Una società di sopravvissuti…

Vita: altri temi
L’aborto e la sindrome del sopravvissuto

L’aborto ha trasformato i figli, i nostri figli, in un esercito di sopravvissuti, “survivors”, come la psicologia anglosassone chiama chi è passato attraverso un pericolo mortale. Da qui l’insicurezza, la fragilità che caratterizza i giovani delle grandi società abortiste d’Occidente…

 di Claudio Risé

 

L’aborto non è solo il più preciso indicatore della vitalità, o delle tendenze mortifere, di una società, come abbiamo visto la scorsa settimana. E’ anche l’indicatore della salute mentale dei suoi componenti.

La società che legittima ed utilizza l’aborto ha due caratteristiche precise. La prima è l’onnipotenza: la fantasia di potere sulla vita e sulla morte. L’altra, poiché l’onnipotenza nell’uomo non può essere che immaginaria, è quel profondo senso di insicurezza che si impadronisce di chi si è illuso di possederla.

Il terreno su cui si gioca la difficile partita dell’equilibrio umano è quello oggi prediletto dai moderni deliri tecnoscientifici, e dai sistemi totalitari che li hanno coccolati fin dall’inizio per i sogni di potere che essi lasciano immaginare: il campo della nascita, e della morte. E’ lì che si legittimano, ed utilizzano, appunto le pratiche dell’aborto e dell’eutanasia, come strumenti di un potere sulla vita, che dischiude fantasie di immortalità. Sono i punti estremi di quel “biopotere”, o potere sulla vita, nel quale il filosofo Michel Foucault aveva individuato una delle caratteristiche della modernità.

L’evento della nascita, dell’arrivo del figlio, era rimasto fino a un paio di generazioni fa avvolto nella dimensione sacra della comunicazione con Dio, o con un sovramondo (a seconda delle diverse concezioni religiose e filosofiche), al di sopra e al di là di noi. Questo Altro comunicava con noi anche attraverso questo avvenimento decisivo: il prendere forma e vita di una nuova persona umana. Della quale, proprio perché veniva da un altrove, secondo un disegno di cui noi eravamo solo esecutori, noi non avevamo certo la proprietà, ma solo la custodia. Che poteva essere amorosa, od anche negligente, ma in nessun caso aveva qualcosa a che fare con la proprietà.

Con la legittimazione dell’aborto invece, e le manipolazioni genetiche che sempre l’accompagnano, la nascita entra nella sfera del biopotere, del potere sulla vita, che ci si immagina non abbia più nulla a che vedere con Dio, ma viene per così dire spartito fra lo Stato (il legislatore che norma i modi della nascita e della sua manipolazione), ed i genitori che scelgono i tempi e le forme del “loro” bambino.

Nasce così la nuova figura psicologica, terribilmente simile ad un bene di consumo, del “bambino desiderato”, che spodesta sempre di più l’immagine, omai arcaica, del “bambino capitato”. Desiderato anche lui, ma certo meno programmato e “scelto” fino ai minimi dettagli, come la tecnologia genetica spinge a fare.

Il bimbo desiderato però, ha un suo inevitabile doppio: il bimbo soppresso con l’aborto, non arrivato alla nascita appunto perché autonomo, “deviante” rispetto alla politica procreativa familiare/statale. L’aborto ha così trasformato i figli, i nostri figli, in un esercito di sopravvissuti, “survivors”, come la psicologia anglosassone chiama chi è passato attraverso un pericolo mortale. Da qui l’insicurezza, la fragilità che caratterizza i giovani delle grandi società abortiste d’Occidente; la loro costante richiesta di conferma, di prove d’affetto, che non bastano mai a rassicurarli veramente.

Narcisisti, dicono gli psicologi. Bamboccioni, è invece la sentenza dei vecchi babbioni. Sopravvissuti: è il temine giusto. La loro vita è assediata da angosce ancora poco studiate.

Tempi 6 marzo 2008, www.tempi.it