Vincere senza convincere: la strategia della manipolazione

La cappa ideologica

Intervista ad Alfonso López Quintás

MADRID, giovedì, 13 gennaio 2005 (
ZENIT.org).- Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista ad Alfonso López Quintás, docente emerito di filosofia presso l’Università Complutense di Madrid, membro della Real Academia Española de Ciencias Morales y Políticas e sacerdote dell’Ordine della Mercede – sulla portata e le strategie della manipolazione e le forme per combatterla.

La
prima parte di questa intervista è stata pubblicata da ZENIT il 12 gennaio 2005. Questo dominio della popolazione non è facile in una democrazia, perché in essa è richiesta trasparenza e sincerità…

Alfonso López Quintás: Il tiranno certamente non ha vita facile in una democrazia. Vuole dominare la popolazione e deve farlo in una forma dolosa in modo tale che questa non lo avverta. Ciò che infatti i governanti di una democrazia promettono è anzitutto la libertà – “libertà di manovra”, non “libertà creativa” -, anche a costo di compromettere l’efficacia. Nelle dittature si promette efficacia, anche se a detrimento, ove necessario, delle libertà (libertà anche in questo caso di manovra).

I mezzi a disposizione del tiranno per “sottomettere” la popolazione, mentre la convince di essere più “libera” che mai, sono il “linguaggio” e la “immagine”, che è altamente eloquente ed è una forma particolare di linguaggio.

Il linguaggio è il dono più grande che possiede l’uomo, ma anche il più rischioso per il fatto di essere ambivalente: tenero o crudele, amabile o spiacevole, diffusore della verità o propagatore della menzogna. Il linguaggio offre possibilità per scoprire insieme la verità e al contempo può essere usato per tergiversare sulle cose e seminare confusione.

Basta anche solo conoscere quest’ultima strumentalità del linguaggio e saperla maneggiare bene, che una persona anche poco preparata ma astuta può dominare facilmente le persone e intere popolazioni qualora queste non mantengano alta la guardia.

Per comprendere il potere seduttore del linguaggio manipolatore dovremmo prendere in esame quattro punti: i “termini”, gli “schemi”, gli “approcci” e i “procedimenti”. Affrontiamo solamente qualcosa sull’abuso manipolatore dei termini.

Il linguaggio crea parole e in ogni epoca della storia, talune parole si caricano di un’autorevolezza tale che nessuno osa criticarle. Sono parole “talismano” che sembrano condensare in sé ogni pregevolezza della vita umana. La parola talismano per eccellenza, della nostra epoca, è “libertà”. Una parola talismano che ha il potere di dare luce alle parole che le vengono affiancate e sminuire quelle che le si oppongono o sembrano opporvisi.

Oggi si dà per scontato – il manipolatore non dimostra mai alcunché, dà per scontato ciò che gli conviene – che la “censura”, ogni tipo di censura, si oppone sempre alla “libertà”, intesa superficialmente come “libertà di manovra”. Di conseguenza, la parola censura è oggigiorno disprezzata. Al contrario, le parole “indipendenza, “autonomia”, “democrazia”, “cambiamento”, “gestione congiunta”…, unite alla parola “libertà” diventano una sorta di “termini talismano per adesione”.

Il manipolatore trae ampio vantaggio da questo potere dei termini talismano. Sa che introducendoli in un discorso, gli ascoltatori rimangono intimiditi, non esercitano la loro facoltà critica, accettano ingenuamente ciò che viene loro proposto.

Quando, in un determinato Paese, è stata portata avanti una campagna a favore dell’introduzione di una legge pro-aborto, lo stesso responsabile di tale legge tentò di giustificarla con questo ragionamento: “La donna ha un corpo e bisogna darle la libertà di disporre di questo corpo e di ciò che in esso avviene”.

L’affermazione secondo cui “la donna ha un corpo” è smentita dalla migliore antropologia filosofica già da quasi un secolo. Né la donna, né l’uomo “hanno” un corpo; “sono” corporei. C’è un abisso tra le due espressioni. Il verbo “avere” è adeguato se si riferisce a realtà “possedibili”, ovvero agli oggetti (livello1). Ma il corpo umano – quello della donna e quello dell’uomo – non è un qualcosa di possedibile né disponibile; è un aspetto del nostro essere personale, così come lo spirito (livello 2).

Quando ti do la mano per salutarti, senti in essa la vibrazione del mio affetto personale. È “la mia persona tutta” che ti viene incontro. Il fatto che il palmo della mano vibri tutto il mio essere personale, rende evidente il fatto che il corpo non è un oggetto. Non esiste oggetto alcuno, per quanto eccezionale possa essere, che abbia questo potere.

Il ministro di quello Stato intuiva senza dubbio che la frase “la donna ha un corpo” non è sostenibile nello stato attuale degli studi di filosofia, e per rafforzare la sua argomentazione ha immediatamente introdotto il termine talismano “libertà”: “Bisogna dare alla donna la libertà di disporre del suo corpo…”. Sapeva che con la semplice utilizzazione di questo termine attualmente sovrastimato, milioni di persone si sarebbero ritirate timidamente e avrebbero detto: “Non ci si può opporre a questo proponimento perché è in gioco la libertà e sarebbe considerato come antidemocratico, fascista, ultra…”. E in effetti questo è ciò che è avvenuto.

In effetti oggi si percepisce una sorta di “timore reverenziale” di fronte a questo tipo di termini manipolatori…

Alfonso López Quintás: Se vogliamo essere veramente liberi interiormente, dobbiamo abbandonare la paura nei confronti di questo tipo di linguaggio, e la migliore forma per farlo è di qualificare il senso delle parole. Quel ministro non aveva indicato a quale tipo di libertà si riferiva, proprio perché “la prima legge del demagogo è di non qualificare il linguaggio”, utilizzandolo in forma fumosa per cambiare il senso delle parole a seconda dei propri interessi.

Infatti egli alludeva alla “libertà di manovra”, la libertà – in questo caso – di manovrare ciascuno a suo piacimento, rispetto alla vita nascente: rispettarla o eliminarla. Ma questa forma di libertà non è l’unica, né la migliore. Si inizia ad essere pienamente liberi – liberi non solo dagli ostacoli che si frappongono all’agire, ma liberi per essere creativi – quando, posti di fronte alla scelta tra diverse possibilità, si opta per quella che ci permette di sviluppare la propria personalità “in modo pieno”.

Poniamoci adesso questa domanda: chi utilizza la “libertà di manovra” contro una persona in gestazione, si orienta verso la pienezza del proprio essere personale? Vivere personalmente significa vivere intessendo relazioni di carattere comunitario, creando vincoli. Colui che rompe i vincoli fecondissimi con la vita nascente, distrugge dalla radice il suo potere creativo e pertanto blocca il suo sviluppo come persona.

Ma questa considerazione non è alla portata di chiunque?

Alfonso López Quintás: Questo lo vediamo chiaramente quando riflettiamo. Ma il demagogo, il tiranno che desidera conquistare il potere percorrendo la scorciatoia della manipolazione, opera con estrema rapidità per non dare tempo agli altri di pensare e di sottoporre a riflessione ciascuno dei temi. Per questo non si sofferma a qualificare i concetti e a giustificare quanto afferma; dà per scontato ciò che gli interessa e lo espone con termini ambigui, con carenze di precisione.

Quando sottolinea un aspetto, lo fa come se fosse l’unico, come se tutta la portata di un concetto si limitasse a quella questione. In questo modo evita che la gente alla quale si rivolge abbia elementi di giudizio sufficienti per chiarire le questioni e farsi serenamente un’idea propria e ben depurata.

Non potendo approfondire una questione, la persona disorientata tende a lasciarsi trascinare. È come un albero senza radici che si lascia portare da qualsiasi vento, soprattutto se tale vento soffia a favore delle proprie tendenze elementari. Per rendere ancora più facile la sua opera di trascinamento e di seduzione, il manipolatore fa leva sulle tendenze innate (livello 1) della gente e si sforza di accecarne il senso critico (livello 2).

Questo spiega perché certe parole ed espressioni legate al termine “libertà” vengono gestite in modo astuto…

Alfonso López Quintás: Viene edulcorata una pratica così violenta e ingiusta come quella dell’aborto denominandola “interruzione volontaria di gravidanza”. Interrompere qualcosa che sta avvenendo, normalmente viene riferito ad un’azione temporanea che può essere successivamente ristabilita volontariamente e liberamente.

Già si scorge in modo velato la parola talismano “libertà”. Ma qualora non venisse avvertita questa presenza, si aggiunge l’aggettivo “volontaria”, che implica chiaramente l’esercizio della libertà di manovra. Si avvolge così l’aborto di una certa aria di bontà e di normalità.

Per neutralizzare la forza di questa impostazione manipolatrice, basta qualificare il termine e chiedere al manipolatore a quale tipo di libertà si riferisce quando parla, in questo contesto, di libertà. Esercita una “libertà creativa” colui che si arroga il diritto di annullare una vita in gestazione? Chi risponderà positivamente ignora cosa significa “creatività” e “libertà”. Un approccio simile può applicarsi al frequente uso manipolatore dei termini e delle espressioni come “morte degna”, “aborto etico”, “clonazione terapeutica”, “pre-embrione”…

In queste forme di manipolazione, i mezzi di comunicazione possono giocare un ruolo decisivo.

Alfonso López Quintás: Senza alcun dubbio. Il grande teorico della comunicazione, M. MacLuhan, ha coniato l’espressione secondo cui “il mezzo è il messaggio”: non si dice qualcosa perché sia vera; la si prende per vera perché si dice.

La televisione, la radio, la stampa, gli spettacoli di diverso tipo, hanno un grandissimo influsso su coloro che li vedono come una realtà autorevole che proviene da un luogo inaccessibile. Colui che si tiene al corrente di quanto avviene dietro le quinte, ha un qualche potere di discernimento. Ma il grande pubblico rimane al di fuori dei centri che irradiano i messaggi. È incredibile il potere insito nella possibilità di rendersi presente negli angoli più dispersi e penetrare nelle case e parlare all’orecchio di migliaia di persone, in modo suadente, senza alzare la voce.

Quindi la manipolazione, quando diventa di massa, può pregiudicare notevolmente la libertà di pensare, sentire e desiderare in forma adeguata rispetto alle esigenze della realtà. Esiste un qualche “antidoto” contro questo rischio?

Alfonso López Quintás: La pratica della manipolazione altera la salute spirituale delle persone e dei gruppi. Queste persone possiedono le difese naturali contro questo virus invadente? Attualmente è molto difficile ridurre la portata dei mezzi di comunicazione o sottoporli ad un controllo efficace sulla qualità. Occorre invece una preparazione adeguata da parte di ciascun cittadino.

Tale preparazione deve coprire tre punti fondamentali: 1) “Stare all’erta”, conoscere i trucchi della manipolazione. 2) “Pensare con rigore”, saper utilizzare il linguaggio con precisione, fondare bene le questioni, svilupparle con logica, non fare salti nel buio. Pensare con rigore è un’arte che dobbiamo coltivare.

Colui che pensa con rigore difficilmente si rende manipolabile. Una popolazione che non coltivi l’arte del pensare con la dovuta precisione si consegna ai manipolatori. 3) “Vivere in modo creativo”. Ciò che c’è di più valido nella vita lo apprendiamo veramente solo quando ne facciamo l’esperienza. Se prometti di creare una famiglia con un’altra persona e di essere fedele a quella promessa, impari giorno per giorno che “essere fedele” non si riduce a “saper sopportare”.

Sopportare è compito dei muri e delle colonne. Gli esseri umani sono invece chiamati a qualcosa di più elevato: essere creativi, ovvero creare in ogni momento ciò che abbiamo promesso di creare. La fedeltà ha un carattere “creativo”.

Quando il manipolatore di turno ci dice all’orecchio: “Non sopportare ancora, cercati soddisfazioni al di fuori del matrimonio, perché questo è inventivo e creativo”, saprai rispondere a tono: “Io non intendo sopportare, ma essere fedele, che è ben diverso”. Lo dirai perché saprai dentro di te cosa implica la virtù della fedeltà.

Di questa preparazione contro la manipolazione si occupa il progetto formativo che lei promuove in Spagna e in diversi Paesi iberoamericani, con il titolo “Escuela de Pensamiento y Creatividad” (Scuola di pensiero e di creatività)?

Alfonso López Quintás: È uno dei principali impegni. Oggi abbiamo tutti bisogno, ma in modo particolare i bambini e i giovani, di imparare a pensare con rigore e di vivere in modo creativo. A mio avviso, la caratteristica più preoccupante nella società attuale è che non si pensa, non si parla in modo adeguato rispetto alle esigenze della realtà, alle quali si fa riferimento.

Se qualcuno dice, ad esempio – come ho spiegato prima -, che “la donna ha un corpo e deve godere della libertà di disporne”, pensa e si esprime in modo totalmente inadeguato, falso e contrario rispetto alla realtà dell’essere umano. In secondo luogo, si continua a pensare che la creatività sia esclusiva dei geni. Si ignora invece che tutti possiamo e dobbiamo essere principalmente creativi nella nostra vita quotidiana.

Con quale metodo persegue questo obiettivo?

Alfonso López Quintás: Sono convinto, dopo una lunga esperienza, che nel momento attuale, ciò che serve non è tanto “insegnare” ai bambini e ai giovani ciò che devono diventare, ma aiutarli a “scoprire” per proprio conto le leggi che governano la propria crescita personale, la funzione che svolgono nella propria vita i valori, e quale sia l’autentico ideale della propria vita.

Questa scoperta si realizza in dodici fasi. I bambini e i giovani che ci riusciranno, otterranno un grande potere di discernimento per distinguere ciò che contribuisce a costruire la propria personalità da ciò che la distrugge. La distruggono i processi illusori o vertignosi; la costruiscono i processi creativi o di estasi. Sono sempre più convinto che nessun bambino e nessun giovane dovrebbero uscire dalle aule senza una cognizione di ciò che sia la manipolazione e i rischi ai quali si espongono non conoscendone i trucchi.

Inoltre dovrebbero conoscere a fondo questo tema delle istituzioni, che sono oggetto frequente di insidie e attacchi, al fine di prevenire e adottare tutte le misure adeguate. Già il legionari romani dicevano che “feriscono di meno le frecce che si vedono arrivare”.

[Per poter leggere in lingua spagnola alcune delle lezioni tenute dal professor Alfonso López Quintás sull’argomento, si consulti la pagina della “Red Informática de la Iglesia en América Latina”]
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