seguente vicenda fatta di tresche e soldi. Il 39enne Mirco Ronzani, di Lugo Vicentino, è sposato con Marzia Furlan di anni 44. Ronzani ha una relazione adulterina con la 33enne Arianna Gottardo. Un giorno lui e la Gottardo stanno attraversando una strada e un’auto investe l’uomo che ha appena il tempo di spingere lontano da sé l’amante la quale riesce a salvarsi. L’uomo invece morirà dopo 18 giorni.

Si va a processo e la donna che era al volante viene condannata ad un anno di reclusione per omicidio stradale. Pena poi sospesa.
Nel processo sia la moglie che l’amante si costituiscono parte civile contro l’assicurazione della persona che ha investito per chiedere il risarcimento danni. La moglie ha chiesto 800mila euro, l’amante 200mila.

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Gaystapo. Il Governo contro il Family day.

Famiglia: coppie di fatto

 La costante opera dei sempre più numerosi Comitati Difendiamo i Nostri Figli ha provocato la scomposta reazione di un vice ministro all'istruzione: il comunista On. Davide Faraone. Qui un resoconto della vicenda.

Quel che sembra infastidire il Partito Democratico è che la famiglie vogliano poter decidere quale tipo di educazione impartire ai propri figli: ciò va contro la politica di diffusione dell'ideologia omosessualista intesa a trasformare gli italiani in schiavi dello Stato, automi senza valori e senza coscienza. Qui una sintesi del progetto socialista del Governo.

Ricordiamo ancora la petizione intesa a fare pressione sul Governo: è solo un modo con cui le famiglie tentano la resistenza: http://www.citizengo.org/it/35380-difendi-liberta-di-educare-i-tuoi-figli

 

Cosa rappresenta davvero l'Italia del Family day?

L’Italia del Family Day

Roberto de Mattei, per Corrispondenza Romana del 3 febbraio 2016, 3 giorni dopo il Family Day.

 

Il Family Day del 30 gennaio ha portato alla luce l’esistenza di un’altra Italia, ben diversa da quella relativista e pornomane che ci viene presentata dai media come l’unica reale. L’Italia del Family Day è quella porzione di popolo, più ampia di quanto si possa immaginare, che è rimasta fedele, o ha riconquistato negli ultimi anni, quelli che Benedetto XVI ha definito «valori non negoziabili»: la vita, la famiglia, l’educazione dei figli, nella convinzione che solo su questi pilastri possa fondarsi una società bene ordinata.

L’Italia del Family Day si pone come antitetica all’Italia della legge Cirinnà, che prende nome dal disegno di legge presentato dalla senatrice Monica Cirinnà, per introdurre matrimonio e adozioni omosessuali nel nostro Paese.
L’Italia del Family Day non è solo un’Italia che difende l’istituto famigliare, è anche un’Italia che si schiera contro i nemici della famiglia, a cominciare dal gruppo di attivisti che, dietro lo schermo della legge Cirinnà, vuole imporre al Paese un’ideologia e una pratica pansessualista.

Questa minoranza è supportata dall’Unione Europea, dalle lobby marx-illuministiche e dalle massonerie di vario livello e grado, ma gode purtroppo della simpatia e della benevolenza di una parte dei vescovi e dei movimenti cattolici.
In questo senso l’Italia del Family Day non è quella di mons. Nunzio Galantino, segretario della Conferenza Episcopale Italiana, né è quella di associazioni come Comunione Liberazione, l’Agesci, i Focolari, il Rinnovamento dello Spirito, che il 30 gennaio hanno disertato il Circo Massimo.

Mons. Galantino ha cercato in tutti i modi di evitare la manifestazione, poi nell’impossibilità di fermare la mobilitazione, avrebbe voluto imporre ad essa un altro obiettivo: quello, come osserva Riccardo Cascioli su La Nuova Bussola quotidiana del 1 febbraio di «arrivare a una legge sulle unioni civili che le tenga ben distinte dalla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e che eviti l’adozione. In altre parole la CEI vuole i DICO contro cui aveva combattuto otto anni fa».
Il primo Family Day, nel 2007, fu promosso infatti dai vescovi italiani contro la legalizzazione delle unioni civili (DICO), giustamente presentata come porta aperta al pseudo-matrimonio omosessuale. Oggi si sente raccontare che bisognerebbe accettare le unioni civili, proprio per evitare il cosiddetto matrimonio gay.

Lo racconta, tra gli altri, in un’intervista, mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano: «In linea di principio, non ho obiezioni al fatto che sotto il profilo pubblico si dia consistenza giuridica a queste unioni. Mi sembra che la reazione riguardi il tema della generatività, le adozioni, non il riconoscimento pubblico delle unioni. L’importante è che non vengano assimilate alla realtà del matrimonio». E, a scanso di equivoci, aggiunge: «Una legge sulle unioni civili si può senz’altro fare» (Corriere della Sera 31 gennaio).

La posizione è chiara: no all’adozione omosessuale, sì alla legalizzazione delle unioni omosessuali, purché non vengano ufficialmente definite matrimonio. Se dal disegno di legge Cirinnà fossero tolti alcuni elementi che equiparano in tutto le unioni civili omosessuali al matrimonio, allora un cattolico potrebbe consentirvi. Mons. Semeraro è considerato, come mons. Galatino, un uomo di fiducia di papa Francesco.

Sorge quindi spontanea la domanda: qual’è la posizione del Papa in proposito? Antonio Socci, su Libero del 31 gennaio, rileva come sia stata «evidentissima l’assenza e palpabile la freddezza» di Papa Francesco, il quale non ha inviato nemmeno un saluto al Family Day e non vi ha fatto accenno né nel discorso dell’udienza del sabato mattina, né nell’Angelus del giorno successivo. Come giudicare questo silenzio, nel momento in cui il Governo e il Parlamento italiano si apprestano a infliggere una ferita morale al nostro Paese?

Eppure la Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che l’omosessualità non può reclamare alcun riconoscimento, perché ciò che è male agli occhi di Dio non può venire ammesso socialmente come giusto (Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, del 1 ottobre 1986, n. 17).

L’Italia del Family Day ignora forse questo documento, che il Papa non può ignorare, ma, armata solo di buon senso, il 30 gennaio ha espresso il suo no, chiaro e netto, non solo alla cosiddetta stepchild adoption, ma a tutto il decreto Cirinnà. E quale fosse il sentimento della folla che gremiva il Circo Massimo lo si può capire dalla forza degli applausi che hanno accompagnato gli interventi più forti di alcuni relatori italiani e stranieri, come Seljka Marrkic, leader dell’Iniziativa civica che in Croazia ha avviato il referendum che ha bocciato le unione civili e tre mesi dopo ha travolto anche il presidente del Consiglio.

Bisogna dar atto, con serena oggettività alla Marcia per la Vita. che si svolge in Italia dal 2011, di aver rotto il ghiaccio, sfatando un complesso che pesava sul mondo pro-life italiano: l’idea che fosse impossibile, o comunque controproducente una grande manifestazione di piazza in difesa della vita.
Sulla scia della Marcia per la Vita, ma anche della grande Manif por tous francese, è nato il Family Day che, per volere agglomerare una massa il più ampia possibile, raccoglie al suo interno anime diverse. Intransigenti alcune, disponibili al compromesso altre.
La ragione del suo successo in termini numerici è anche la ragione della sua debolezza in termini di sostanza e di prospettive.

La battaglia in atto non è infatti politica, ma culturale, e non si vince tanto con la mobilitazione delle masse, quanto con la forza delle idee che si contrappongono all’avversario. È una battaglia tra due visioni del mondo, fondate entrambe su alcuni princìpi cardine. Se si ammette che esiste la verità assoluta e l’assoluto Bene, che è Dio, nessun cedimento è possibile. La difesa della verità deve essere condotta fino al martirio.

La parola martire significa testimone della verità e oggi, accanto al martirio cruento dei cristiani, che si rinnova in tante parti del mondo, esiste un martirio incruento, ma non meno terribile, inflitto attraverso le armi mediatiche, giuridiche e psicologiche, con l’intento di ridicolizzare, far tacere, e se possibile imprigionare i difensori dell’ordine naturale e cristiano.

Per questo attendiamo dal “Comitato in difesa dei nostri figli”, promotore del Family Day, che, continui a denunciare l’iniquità della legge Cirinnà anche se questa malauguratamente passasse, sia pure addolcita. La Manif pour tous francese, portò per la prima volta quasi un milione di persone in piazza il 13 gennaio 2013, qualche settimana prima della discussione in Parlamento della legge Taubira, ma continuò a manifestare, con vigore ancora maggiore, anche dopo l’approvazione del pseudo matrimonio omosessuale, innescando un movimento che ha aperto la strada a tanti altri in Europa. E proprio in questi giorni Christiane Taubira, da cui prende nome la scellerata legge francese, è uscita di scena, dando le dimissioni da Ministro della Giustizia.
Ci aspettiamo dunque in Italia nuove manifestazioni, condotte con forza e determinazione, anche se il numero dei partecipanti dovesse essere minore, perché ciò che conta non è l’ampiezza del numero, ma la forza del messaggio:

Non abbiamo usato l’espressione “Family Day” per connotare gli organizzatori di quell’evento, ma per attribuire identità a una piazza che va ben al di là di quella fisicamente riunita al Circo Massimo il 30 gennaio. Quest’Italia non è rassegnata, vuole lottare e ha bisogno di guide.
Le guide devono essere veritiere, nelle intenzioni, nelle idee, nel linguaggio e nei comportamenti. E l’Italia del Family Day è pronta a denunciare le false guide, con la stessa forza con cui continuerà a combattere i veri nemici.

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