Vaticano: le istituzioni cattoliche USA rafforzino la loro identità cattolica

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Una evangelica sfrondatura”: è ciò a cui saranno sottoposti i college e le Università cattoliche statunitensi che dimostreranno di non possedere un’identità fortemente e chiaramente cattolica.

“Una evangelica sfrondatura”: è ciò a cui saranno sottoposti i college e le Università cattoliche statunitensi che dimostreranno di non possedere un’identità fortemente e chiaramente cattolica. È minacciosa l’affermazione fatta da mons. Michael Miller, segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica vaticana, nel corso della Terrance Keeley Lecture tenuta alla fine di ottobre alla Notre Dame University, nello Stato dell’Indiana, di cui danno notizia il bimestrale dei professori universitari americani Academe (gennaio-febbraio 2006), ma prima ancora il giornale degli studenti dell’Università, The Observer. “Il Papa – ha affermato Miller, secondo quanto si legge sull’Observerha detto che sarebbe meglio per la Chiesa non spendere le proprie risorse per cercare di tenere in piedi istituzioni la cui identità cattolica sia gravemente compromessa. I suoi scritti mostrano che ci aspetta un tempo di purificazione, che senza dubbio avrà conseguenze anche sulle istituzioni cattoliche“. Per il Papa, ha proseguito l’arcivescovo, “la misura di un’istituzione può essere giudicata dalla sua integrità cattolica. Se vi è secolarizzazione, può essere una questione di verità e di giustizia che tale istituzione non venga più appoggiata”.
Nei confronti delle istituzioni la cui identità cattolica sia sbiadita – cosa che accade, spiega Miller, quando le Università scambiano il loro intrinseco legame con la Chiesa per una componente esterna ed accessoria – vi possono essere due atteggiamenti: o quello, appunto, della “sfrondatura evangelica”, o quello di una paziente speranza. “Chi difende il secondo metodo – ha detto Miller – ritiene che una parte dell’identità ecclesiale dell’Università possa anche essere compromessa, ma che sia meglio essere pazienti, perché l’istituzione è semplicemente ‘tenuta in ostaggio’ da una generazione che è destinata a passare”. E Ratzinger come la pensa in proposito? “Il Papa sembra essere più incline ad evitare lo scandalo e a percorrere un cammino di sfrondamento evangelico, ma ancora non sappiamo. Stiamo aspettando”, ha spiegato il Segretario della Congregazione. L’onere della prova ricade sull’Università stessa, conclude Miller: “la decisione riguardante il mantenimento della propria identità cattolica non riguarda lo status quo, quanto piuttosto la realizzazione di cambiamenti significativi”.


Un braccio di ferro che dura da 16 anni
La pressione del Vaticano sulle istituzioni educative statunitensi non è certo uno scenario nuovo. Nel 1990, Giovanni Paolo II emanò una “costituzione apostolica” sull’educazione superiore, dal titolo Ex corde Ecclesiae, in cui chiedeva già alle istituzioni cattoliche di prendere misure per rafforzare la loro identità cattolica e ai docenti di ottenere, per insegnare, “referenze” (un mandatum) del proprio vescovo. Con 600.000 studenti e oltre 230 collegi ed Università cattoliche, gli Stati Uniti erano il Paese maggiormente interessato – e colpito – da questo provvedimento. Dopo la creazione di una commissione ad hoc, guidata da mons. John Leibrecht, i vescovi, nel corso di sei anni e dopo consultazioni con il mondo accademico, elaborarono un documento pastorale in cui le richieste della Ex corde venivano applicate al contesto degli Stati Uniti, ma evitando l’osservanza letterale di alcune misure. A quel punto, la Congregazione vaticana per l’Educazione Cattolica intervenne bocciando il documento di Leibrecht, ed affidando al card. Bevilacqua (ben più conservatore) la stesura di un nuovo rapporto che prevedesse l’applicazione del Diritto canonico, in specie per quanto riguardava il famoso “mandato”. Bevilacqua, alla guida di una sottocommissione di canonisti, scrisse così un documento che venne presentato ai vescovi Usa nell’autunno ’98 e fu poi studiato, rivisto e corretto fino alla fine del 1999, quando fu approvato nella sua bozza finale, poi consegnata al Vaticano. Il documento di applicazione della Ex corde Ecclesiae è entrato infine in vigore un anno dopo l’approvazione definitiva (recognitio) da parte della Santa Sede, nel 2001. Tra i punti più contestati, quelli che compromettono gravemente l’autonomia della ricerca accademica: “gli statuti delle Università cattoliche istituite dall’autorità gerarchica, da istituti religiosi o altre persone giuridiche devono essere approvati dall’autorità ecclesiastica competente”; nel Consiglio di amministrazione la maggioranza “dovrebbe essere composta da cattolici impegnati nella Chiesa”; il presidente dovrebbe essere un cattolico; l’Università dovrebbe cercare di reclutare e nominare come docenti dei cattolici, in modo che “coloro che sono impegnati nella testimonianza della fede costituiscano la maggioranza del corpo docente”; e, soprattutto, “i cattolici che insegnano discipline teologiche in un’Università cattolica devono avere un mandatum da parte dell’autorità ecclesiastica competente”, ossia il vescovo della diocesi in cui si trova l’Università. Questo mandato, che deve essere scritto, è “un riconoscimento, da parte dell’autorità della Chiesa, del fatto che un docente cattolico di una disciplina teologica insegna in piena comunione con la Chiesa cattolica”, e dell’impegno di tale docente ad “astenersi dal proporre come dottrina cattolica qualcosa che è contrario al magistero della Chiesa”. Una volta ottenuto, questo mandato resta in vigore finché il professore è in carica e “a meno che non gli venga ritirato dall’autorità ecclesiastica competente”.
Negli ultimi cinque anni, dal 2001 ad oggi, vescovi ed Università hanno condotto il previsto processo di revisione e valutazione delle norme (che si concluderà il 3 maggio prossimo), mentre, sul lungo termine, a dieci anni dall’entrata in vigore, la Conferenza episcopale attuerà una revisione del documento applicativo. Il 10 gennaio scorso, a Washington, ha avuto luogo un incontro della Commissione sull’Educazione della Conferenza episcopale nel quale è stato approvato un elenco di questioni che devono fungere da guida nel dialogo tra vescovi diocesani e presidenti dei college e delle Università cattoliche.


Resistenza o resa?
Ora, però, si ha l’impressione che il nuovo Papa abbia fretta di bruciare quelle tappe: “Secondo il discorso di Miller – è la preoccupata considerazione dell’articolo pubblicato sulla rivista dei professori universitari Academe – l’agenda del nuovo Papa va oltre quell’obiettivo (il rafforzamento dell’identità cattolica, ndt), estendendolo a più ampi aspetti dell’identità cattolica nel campus”. Parallelamente, occorre ricordare che il Vaticano sta conducendo dall’autunno scorso una visita apostolica a tutti i seminari e le scuole di teologia del Paese (intervistando docenti, studenti, laureati) allo scopo di valutare la portata del fenomeno dell’omosessualità ma anche del dissenso teologico al loro interno (v. Adista n. 61, 63, 66/05).
Dopo l’istruzione vaticana sull’accesso dei gay ai seminari (v. Adista n. 84/05) e l’avvio di questa indagine sui seminari stessi, però, il mondo accademico sembra cominciare a non trattenere l’insofferenza: “Non è certo che il cosiddetto ‘sfrondamento evangelico’ voluto dalla Chiesa avrà un grande impatto sull’istruzione superiore cattolica”, ha commentato Martin Snyder, ex preside di un college e membro dell’Aaup (American Association of University Professors). “La Chiesa istituzionale praticamente non contribuisce né a livello finanziario né di personale sulla gran parte dei college e delle Università cattoliche”; “un’interferenza esterna dei vescovi locali o di gruppi di pressione incontrerebbe con probabilità resistenza e solleverebbe certamente gravi questioni riguardanti la libertà accademica”.


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