«Vivere senza menzogna»: ecco Solzenicyn

Dal mondo

Dal Gulag all’oblìo

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Il grande scrittore russo, premio Nobel per la letteratura nel 1970, Aleksandr Isaevic Solzenicyn – autore del capolavoro “Arcipelago Gulag”, sul sistema dei lager sovietici, e del monumentale “Due secoli insieme”, incandescente requisitoria su un importante e trascurato risvolto della società russa, vale a dire la funzione dell\’elemento ebraico in seno a essa, in cui viene anche analizzato il ruolo svolto dagli ebrei russi nelle drammatiche vicende del comunismo sovietico, senza trascurare la pagina dolorosa e finora "censurata" della loro partecipazione all\’apparato repressivo del Gulag. – è morto domenica a Mosca, all’età di 89 anni (era nato nel 1918). La salma è esposta all’Accademia delle Scienze di Mosca e, mercoledì 6 agosto, sarà sepolta nel monastero Donskoj nella capitale russa.

Un solitario chiuso e ostinato che scriveva secondo onore e coscienza da L’Osservatore Romano

Dal gulag all’oblìo
da Libero

 

Un solitario chiuso e ostinato
che scriveva secondo onore e coscienza

di Claudio Toscani
"Sono tranquillo, naturalmente, per la certezza che ho di adempiere alla mia missione di scrittore in qualsiasi circostanza, e dalla tomba forse con maggior successo e in maniera ancor più indiscutibile che da vivo. Nessuno può sbarrare la strada alla verità, e purché essa avanzi io sono pronto anche ad accettare la morte".
Queste parole, Aleksandr Isaevic Solzenicyn le aveva gettate in faccia allo spietato potere stalinista mentre in vari "campi" dell\’universo concentrazionario sovietico stava scontando gli otto anni di "correzione" forzata inflittagli dalla profilassi sociale della tirannia rossa. Sopravvissuto a quello che nel suo libro più famoso egli definirà poi Arcipelago Gulag, Solzenicyn estende quel grido al di là della sua vita perché le sue parole, sia pure già scritte nel marmo pario [ndr. tipo di marmo bianco statuario, molto usato nell\’antica Grecia per statue ed opere architettoniche] della storia, abbiano un sempre ripristinato ascolto intellettuale e morale, e perché non vada persa la cultura della libertà, soprattutto quella della coscienza.
Nato a Kislovodsk, nel Caucaso, l\’11 dicembre 1918, all\’indomani dell\’avvio della rivoluzione antizarista che avrebbe dato vita all\’Urss, Solzenicyn cresce in contesto a una divampante guerra civile. Lui stesso, bambino, in braccio alla madre, e ancora chiamato col diminutivo di Sanja, ricorda di aver assistito, nella sua città, alla confisca di una chiesa e dei suoi beni.
Cresce fra carestia, repressione, indifferenza – "Vivemmo a Rostov per diciannove anni (…) e per quindici non riuscimmo a ottenere una stanza dallo Stato" – ma sotto il profilo culturale e morale è un privilegiato, poiché attorno a lui ci sono deste intelligenze, buona educazione, lingua corretta e finezza di gusti.
Nonostante preferisca materie letterarie, e a un certo punto voglia persino fare l\’attore, Aleksandr si laurea in Fisica e Matematica, dovendo scegliere Rostov anziché Mosca come sede dei suoi studi. È il 1941, ma già dal 1936 sta meditando di scrivere il "romanzo della rivoluzione", mentre la rivoluzione reale, ormai ridotta a "terrore", compie i suoi "progressistici" delitti: Kirov, Zinovev, Bucharin, fra i politici; Kljuev, Pilnjak, Mandel\’stam, Babel\’, fra i letterati (compresa la Cvetaeva che si suicida in seguito all\’esecuzione del marito e della deportazione della figlia). Tra il 1942 e il 1943 Solzenicyn è al fronte. Prima di partire, appassionatosi allo studio del materialismo dialettico, vi si dedica in compagnia dell\’amico Vitkevic. Quando anche lui è mobilitato in Ucraina, si scrivono. Ingenuamente, ma non senza una intenzionale durezza, criticano Stalin. La censura militare fa il suo dovere: il 9 febbraio 1945, Aleksandr è arrestato e qualche mese dopo condannato a otto anni di lager. Il cielo, della giovinezza, i germinanti propositi di libertà e di vita rovinano nel baratro della tirannia, sotto una botola che si rialzerà, tra riabilitazione "in campo" e anni di confino, nel 1957.
Ma una seconda vita si è ormai aperta in lui: quella non meno ardua della dissidenza e della clandestinità intellettuale, verso l\’espulsione dalla patria.
"Eravamo alcune decine di solitari chiusi e ostinati sparsi per la Russia, e ciascuno scriveva, secondo quanto gli dettavano l\’onore e la coscienza, ciò che sapeva sul nostro tempo, ciò che è la verità essenziale: non la costituiscono unicamente le prigioni, le fucilazioni, i lager e le deportazioni, benché tacendo di queste non sia possibile scrivere tutta la verità. (…) Giunto il momento saremmo emersi tutti insieme dalle profondità marine (…) e si sarebbe ricostruita così la nostra grande letteratura che avevamo spinto in fondo al mare durante la Grande Svolta".
Se è vero che già nel 1958 pensa ad Arcipelago Gulag, almeno cinque sono i titoli più importanti che la sua bibliografia elenca in sequenza: Una giornata di Ivan Denisovic (1962), che porta alla ribalta il suo nome in quanto diario di un giorno di vita di un detenuto politico dell\’epoca staliniana in un lager del Kazakhstan; La casa di Matriona (1963), racconto sospeso tra favola e parabola, dove la protagonista è simbolo di una giustizia senza la quale non esiste né storia né mondo né uomini; Divisione cancro (1968), romanzo della vera esperienza di un tumore maligno che all\’internato Solzenicyn viene tolto nell\’ospedale di Taskent, libro che aprirà ufficialmente il suo "caso" ideologico-letterario all\’estero; e Il primo cerchio (pure del 1968), la cui dantesca metafora infernale allude al lager stesso, luogo in cui è impossibile, nonostante tutte le evidenze, risolvere il conflitto tra morale e ideologia.
E una parola, infine, per Agosto 1914 (che a partire del 1971 apparirà in più "nodi"), romanzo totale, il "guerra e pace" solzenicyano, tentativo di ricostituire la memoria della nazione rintracciando nella deformazione della storia la verità dei fatti e di tutte le loro generative componenti di pensiero.
Ora, tra il 1973 e il 1976, Arcipelago Gulag vede la luce: ricordando le fiumane di deportati della recente storia russa, Solzenicyn mette in due migliaia e mezzo di pagine quella sorta di lager universale che è stato il sistema eliminativo di Stalin e affini nella prima metà del secolo scorso. Prigioni di transito, carceri di isolamento politico, campi di lavoro forzato, luoghi di confino e di esilio interno, tra circolo polare artico, steppe del Caspio, Moldavia, Estremo Oriente e miniere d\’oro siberiane: ecco l\’"arcipelago" reale e invisibile a un tempo, abitato da milioni di cittadini sovietici: ecco la verità storica rivelata da un libro che è a sua volta una fiumana narrativa e documentale, un\’implacabile j\’accuse corale contro teorie e pratiche di terrorismo di massa, grido di dolore lanciato per tutti gli uomini della terra. Espulso nel 1974 dall\’Urss, Solzenicyn può ritirare il premio Nobel assegnatogli quattro anni prima. Dopo due anni trascorsi tra Germania e Svizzera ripara in America, nel Vermont, e solo nel 1994 rientra in Russia, ma non ha accettato che poco o nulla, oltre la libertà, s\’intende, del sistema occidentale fondato su un altro e non meno pericoloso tipo di dittatura: quella del capitale e del profitto, della produzione e del consumo.
Tra esilio e ritorno in patria i suoi libri sono, tra altri, La quercia e il vitello (1975), La ruota rossa (1989), Gli invisibili (1992), La questione russa (1995), La verità è amara (1996), Appunti dall\’esilio (1998) e un mare d\’inediti.
Ma è proprio quando si poteva pensare a lui come a un anziano scrittore che si ritraesse sereno e appagato da una vita colma di dolorose e difficili ma finalmente concluse esperienze che la sua bibliografia registra un\’impennata creativa, causa assai più di denigrazioni, polemiche e ostilità, che non di consensi o condivisioni. Infatti, tra il 2001 e il 2003 escono i due volumi di Duecento anni insieme, incandescente requisitoria su un fondante risvolto della società russa, vale a dire la funzione dell\’elemento ebraico in seno a essa. Inquadrando il problema tra la Russia del passato e la Russia pseudocapitalista di oggi – tre quarti di secolo di storica anomalia di un impero – Solzenicyn vi inserisce la ventura degli ebrei tra antica identità e moderna integrazione, patria subita e patria prescelta, iniziale condivisione del comunismo – contro la cultura cristiana, per esempio – e susseguente scelta "occidentale".
Così pure, allo scoccare dei suoi ottantacinque anni, Solzenycin pubblica un Diario, tenuto per tre decenni tra il 1960 e il 1990, per adoperarsi, parole sue, "finché Dio mi dà la vita, a ricostruire, a ristabilire la verità della nostra storia, a proteggerla dai giudizi puerili e superficiali". Mentre neanche due anni dopo, nel 2005, fanno seguito gli scritti di denuncia morale composti tra il 1967 e il 2003, sotto i titoli di Schizzi d\’esilio, il granello caduto tra le mole e Al ritorno del respiro, dove all\’alba del nuovo secolo, e fin troppo memore del buio del secolo scorso, Solzenycin auspica un moderno umanesimo cristiano a salvare la Russia, l\’occidente, il mondo intero.
Respirano in tutti questi libri l\’anelito alla verità, la lotta alla menzogna, la cristiana aspettazione del destino e del giudizio di Dio. Dal tempo dell\’inattesa guarigione dal tumore – "Dio del creato! Io credo di nuovo! Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me!" – a più recenti dichiarazioni – "Dobbiano costruire un mondo morale (…) La nuova esplosione di materialismo, stavolta capitalistico, costituisce una minaccia per le religioni" – Solzenicyn non dimentica la fede nel Dio che lo ha salvato dal lager, nel corpo e nell\’anima, preservandogli la fiducia nella storia e il convincimento in essa di un disegno superiore, per cui vale la pena di essere nel mondo, senza pur mai consegnarsi a esso.
Se un\’attualità perdura nel nome di Solzenicyn, essa è un\’attualità spirituale. "L\’ideologia vuole governarvi dal di dentro" – scrisse in Divisione Cancro, e lo scrisse per sempre, in pericolo di morte e per il tempo della morte una volta avvenuta.
L\’"arcipelago" della sconfitta umana e spirituale è sempre possibile, ma ci sono pur sempre misteriose accensioni di animi che, d\’un tratto, si ergono e fanno sentire la propria volontà di resistenza, il loro "no!", la loro speranza nel bene e nel perdono: la più ricca delle liberazioni, la più invulnerabile delle "armature". Anche fuori del lager. Anche senza il lager.
L\’Osservatore Romano – 4-5 agosto 2008

Dal gulag all’oblìo

Il grande scrittore russo Aleksandr Solzhenitsyn – autore del capolavoro “Arcipelago Gulag”, sul sistema dei lager sovietici e premio Nobel per la letteratura nel 1970  – è morto domenica a Mosca, all’età di 89 anni (era nato nel 1918). Oggi la salma sarà esposta all’Accademia delle Scienze di Mosca e domani sarà sepolta nel monastero Donskoj nella capitale russa.  

di Marcello Veneziani
A nostra insaputa, Aleksandr Solzhenitsyn era già morto da una decina d’anni e forse più. Morto nell’attenzione e nella coscienza dei contemporanei, russi in testa. Eppure è stato lo scrittore che forse più ha contato con la sua opera nel Novecento agli effetti politici e civili. Nessuno scrittore del secolo andato ha avuto infatti l’incidenza di Solzhenitsyn nella denuncia dell’impero sovietico, nella nascita del dissenso, della rivolta giovanile, intellettuale e del sentimento nazional-religioso. Forse persino Papa Wojtyla non sarebbe pensabile senza l’Arcipelago Gulag e l’opera dello scrittore russo contro il comunismo. Il suo Nobel fu una bomba a orologeria nel sistema sovietico; mai l’assegnazione del premio Nobel ha così contato sulla vita di una superpotenza come nel suo caso. Un’eccezione, se consideriamo il filo “ideologico” rosato che ha avuto negli anni il Premio Nobel.
Ma la memoria – Pamjat, come dicono i russi che alla memoria dedicarono un movimento politico-civile che portava quel nome – si indebolisce sempre di più e di Solzhenitsyn restano pochi a ricordarsene. L’oblìo forzato a cui lo condannò la società sovietica alla fine fu rimosso.
Ma l’oblìo dolce, inavvertito, in cui è stato dimenticato lo scrittore russo nel tempo della globalizzazione, è stato più inesorabile. La ragione più banale e scontata dell’oblìo su Solzhenitsyn è che aveva ormai quasi novant’anni e il suo ciclo creativo si era spento da tempo. Ma sbaglieremmo a liquidare il silenzio su di lui solo con l’età grave e l’assenza di opere significative negli ultimi anni; tanti scrittori diventano in vita monumenti di se stessi e godono dei raggi estremi di una gloria cantata, passano gli ultimi anni viaggiando come madonne pellegrine a ricevere elogi e onoranze in vita.
Solzhenitsyn era considerato ormai un autore del passato per una matrioska di ragioni. La più esterna, e superficiale, è naturalmente che uno scrittore del dissenso sovietico cade simultaneamente con l’oggetto del suo primario interesse e travaglio, l’oppressione sovietica. Caduto l’impero del comunismo, cade anche il dissenso; come non è accaduto da noi con l’antifascismo che è sopravvissuto per lunghi decenni e larghi poteri alla fine del fascismo. Ma questa è solo la più esterna delle ragioni, anche perché la lezione di Solzhenitsyn non si esauriva nella denuncia del sistema totalitario e poliziesco sovietico; c’era in lui la denuncia di ogni materialismo e difatti alla caduta dell’impero sovietico, Solzhenitsyn cominciò la sua critica al materialismo d’Occidente, al nichilismo del benessere, alla società americanizzata che ha perso il senso del limite e vive drogata senza la realtà e senza il cielo.
Ed è questa già un’altra seria ragione del silenzio sullo scrittore russo, dopo anni di popolarità in Occidente. Dai discorsi di Harward in poi, negli anni Settanta, Solzhenitsyn assunse le vesti del moralista e diventò scomodo anche all’Occidente. Fu scaricato anche dai nouveau philosophes francesi che grazie a lui si erano emancipati dal loro marxismo e terzomondismo, ma poi lo condannarono per la sua critica all’Occidente sazio e disperato. Ma ci fu anche un’altra ragione della sua emarginazione seguente: fu il suo spirito patriottico, che alimentò il risveglio nazionalista panrusso e la simpatia che riscuoteva in ambienti della destra radicale e perfino in alcuni settori accusati a torto o ragione di antisemitismo.
A nulla valsero le sue stesse critiche alle forme caricaturali di patriottismo e di radicalismo etnico, che sconfinavano nel razzismo; Solzhenitsyn venne considerato comunque il loro padre putativo. Al tempo di Gorbaciov e di Eltsin la popolarità di Solzhenitsyn era forte al punto che i due presidenti si appellarono a lui e lo considerarono la coscienza critica dello spirito russo. Poi al tempo di Putin e della Russia in competizione sul mercato, dominata da una mafia affaristico-burocratica derivata dal regime e dai suoi servizi segreti, il ruolo di Solzhenitsyn è apparso del tutto anacronistico. Antiquariato letterario e civile, come la sua barba. E qui ci avviciniamo ad una ragione più profonda e insieme più vasta che non riguarda solo Solzhenitsyn ma più in generale il ruolo della cultura e degli intellettuali nella società contemporanea. Il pensiero non serve più né al potere né alla sua denuncia, non esprime esempi di vita e paradigmi di sapere, non esorta a scelte eroiche, estetiche o religiose. Il pensiero non parla più al nostro tempo; o per dir meglio il nostro tempo è sordo al pensiero e considera del tutto superfluo, fastidiosamente ridondante, il suo richiamo, la sua lezione, o addirittura il suo paternalismo e il suo moralismo.
Solzhenitsyn ha denunciato prima il potere sovietico, poi il potere consumistico, cogliendo l’unità dei due materialismi nella globalizzazione, che segna il dominio della tecnica sulla cultura e dell’economia sulla politica. Ma nel frattempo la denuncia si è dispersa nel vuoto spinto di una società che non assegna più un senso, un posto e un valore alle idee. Tutto quel che Solzhenitsyn rappresentava ed esprimeva oggi non ha eco o riscontro nella nostra vita, scivola via nell’indifferenza; il suo arcipelago gulag resta un reperto archeologico come la stella rossa del comunismo.
Qui, l’amarezza del disincanto cancella lo scrittore ma anche il suo grandioso e antico regno abitato da dèi, popoli e patrie, misericordia divina e dedizione umana. Tutto funziona, niente significa. Il nichilismo del pensiero è ancora una forma estrema dell’intelligenza sveglia e inquieta; il nichilismo pratico non si pone più domande, giudica fuori posto solo il citarle. Solzhenitsyn finisce insieme con la sua opera.
Forse non era lui a essere già morto da tempo, quando aveva esaurito con il ritorno in patria tutto l’arco simbolico della sua vita di scrittore, internato, esule, e poi rientrato. Ma è morto lo spirito dell’epoca a cui si era rivolto. Solzhenitsyn è morto nella coscienza del nostro tempo perché il nostro tempo non ha coscienza di sé.
LIBERO 5 agosto 2008

Vedi anche:

Solgenitsin, l\’avventura di un uomo vivo

Parla Ljudmila Saraskina, autrice della biografia ufficiale di Solgenitsin