Uscito nuovo libro di G. Pansa: LA GRANDE BUGIA.

Socialismo

La Sinistra con il mal di Pansa


Una megarecensione delle reazioni inconsulte e di certe voci mica poi tanto soffuse del partito (preso) antipansista. Che ce l’ha con lui perché racconta la Resistenza così come è stata…

Giancarlo Pajetta era solito affermare che se avesse dovuto scegliere tra la rivoluzione e la verità, avrebbe scelto la rivoluzione. Il che significa la “verità” della fazione. Dunque, prefabbricata. Ritoccata. Ora tutta reticenza, ora tutta eloquenza. Strumentale. Storicamente scorrettissima, come quella partorita da ogni Grande Fratello che si rispetti, ma correttissima ideologicamente, in ossequio al Grande Fratello, “uomo di rispetto”. Una verità di comodo. Una non-verità. Con tanto di vangelo, parabole edificanti, catechismo e scomuniche. Su tutto, una parola d’ordine: non vedere quel che danneggia la Causa. Diciamo meglio: quel che danneggia la Causa non esiste. L’armadio è pieno di scheletri? Ma no, gli scheletri non ci sono. Non ci sono nemmeno gli armadi. Chi insiste nel dire “ma, porca miseria, io li vedo, io li tocco, venite anche voi, guardate!” è un visionario e un mistificatore. Un bieco agente delle FODRA (“Forze Oscure della Reazione in Agguato”). Un fascista. Nella migliore degli ipotesi, uno che fa il gioco dei fascisti. Anche se si dice antifascista? Anche, anzi soprattutto. Come Giampaolo Pansa? Proprio così: come Giampaolo Pansa.


Ma ad avercela con lui non sono solo i comunisti (a proposito, è lecito, a noi che non lo siamo, usare il termine? Par quasi che in bocca nostra diventi una parolaccia, odiosa e ridicola, visto che i comunisti ci sarebbero soltanto nell’immaginazione malata del Cavaliere e dei suoi servi strapagati; ma i fighetti de il Manifesto, gli sciamannati sovversivi dell’elegantissimo Fausto Bertinotti, i gelidi burocrati-inquisitori di Armando Cossutta e Oliviero Diliberto, i ragazzini e i vecchietti dei centri sociali non si definiscono forse comunisti?).
Pansa documenta tutto nella La grande bugia (Sperling& Kupfer, Milano pp.470, e18,00), in libreria a metà di settimana prossima. Il libro è l’ultimo atto di una sorta di trilogia – i primi due sono Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile e Sconosciuto 1945, entrambi editi da Sperling & Kupfer, rispettivamente nel 2003 e nel 2005 – e nasce a fronte delle reazioni suscitate dai primi due. Gli attacchi più feroci, astiosi, livorosi (ed è come se i detrattori ce le avessero stampate in faccia queste non elette virtù, le covassero nel fegato e poi sputassero il veleno accumulato sulla carta) sono venuti a Pansa non tanto dai prevedibili trinariciuti, quanto da alcuni personaggi del progressismo doc. Celebri giornalisti e illustri cattedratici frementi di passione giacobina.  Figli, nipoti e sparsi eredi dell’intransigenza azionista. E qualche uomo di sinistra con alle spalle un riconosciuto impegno antifascista, ma anche qualcosa da farsi perdonare. Da chi? Dagli Agiografi della Didascalia e della Sètta. Dai Custodi della Vulgata Costituita. Dai Guardiani del Faro Resistenziale. A partire, da quelli con l’imprimatur, come gli intoccabili comunisti dell’ANPI.


Aldo Aniasi & Ferruccio Parri
Esemplare, a questo proposito, la vicenda politica di Aldo Aniasi, combattente partigiano, sindaco della “Capitale morale” d’Italia al tempo della contestazione (formidabili quegli anni?) e parlamentare socialista per molte legislature. Seguiamo il racconto di Pansa. Dunque: Aniasi fa la Resistenza, con il nome di Iso, comanda nell’Ossola la II Divisione Garibaldi “Redi” ed è uno dei liberatori di Milano. Ma non gli va bene l’egemonia del PCI sull’ANPI: così, nel 1949, assieme a Piero Calamandrei, Leo Valiani, Giuliano Vassalli, Tristano Codignola, ecc., abbandona l’Associazione. Con altri partigiani non comunisti dà vita alla FIAP, Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane, presieduta da Ferruccio Parri che l’anno precedente, durante le celebrazioni del Venticinque Aprile, si è beccato un bel po’ di fischi dai compagni. Perché? Perché ha duramente condannato vendette, azioni criminali e massacri compiuti nel nome dell’antifascismo.


Il giovane Aniasi sta dunque dalla parte della democrazia e della tolleranza, e diffida dei dogmatici e dei fanatici che vogliono mettere il marchio comunista sulla Resistenza. Tant’è vero che nei primi anni Novanta scrive un libro dove celebra il proprio maestro, Parri, come combattente della libertà e difensore della legalità. E dove cita con devozione le sue parole: «Solo con la verità, non nascondendo nulla, possiamo onorare la Resistenza». A presentare l’opera, a Roma, nella Sala delle Capriate, alla Biblioteca della Camera dei deputati, assieme a Giovanni Spadolini, Nilde Iotti, Giuliano Vassalli, Luigi Granelli e Ugo Intini, c’è anche Pansa. Insomma, tra i due esiste un rapporto di stima e di amicizia. Perché allora, nell’ottobre del 2003, quando esce Il sangue dei vinti, Aniasi strilla che si tratta di un libro «vergognoso, non revisionista, ma falsario»? Perché accusa Pansa d’«inventare storie sui crimini partigiani, in gran parte inesistenti»?
Presto detto: Aniasi è uscito indenne dalla bufera di Tangentopoli ed è passato nelle file di quei Democratici di Sinistra, che combattono, nel santo nome della Resistenza e dell’ANPI, contro il Centrodestra e soprattutto contro Silvio Berlusconi, incarnazione, dicono, del “nuovo fascismo”.


L’insostenibile verità
Ai “Bella ciao” DS e ANPI il neodiessino Aniasi deve mostrare tutto il proprio zelo partigiano. Chi se ne frega di Parri. Pansa dice che non tutta la Resistenza è stata santa, infanga la splendente icona, cerca di capire gli altri e cioè i fascisti, e soprattutto quelli di Salò, addirittura racconta storie di atroci delitti compiuti dai partigiani dopo il Venticinque Aprile? Ebbene, Pansa è un falsario. Falsario perché contrappone la verità (i fatti, documentati) alla menzogna (i misfatti dell’ideologia, la storia prefabbricata)? Ma, signori, ricordiamo il magistero di Pajetta: tra la verità e la rivoluzione, è quest’ultima che un comunista deve scegliere. Ma Pansa che non è comunista, né neo, né post, e che non è nemmeno un giacobino, ma un democratico, un laico e uno spirito libero, preferisce la verità alla rivoluzione menzognera. Così, ne La grande bugia, oltre a offrire nuovi documenti sulle pagine nascoste della guerra civile, smaschera gli ex amici troppo “compagni” e infilza allo spiedo i Guardiani del Faro di cui sopra. Quelli che già non avevano digerito I Figli dell’Aquila e che davanti al Sangue dei vinti e a Sconosciuto 1945, hanno dato la stura all’indignazione. Con schizzi di bile per i successi di vendita. E volutamente immemori del fatto che Pansa è sempre stato – e resta –antifascista, che è una delle penne più polemicamente antiberlusconiane, che è, anche, un fior di studioso della lotta partigiana.


Infatti, il giovane Giampaolo comincia l’attività di storico, occupandosi della Resistenza in Piemonte. Topo di biblioteca e di archivio, consulta carte su carte, pubblica ponderose ricerche, è apprezzato e stimato. E ben presto lo è anche come giornalista e scrittore. Indiscutibilmente di sinistra. Però… Però, già in romanzi come I nostri giorni proibiti e Il bambino che guardava le donne, usciti negli anni Novanta, l’Autore comincia a occuparsi degli “altri”. Tra i “protagonisti” ci sono anche “loro”. I fascisti. Non sono dei mostri, hanno un volto, una voce, dei sentimenti. Pansa non glieli nega. Poi, nel 2001, scrive un libro, Le notti dei fuochi dove le origini del Fascismo in Lomellina sono raccontate a due voci: una fascista, l’altra antifascista. L’anno dopo, I figli dell’Aquila, racconta la storia di “un ragazzo di Salò”: non un fanatico criminale, ma uno dei tanti ragazzi perbene che scelsero la trincea dell’ultimo fascismo, in nome della Patria e dell’onore. Pansa, che a quei tempi sarebbe stato partigiano, capisce e rispetta. Ha il coraggio di entrare nel cuore della guerra fratricida. E di fronte a un vecchio interrogativo – è possibile, “ripensando” quel passato, arrivare a una “memoria condivisa”? – risponde: bello e impossibile, meglio puntare alla “memoria accettata”. Insomma: ti riconosco la dignità del tuo passato. Non è il mio; i tuoi valori, i tuoi ideali non sono i miei, ma non posso dire che non c’erano. Hai il diritto a “quella” memoria. Hai il diritto di onorare i tuoi morti. Hai il diritto di voler conoscere la verità: tutta.


Ma la verità fa paura, fa male. Molti si aggrappano alla Grande Bugia: quella che «nasce da un insieme di reticenze, di omissioni, di piccole menzogne ripetute mille volte, di distorsioni della verità. Tutte giustificate dal pregiudizio autoritario che la storia di una guerra la possano raccontare soltanto i vincitori. Anzi, uno solo dei vincitori. Mentre i vinti debbono continuare a tacere».
E non ci si accontenta di vederli vinti: spesso li si vuole annichiliti, schiantati. Presentando i suoi libri in sale gremite, a Pansa è capitato di sentirsi dire: io non sono un italiano come tutti gli altri, sono un cittadino di serie B, i partigiani hanno ammazzato mio padre, non so dov’è stato sepolto, non posso pregare sulla sua tomba. Ebbene, tra quelli che hanno contestato l’Autore e i suoi libri, ci sono fior d’intellettuali disturbati anche da queste testimonianze. Perché evocano scenari di sangue di cui non si dovrebbe parlare. Ma, insomma, “quelle cose” sono avvenute o no? Domanda terribile, devastante. Sono avvenute, però… Però è meglio non parlarne per non sconciare il volto luminoso della Resistenza? Oppure è meglio non parlarne perché si fa il gioco di Berlusconi e di tutti i fascisti “di ritorno”? O magari è meglio parlarne, giustificandole, dicendo che rientrano nella logica spietata di una guerra dove ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra? E dove può capitare che i buoni facciano anche qualcosa di cattivo, ma non importa perché sono la Giusta Causa e i Giusti Obbiettivi le cose che contano?


Abituato a documentare e a denunciare, Pansa documenta e denuncia. E risponde colpo su colpo a chi gli spara addosso chiamandolo falsario, traditore, opportunista, venduto, servo di Berlusconi e dei fascisti, ecc. ecc. Risponde agli attacchi di Curzi, Bocca, D’Orsi, De Luna, Pavone, Luzzatto, Flores d’Arcais, Rizzo, di Cento, di tutti i giornalisti, gli storici, i cattedratici, i politicanti, le associazioni partigiane, gli Istituti Storici della Resistenza, i cani sciolti che gli scrivono lettere piene d’insulti, di tutti gl’“indignati” che lo vogliono processare e giustiziare sommariamente, rifiutandosi di entrare nel merito di quello che scrive. E questo è il massimo della malafede: si pretende di esorcizzare il Diavolo Revisionista ma non gli si contestano nomi, dati ed eventi; non gli si contestano le “diavolerie”. E se Pansa lancia il guanto di sfida, dicendo: pensate che abbia raccontato delle menzogne? Magari mi accusate di essermi andato ad abbeverare a delle fonti fasciste, di aver letto come fosse il Vangelo il loro martirologio? D’accordo, scegliete dei ricercatori di vostra fiducia, mandateli voi a verificare quel che ho scritto, così potrete smentirmi.


Mussolini? Meglio processarlo
Niente da fare: gli inquisitori si fingono sordi e continuano a sputar veleno. E c’è lo zelante professor D’Orsi che compila per MicroMega un diligente elenchino di loschi figuri revisionisti da evitare come la peste: Sergio Romano, Francesco Perfetti, Ernesto Galli della Loggia, Giovanni Belardelli, Giovanni Sabbatucci, Gianni Oliva, Paolo Mieli, Pierluigi Battista, Giampaolo Pansa, Giuliano Ferrara, Silvio Bertoldi, Arrigo Petacco. C’è da stupirsi? No, se si tiene conto del fatto che i Guardiani del Faro Resistenziale opposero un muro di accigliato silenzio a un articolo di Piero Fassino, apparso sul l’Unità il 28 dicembre 2003, in cui il segretario DS, ricordando i fratelli Cervi uccisi dai fascisti, sosteneva che «non dimenticare significa anche fare i conti con le pagine tragiche dell’immediato dopoguerra. Quando la vittoria agognata acceca le ragioni dei vincitori, e i vinti sono più vinti e indifesi che mai». Massimo D’Alema, invece, intervistato da Bruno Vespa, si beccò l’accusa di «revisionismo storico strumentale», per aver sostenuto che sarebbe stato più giusto processare Benito Mussolini anziché affidarlo alla giustizia sommaria. Amatissima dai Guardiani ecc. Così viene “linciato” lo storico antifascista Roberto Vivarelli, per aver rievocato in un libro (La fine di una stagione, il Mulino, Bologna 2000) la propria scelta di “ragazzo di Salò” e per aver spiegato, con una onestà addirittura disarmante, perché non avrebbe potuto scegliere diversamente.  E viene “linciato” il regista Renzo Martinelli per aver ricostruito, nel film Porzûs, un terribile episodio della guerra civile: partigiani rossi che fanno fuori partigiani bianchi a maggior gloria del comunismo.


Ce ne sono cose da leggere nel nuovo libro di Pansa: tra l’altro i ricordi di due esponenti della Margherita, Dario Franceschini e Renzo Lusetti, entrambi con i nonni materni fascisti repubblichini. Quello di Lusetti morto ammazzato e fatto sparire nel nulla. Molto interessante anche la testimonianza di Paolo Pisanò, omaggio affettuoso al fratello Giorgio, giornalista d’assalto e «primo revisionista comparso nella ricerca storica sulla guerra civile». Oltretutto un vero fascistone, ma per nulla “partigiano”.


Giampaolo Pansa
La grande bugia
Sperling & Kupfer – 2006 – pp.470 – euro 18,00

di Mario Bernardi Guardi
Il Domenicale del 30 settembre 2006


 


Pansa torna in battaglia contro i pasdaran della Resistenza


Il giornalista prosegue la sua opera di de-mitizzazione della guerra civile culminata con «Il sangue dei vinti». E mette in fila i suoi detrattori


Ce n’è per tutti. Per il Comandante Iso (alias Aldo Aniasi, prima capo partigiano, poi sindaco socialista di Milano, poi ministro del governo Craxi, che al tramonto della sua vita riempie di veleno il suo saggio Il sangue dei vinti senza neppure averlo letto); per gli squadroni della morte di Reggio Emilia (che uccisero, assassinarono giustiziarono nel silenzio e nell’impunità); per Giorgio Bocca («campionissimo delle contraddizioni: per lui gli altri contano meno di nulla»), che puntualmente stronca i suoi libri bollandoli come «una vergognosa operazione opportunistica»; per Sandro Curzi, all’epoca direttore di Liberazione, assai solerte nel pubblicare lettere piene di livore contro l’autore di «questi libri infami e revisionisti». Solo Miriam Mafai fa balenare uno scrupolo di coscienza – «Che nell’immediato dopoguerra ci fosse stata questa sorte di giustizia feroce – scrive – era emerso più volte, anche se nessuno aveva indagato sino in fondo» -, che poi pagherà nel velenoso rammentarle di essere stata la compagna di Giancarlo Pajetta.
Giampaolo Pansa si è scelto da anni un compito difficile, amaro, talvolta doloroso. Quello di combattere lancia in resta contro il mito, un donchisciotte malinconico e testardo che usa i suoi saggi per trafiggere il velo opaco della verità a senso unico che ancora avvolge quasi totalmente la Resistenza e che tanto odio suscita nei sopravvissuti. L’elenco dei suoi assalti all’arma bianca comincia nel 2002 con I figli dell’Aquila e prosegue con Il sangue dei vinti e Sconosciuto 1945.
Come già Renzo De Felice con la sua monumentale biografia di Mussolini, Pansa deve combattere con il ritratto della guerra civile che le sinistre hanno edificato, protetto, difeso per cinquant’anni, non consentendo ad alcuno – pena l’esilio, la messa in mora, il discredito morale – di apporvi la minima critica, di scorgervi la più piccola ombra. È questa dunque La grande bugia, ultima fatica di Pansa (Sperling & Kupfer, in uscita in questi giorni) e saggio anomalo, perché oltre a rimestare nel torbido allinea, come si è detto poco sopra, la schiera di volenterosi (e sovente illividiti) difensori di quel lungo opaco inganno della ragione che in certa misura è stata la Resistenza.
Non a caso ci sono volute le parole insospettabili del presidente Napolitano perché qualcosa di quel velo si schiudesse: «Ci si può ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni». Così il neoeletto presidente della Repubblica nel suo primo messaggio al Parlamento.
Ma non basta ancora. La guerra civile italiana finora è stata raccontata dalla parte dei vincitori. Manca la storia dei vinti. Manca un peso sulla bilancia, per quanto minore possa essere. Manca un’equità di giudizio, manca la leggerezza della pacificazione. Resta invece – a giudizio di Pansa, ma anche nostro – l’acrimoniosa difesa di un bastione che si vorrebbe imprendibile, forse perché le tante verità che nasconde non sono meno atroci di quelle che il ventennio fascista aveva con altrettanto scrupolo occultato.
Eppure Pansa ha ricevuto migliaia di lettere di censura, di insulti, di biasimo per i suoi libri. Perfino D’Alema, ricorda Pansa, che interpellato da Bruno Vespa riconobbe che Mussolini avrebbe meritato un processo piuttosto che un’esecuzione sommaria, venne inquisito dai suoi. Principale accusatore, Armando Cossutta, capo d’imputazione, “revisionismo storico strumentale”, giudice a latere, ancora Giorgio Bocca, che bollò Vespa, Pansa e D’Alema come un terzetto di «opportunisti che hanno messo in piedi un’operazione chiaramente politica».
La verità unica della Resistenza, il mito, anzi, il mythos, la parola che precede il logos, il ragionamento, è sacra, guai a provare a metterla in discussione. Se si prova a farlo, come fa Pansa (ma anche D’Alema), ecco i Guardiani del Faro Resistenziale, i pasdaran della memoria, gli opinionisti per tutte le stagioni che insorgono. Professionisti della Grande Bugia? Forse, Pansa non lo dice apertamente. Ma vi allude, con proterva leggerezza, in un pamphlet che ha il sapore della battaglia.


di Giorgio Ferrari
Avvenire 29 settembre 2006