Uteri in affitto: la laica Olanda ci ripensa

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Niente uteri in affitto, siamo olandesi


Cause, ripensamenti, rifiuti, trattative al rialzo. All’Aia tornano indietro

Da ora in poi niente più uteri in affitto nella laica Olanda. Si è rivelata nel tempo troppo grande e destabilizzante, infatti, la confusione su chi e perché debba vedersi attribuito il ruolo di genitore: se la coppia committente o la donna che, a titolo più o meno gratuito, porta avanti la gravidanza e partorisce. Senza contare l’altra variante, quella della coppia di omosessuali maschi che commissiona un bambino a una donna fecondata con il seme di uno dei due uomini. Troppi contenziosi, troppe beghe, troppe storie spaventose, anche là dove la pratica della maternità surrogata è tacitamente accettata (come in Belgio) o legale (oltre all’Olanda che ora ci ripensa, in Gran Bretagna e in alcuni Stati americani, come la California). Capita spesso, infatti, che la madre portatrice si rifiuti di consegnare docilmente il “prodotto”, vuoi perché si affeziona a quel bambino che ha nutrito per nove mesi e partorito, vuoi perché (è successo da poco in Belgio ma in America si conta più di un caso), già che c’è, prova a guadagnare di più e cerca di vendere il pupo a un’altra coppia. E ci sono anche i casi di madri e padri committenti che rifiutano il bambino, perché “difettoso” e poco rispondente agli standard qualitativi desiderati.
Sono probabilmente questi aspetti di scarsa governabilità della questione ad aver convinto il legislatore olandese dell’opportunità di proibire l’utero in affitto. Per analoghi motivi, nello scorso aprile, la permissiva Inghilterra ha deciso di eliminare l’anonimato del donatore nelle pratiche di fecondazione eterologa, vista la quantità di cause intentate da figli della provetta diventati adulti e desiderosi di conoscere le proprie origini biologiche. E in altri laicissimi paesi, come la Svezia e la Norvegia, da molto tempo è assicurata al nato da eterologa la possibilità di accedere alle informazioni sulle circostanze del proprio concepimento, ed è da sempre proibita l’eterologa femminile, cioè la donazione di ovociti. C’è da scommettere che, così come per l’Inghilterra, Svezia e Norvegia, ci sarà sicuramente qualcuno che ora lamenterà la necessità del “turismo procreativo” anche per i sudditi della regina d’Olanda. Resta il fatto che paesi ben lontani dalle gabbie confessionali che qui qualcuno lamenta, e da sempre all’avanguardia nel bricolage tecno-procreativo, arrivano a porre limiti dopo che molti danni, nelle vite concrete, sono stati irreparabilmente consumati.


Il Foglio (29/11/2005)