Vaticano: simposio sulla «morte cerebrale»

Vita: politiche di bioetica

QUANDO LA MORTE CHIEDE L’ORA ESATTA


Il dibattito sul concetto di «morte cerebrale» mostra la sua continua attualità. N’è stata un’evidente conferma anche il Simposio The Signs of Death, «I segni della morte», che si è tenuto in Vaticano (11-12 settembre), in una duegiorni cui hanno partecipato neuroscienziati, filosofi ed esperti di etica di tutto il mondo.
Dibattito ricco, ma ormai è chiaro: la scienza non ha certezze assolute da offrire…


 

I trapianti d’organo riaprono i timori sul termine della vita: basta un po’ d’acqua per testare la fine del cervello? Il coma quando è irreversibile? In Vaticano un simposio di esperti affronta tutti i dubbi. Ropper: duro accettare il decesso se il cuore batte. Rossini: i neuroni però sono già scollegati. Shewmon: e le donne che partoriscono pur se clinicamente morte? Sanchez Sorondo: è ora di creare la neuro-etica.


«C’è una piccola schiera di medici secondo i quali prelevare organi da una persona di cui sia stata dichiarata la morte cerebrale equivale a un assassinio». Lo sostengono tre neuroscienziati del calibro di Allan Ropper (Boston), Conrado Estol e Antonio Battro, entrambi di Buenos Aires. E questa constatazione, lungi dal diffondere tranquillità sui trapianti, è destinata a consolidare una resistenza ancora radicata. Il fronte degli oppositori cita casi in cui il paziente si è riavuto dal coma oppure ha manifestato segni di attività del cervello. Risposta dei favorevoli al trapianto: «Quelli non erano certo casi di morte cerebrale. Oppure c’era stato, evidentemente, un errore di diagnosi». E si è valutato quanto siano frequenti questi errori? «Se l’esame neurologico viene eseguito correttamente da uno specialista esperto, se i criteri per valutare la morte cerebrale sono correttamente applicati, non c’è ragione di nutrire timori ». Ma proprio i «se» che la scienza doverosamente mette in conto lasciano inquieta la gente. Alimentano la convinzione che in questa materia regni ancora troppa incertezza. In certi casi è molto sfuggente il confine tra la morte cerebrale e i vari stati di coma (che possono sfociare in un recupero). Dunque – sostengono alcuni, come il neurologo-pediatra Alan Shewmon di Los Angeles – bisogna approfondire la ricerca per rendere il più evidente possibile la differenza tra morte e coma, e stabilire criteri inequivocabili, di facile applicazione, che non richiedano straordinarie qualità nei sanitari e possano essere scrupolosamente applicati da tutti i neurobiologi. Il nodo della questione è qui, nella capacità di distinguere tra morte cerebrale e le tante varianti del coma, nota il professor Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, nella sessione dedicata a The Signs of Death, «i segni della morte», che si chiude oggi alla Casina di Paolo IV in Vaticano, dopo una duegiorni cui hanno partecipato neuroscie nziati, filosofi ed esperti di etica di tutto il mondo. È difficile accettare che una persona «che ha la pelle calda e rosea, il cuore che batte (la funzione cardiaca è documentata anche dall’elettrocardiogramma) e sembra serenamente addormentata», debba essere considerata morta a tutti gli effetti e possa subire l’espianto degli organi, osserva Alan Ropper. Il professore cerca di spiegare perché l’argomento «morte cerebrale» ed espianto provochi in molti profondo sconcerto e accanita opposizione. Donde la diffusa riluttanza a mettere a disposizione i propri organi. Le domande sono tante. «La morte cerebrale viene dichiarata quando tutte le cellule del cervello sono morte? E come viene dimostrata?», vuol sapere Marcelo Sanchez Sorondo. I neuroni muoiono per mancanza di ossigeno, in seguito all’arresto della circolazione del sangue nel cervello, è la risposta. Non è necessario che muoiano tutti i neuroni, basta che si perdano quelle connessioni fra loro che permettono percezioni, emozioni, linguaggio, memoria, eccetera, dice Paolo Rossini, del Campus Biomedico di Roma. La morte cerebrale viene accertata prima con la visita neurologica, poi con esami strumentali. Tra le prove cliniche, quella con l’acqua gelata. «Se il cervello è morto – riferisce Luder Deecke, da Vienna – non risponde quando il neurologo irriga i canali esterni dell’orecchio del paziente». Dall’insieme dei dati clinici si ricava lo stato di morte cerebrale, fa Alan Ropper. «Ma allora – insorge Shewmon – la morte delle cellule del cervello, anzi la morte del cervello, non viene dimostrata direttamente. È soltanto un’inferenza logica, una conclusione indiretta». Il neurologo di Los Angeles definisce la morte «cessazione dell’apporto di ossigeno che fa respirare le cellule». Però resta con i suoi dubbi: «Per me la morte è la disintegrazione totale di quel tutto unitario che è la persona. Ma allora non è facile stabilire il momento della morte, perché dipende da vari fattori». Domanda sottintesa: c ome è possibile sapere se e quando espiantare gli organi? C’è confusione – replica Estol – ed è cominciata negli Anni ’60, con le macchine che permettono di ossigenare artificialmente il sangue garantendo la funzione circolatoria e respiratoria, «ma non la ripresa del cervello». I casi di cui discutere abbondano. Come considerano le neuroscienze il parto di una donna «cerebralmente morta»? domanda ancora Sanchez Sorondo. «Si è mantenuto in vita un cadavere per far maturare il feto»; taglia corto Estol. Però l’utero era regolarmente perfuso, osserva Ropper. «Infatti, per me il caso è di grande interesse» interviene Shewmon, che non vuole liquidare quella storia. «Il corpo della madre era un’accozzaglia di organi e tessuti vivi, oppure un organismo, un tutto ancora biologicamente operante?», s’inserisce Sanchez Sorondo: e, dato il particolare rapporto intrauterino che si sviluppa tra madre e figlio, questo bambino avrà condizioni di vita normali? Dipende dalle cause (trauma o altro) per cui la madre è arrivata alla morte cerebrale, risponde Luder Deecke. Dibattito ricco, ma ormai è chiaro: la scienza non ha certezze assolute da offrire. Interpretando lo spirito della discussione, Sanchez Sorondo dice che sarebbe ora di dar vita a una nuova disciplina, la neuro-etica. Anche quando si deve decidere sulla morte cerebrale, la vita è un bene troppo importante per affidarne le sorti solo alla scienza.
di Luigi Dell’Aglio
Avvenire 12 settembre 2006



Per approfondire vedi anche:


Quando comincia la vera morte?
di Luigi Dell’Aglio
Avvenire 4 febbraio 2005



Questioni mortali. L’attuale dibattito sulla morte cerebrale e il problema dei trapianti
di R. Barcaro e P. Becchi