Vogliono evitare un aborto Repubblica.it li maltratta

Terrorismo

Tutti zitti e allineati: Zucconi predica sull’aborto


Una coppia scrive a Zucconi dicendosi pronta a prendersi cura di una
creatura destinata a nascere malformata. Il direttore: siete dei fanatici…

di ANTONIO SOCCI

Qualche settimana fa, monsignor Angelo Amato, dell’ex Sant’Uffizio, tuonò duramente contro la piaga «invisibile» dell’aborto (un miliardo di vite umane soppresse nel mondo in quarant’anni: un miliardo!). Tempestivamente, all’indomani, il sito Repubblica.it, nella frequentata rubrica delle “Lettere al Direttore” (che è Vittorio Zucconi), pubblicava la missiva di un cattolico che, con la moglie al quinto mese di gravidanza, aveva deciso per l’aborto a causa di una diagnosticata malformazione del nascituro. Il clamore mediatico di questi casi è sempre stato scontato. Fin dagli anni Settanta, la stampa più ideologicamente abortista, non volendo discutere serenamente e laicamente dell’aborto, usa dare risalto ai casi di questo tipo. Un modo per zittire chi solleva dubbi e far dimenticare, fra l’altro, che nella stragrande maggioranza degli aborti permessi dalla legge 194 vengono soppressi bambini sani. Dunque la lettera di questo padre, dopo aver drammaticamente spiegato «che il bambino nascerebbe cieco e con problemi all’ipofisi», riporta «la domanda posta da tutti i dottori che abbiamo consultato: “Che intendete fare?”». Questa è stata la sua risposta: «Io sono un cattolico praticante. Uno di quelli che tutte le domeniche va a battersi il petto. Nonostante questo ho deciso in un solo istante. Non ho dubbi, e mia moglie nemmeno: stiamo già cercando una struttura ospedaliera per l’aborto terapeutico. Sono un ipocrita? Un infedele? Non lo so. So solo che preferisco finire io all’inferno piuttosto che lasciarci mio figlio per una vita intera. Questo è tutto l’amore che conosco».

DIAGNOSI SBAGLIATE

Una lettera che fa pensare. So per esperienza – perché è capitato a me personalmente – quanto sia tremendo sentirsi dire: «Sua figlia nascerà cieca e senza braccia. Ma c’è l’aborto…». E so pure che certe diagnosi prenatali talora si rivelano errate o troppo allarmistiche: nel mio caso infatti la prevista disgrazia non si è avverata, la bimba nacque sana, affidata alla Madonna, e sarebbe stata accolta comunque. Tuttavia le malattie esistono e possono colpire i bambini. Però si possono anche curare, la medicina c’è per questo e sta facendo progressi enormi. Ma le strutture pubbliche spesso non indicano altra scelta che l’aborto. Forse a quel padre si poteva dare qualche speranza? Si poteva consigliare un po’ di riflessione e cautela, anche dal giornale a cui ha scritto? Il direttore Vittorio Zucconi una delle “grandi firme” del nostro giornalismo – risponde invece cogliendo l’occasione per una polemica contro la Chiesa. Zucconi che mi dicono essere cattolico, ma non so dire se sia così – parla proprio delle diagnosi di «malformazioni» e del nostro «potere di scelta» sul quale, dice il direttore, «i pastori di anime dovrebbero aiutarci costruendo ponti di comprensione, di tenerezza, di pietà, imparando a distinguere, a sorreggerci, non condannarci come “terroristi dal volto umano”, secondo l’orrenda, ignobile definizione sparata ieri da un vescovo a nome della Congregazione della Fede». Naturalmente monsignor Amato non aveva affatto definito così le persone che, spesso sopraffatte dal dolore o dalla solitudine, ricorrono all’aborto. Ma invece aveva chiamato «terrorismo dal volto umano» il clima di queste nostre società opulente dove fa grande clamore «l’abominevole terrorismo dei kamikaze», mentre passa del tutto sotto silenzio la soppressione annuale di 50 milioni di vite nascenti. In tanti avranno scorso quella lettera e la risposta di Zucconi. Ma un lettore del sito, il signor Paolo, ne resta profondamente inquieto e addolorato. Tornato a casa ne parla con la moglie Marta. Il pensiero di quel povero bambino non lo lascia dormire. Così, all’indomani, d’accordo con la moglie, prende con tutto il cuore una decisione: accoglieranno loro stessi quel fanciullo se i suoi genitori non se la sentono. In fondo questa solidarietà fra genitori, fra famiglie, è prevista anche dalla legge. Dunque accende il computer e scrive a Zucconi: «Poiché né i medici, né Lei dall’alto della vostra sapienza e saggezza, avete saputo o voluto fornire al signor X e soprattutto al suo bambino uno straccio di alternativa all’aborto, allora La prego di far pervenire a questi papà e mamma in pena questo messaggio: se pensano di non riuscire a dare a questo figlio malato l’amore e la cura di cui avrà bisogno, non si angustino! Sappiano che c’è una famiglia, la nostra, che è già pronta ad averlo così come nascerà. Non lo uccidano! È solo una persona malata e le persone malate vanno curate. Lo diano a noi! La preghiamo, faccia pervenire loro questo nostro appello. Ci rivolgiamo a quella pietà cristiana che sicuramente lei custodisce nel cuore». È una lettera scritta col cuore, di slancio, non un articolo da giornalisti, ponderato nelle virgole. Dovrebbe almeno commuovere. Invece di fare dissertazioni e dire la propria, questi due giovani si mettono in gioco personalmente e spalancano la loro casa e la loro vita. Ma la risposta di Zucconi è dura. E dopo aver titolato la loro lettera “Io sono più buono”, il direttore risponde: «Dunque sarebbero assassini quei due genitori disperati? A volte la bontà mi fa più paura della cattiveria. I cattivi, almeno, possono sempre ravvedersi e pentirsi, i buoni mai». Paolo e Marta non si aspettavano una risposta così. Amareggiati rispondono: «Addio Zucconi, la lasciamo in balìa della sua intelligenza arida, incapace neanche per un solo momento di provare pietà per un bambino che non saprà cosa vuol dire essere amato per davvero. La lasciamo con un’ultima speranza: che la smetta una volta per tutte di mettere in bocca agli altri le cose che non hanno detto. Noi non abbiamo dato dell’assassino a nessuno e non pretendiamo di essere più buoni degli altri». La lettera si concludeva col rimprovero al direttore di non comprendere. E il direttore di Repubblica.it chiude il caso con questa replica: «Vi eravate permessi di invitare due disperati genitori dei quali nulla sapete se non che sono alle prese con una tragedia immensa, a “non uccidere” il loro figlio, a non ucciderlo, perché soltanto voi sapete che cosa sia l’amore, che cosa sia un bambino, che cosa sia la vita, che cosa sia la generosità. Ma come osate? Ma come vi permettete? Ma che sapete di quali scelte abbiano dovuto fare loro, o io, nelle nostre vite. Addio, senza rimpianto. Non tollero neppure i fanatici in materie cretine come il pallone, figuriamoci su cose tanto serie».

FAMIGLIA ESEMPLARE

Il potere è anche questo: avere l’ultima parola. Ma chi sono Paolo e Marta che hanno osato entrare un giorno nel teatro dei media pensando di poter salvare un bambino e sono stati così sistemati da una grande firma? Paolo è un dirigente bancario, Marta è una pianista. Hanno cinque figli e praticamente altri due in affido (eppure erano disposti ad aprire la loro casa a un nuovo bambino con gravi handicap). Sostengono un “Centro di aiuto alla vita” (uno di quelli che, negli ultimi 30 anni, hanno aiutato più di 70mila donne e hanno propiziato la nascita di 70mila bambini che potevano essere soppressi). La fede cattolica e l’attuale impegno di Paolo e Marta derivano da una “conversione”. Le loro storie infatti vengono da lontano. Paolo, per esempio, in passato ha avuto in tasca la tessera di un solo partito: il Pds. Insomma sono tutt’altro che dei “bigotti” che vivono fuori dal mondo. Sono, secondo me, “la meglio gioventù”. Sono l’Italia che si dà da fare, anziché parlare (anche perché non sembrano aver diritto di parola). I giornali quasi tutti in mano a un establishment ideologico radicaloide non raccontano questa Italia. La disprezzano. E quando questa Italia si azzarda a dire la sua (anzi, a offrire solidarietà, a donare amore) deve prendersi una “lezione”.

LIBERO 4 luglio 2007