Vuoi la pace? Difendi la vita

Vita: politiche di bioetica

Marco Invernizzi

Giovanni Paolo II ricorda il legame inscindibile tra pace e difesa della vita. La vera pace presuppone un ordine voluto dal Creatore. L’aborto, che uccide vite innocenti, è la prima minaccia ad una pace autentica.

Il 22 maggio 2003, ricevendo in udienza i membri del direttivo del Movimento per la Vita, Papa Giovanni Paolo II, 25 anni dopo l’introduzione della legge 194 che ha legalizzato l’aborto in Italia, ha pronunciato parole che meritano di essere ricordate.


“La venerabile Madre Teresa di Calcutta […] nel ricevere il premio Nobel per la pace ebbe il coraggio di affermare di fronte ai responsabili delle Comunità politiche: ‘Se accettiamo che una madre possa sopprimere il frutto del suo seno, che cosa ci resta? L’aborto è il principio che mette in pericolo la pace nel mondo’. È vero! Non può esserci pace autentica senza rispetto della vita, specie se innocente e indifesa qua! è quella dei bambini non ancora nati. Un’elementare coerenza esige che chi cerca la pace difenda la vita. Nessuna azione per la pace può essere efficace se non ci si oppone con la stessa forza agli attacchi contro la vita in ogni sua fase, dal suo sorgere sino al naturale tramonto”.


La grande maggioranza dei commentatori ha colto soprattutto un altro aspetto del discorso del Papa, dove si auspica la rapida realizzazione di una legge sulla fecondazione artificiale, che “tenga conto del principio che tra i desideri degli adulti e i diritti dei bambini ogni decisione va misurata sull’interesse dei secondi”. Auspicio certamente importante, che mette in risalto l’atteggiamento di onnipotenza dell’uomo moderno, che vuole la vita contro la natura e la rifiuta quando viene offerta dalla natura stessa.


Non molti hanno invece colto il legame fra la realizzazione della pace e il rispetto della vita innocente, così sottolineato dal Papa. Ha fatto eccezione un conduttore televisivo che certamente non si professa cattolico, come Giuliano Ferrara, ma che ha il pregio di non lasciarsi omologare l’intelligenza dai luoghi comuni in circolazione e ha così invitato numerosi ospiti, soprattutto cattolici, alla sua trasmissione quotidiana, “otto e mezzo”, appunto per affrontare il legame fra pace e vita, così come fatto dal Pontefice. La pace auspicata dal Papa è ben altra cosa da quella cercata dai pacifisti, potremmo concludere in estrema sintesi. Questi ultimi infatti sono gli stessi che sono scesi in piazza a favore della legge 194 venticinque anni fa e scenderebbero oggi per difenderla da chiunque volesse metterla in discussione. E i cattolici fra di loro tacciono quando invece dovrebbero difendere la vita innocente con la stessa forza e con lo stesso entusiasmo dimostrato contro l’intervento americano in Iraq. Ma non è per riaprire una polemica recente che avanzo queste considerazioni, ma per cercare di evidenziare il legame fra la pace e l’ordine, dal quale essa stessa in qualche modo dipende. Proprio il 25° anniversario della legalizzazione dell’aborto — un avvenimento di grande importanza storica, di cui tratta Mario Palmaro in questo stesso numero del Timone — mi convince che oggi è tempo di nuova evangelizzazione e non di polemiche, di riproposizione delle verità elementari che il pensiero dominante ha espulso dal corpo sociale, dal comune sentire della popolazione. La pace auspicata dal Pontefice presuppone un ordine, non è e non può essere “senza se e senza ma”. La parola “ordine” richiama istintivamente nell’uomo contemporaneo un senso di ribellione, tuttavia la condizione, come scriveva sant’Agostino, perché vi possa essere la pace nella vita sociale, come peraltro in quella personale. E l’ordine non nasce dall’imposizione di qualcosa da parte di chicchessia, ma dal riconoscimento e dall’accettazione di un progetto che ci trascende e che porta, anche coloro che non vogliono prenderne atto, a riconoscere l’esistenza di Dio e del suo progetto d’amore rivolto agli uomini per coinvolgerli nella felicità che non finisce.


Il rispetto della vita è la prima condizione perché l’ordine si possa realizzare e quindi vi possa essere una vera pace, che non sia semplicemente l’assenza del conflitto materiale.


Questa strada può ancora essere perseguita, come tentativo di ribaltare la premesse culturali sulle quali si fonda l’ideologia abortista che ha tentato di legittimare la legge 194. Naturalmente è una strada lunga e impegnativa, perché la mentalità di un popolo, che ormai da una generazione convive con una legge omicida, non può essere cambiata in poco tempo, ma non è senza speranza anche perché, come ha ben spiegato mons. Antonio Livi, il “senso comune” rimane nelle persone, seppure sommerso e frastornato da stratificazioni ideologiche accumulatesi nei decenni. Si tratta di farsi carico di un lavoro apostolico difficile, andando a seminare dubbi nel mondo laicista, che certamente non ha più le certezze ideologiche di 25 anni fa, ma bisogna anche tener vivo il problema fra i cattolici, perché non capiti che siano i primi a rassegnarsi e a cessare di sperare e combattere.


Perché per esempio non si celebrano messe in riparazione ogni mese, in tutte le parrocchie, ricordando lo scandalo e le vittime e implorando il perdono per questo autentico peccato sociale?


Bibliografia


Antonio Livi, Filosofia del senso comune. Logica della scienza & della fede, Ares, Miiano 1990.


Laura Boccenti. Quale evidenza? Il “senso comune” come fondamento della filosofia, in il Timone, anno III, n. 12, marzo-aprile 2001.


Giovanni Cantoni, Il senso comune, in Dizionario per un Pensiero Forte (www.alleanzacattolica.org).


© Il Timone n. 26, Luglio/Agosto 2003