Una Vigilia di Natale del «Mondo Piccolo» di Guareschi…

Dal mondo

Regalo di Natale


La cellula di mezzanotte


“Hanno detto che non metteranno piede in chiesa e non lo metteranno. Per evitare defezioni e per dar prova di cosciente disciplina, tutti i compagni si sarebbero riuniti la notte della Vigilia alla Casa del Popolo e avrebbero contrapposto alla provocatoria e reazionaria Messa di mezzanotte una democratica «Cellula di mezzanotte»….”


di Giovannino Guareschi

Qui bisogna rifarsi al famoso pasticcio di luglio, quando cioè don Camillo si vide piombare in canonica Peppone con lo stato maggiore al completo.
Peppone era molto agitato.
 – Voglio un Tedeo! –  gridò. –  Una grandiosa funzione di ringraziamento pubblico! Hanno sparato addosso al Capo!
Don Camillo rimase perplesso.
 – Be’ –  rispose calmo –  capisco tutto, ma non mi pare il caso di fare una funzione solenne di ringraziamento perché hanno sparato a un disgraziato. Sia quel che sia, è sempre un uomo.
Peppone strinse i pugni.
  – La funzione di ringraziamento è perché non sono riusciti ad assassinarlo! – urlò. – E voi state attento a non fare tanto lo spiritoso perché siamo in periodo di emergenza! Ad ogni modo si resta d’accordo così: voi mi organizzate una funzione, un Tedeo con musica, cantori, fiori, giochi di luce, tendaggi, campane e un gran cartello sulla porta, con due angeli uno da una parte e uno dall’altra. Noi intanto facciamo stampare i manifesti con l’invito alla popolazione; si appiccicano dappertutto e poi si sta a vedere. Chi viene, bene, chi non viene è un porco reazionario e lo si mette in lista, poi si passa casa per casa e si fa un massaggio a tutti.
 – D’accordo, capo  – approvò solennemente lo Smilzo. – I perturbatori dell’ordine pubblico debbono essere identificati e puniti per il loro contegno provocatorio. Il popolo è stanco di porcherie!
Don Camillo guardò lo Smilzo.
 – La fai tu la nota? –  gli domandò.
 – Si capisce.
 – Bene – disse don Camillo – Allora comincia col mettere in nota me, per il massaggio. Perché io, alla funzione solenne, non ci vengo.
Peppone si buttò il cappello all’indietro e si mise i pugni sui fianchi.
 – Dunque voi vi rifiutereste di celebrare una funzione di ringraziamento al Padreterno perché ha salvato la pelle a un galantuomo vittima di un attentato criminale!
 – No: io mi rifiuto di fornire a te e alla tua banda di squilibrati, attraverso una funzione religiosa, il pretesto per stangare della gente. Se proprio ci tenete a ringraziare il Padreterno, venite qui tutti e io vi celebro una Messa, come l’ho celebrata ieri per Gigino Forcella che è cascato giù dal tetto e non si è fatto niente.
Peppone pestò un pugno sulla tavola.
 – Il popolo vuole un Tedeo, una pubblica funzione solenne, non una Messa comune! Qui non si tratta di un fatto qualunque come quello di Gigino Forcella! Qui si tratta di un fausto avvenimento di carattere perlomeno nazionale!
 – Un fausto avvenimento di carattere esclusivamente privato   precisò don Camillo. Ma ragionando come ragioni tu, sarebbe come se i parenti di Gigino Forcella avessero preteso da me, invece di una Messa di ringraziamento, un Te Deum.
Peppone aveva una faccia che pareva la réclame dell’apoplessìa.
  – Il Capo non è Gigino Forcella!  – urlò. –  Gigino Forcella non è uno di importanza nazionale! È uno che interessa soltanto quelli della sua famiglia! Il mio Capo è di importanza universale!
Don Camillo non si impressionò.
 – Il tuo capo interessa semplicemente la sua famiglia, come Gigino Forcella. La sola differenza è che Gigino Forcella ha una famiglia composta di alcune persone, mentre il tuo capo ne ha una composta di alcuni milioni di persone. Una grossa famiglia, ma sempre una famiglia: non la nazione. Quindi se voi, famiglia del vostro capo, volete una Messa di ringraziamento, io ve la dico e ben volentieri. Però, date le tue dichiarazioni di poco fa, deve essere una cosa privata nel modo più assoluto. E in chiesa non voglio vedere che gente della vostra banda e proibisco l’ingresso agli altri. Lo proibisco e lo debbo proibire perché non posso rendermi complice del vostro stramaledetto gioco di rappresaglie e di violenze. In chiesa uno deve venire di propria spontanea volontà, non perché lo ordina il capo di un partito o perché ha paura di rappresaglie. Non si può sfruttare la Chiesa per scopi di propaganda politica.
Lo Smilzo si girò la visiera del berretto da una parte e, piantatesi le mani sui fianchi, guardò don Camillo di sotto in su.
 – Senti chi parla! – sghignazzò. – Roba che se ci fosse un Dio vi avrebbe già fatto rimanere lì, secco come un chiodo, per la vostra spudoratezza!
Peppone era gonfio di parole ma non sapeva da che parte cominciare perché ne aveva troppe da dire.
 – Giuda! –  urlò. – Giuda che avete venduto Cristo per trenta dollari!
Intervenne lo Smilzo.
 – Capo, lascia perdere! Con certa gente non c’è che questo sistema!
Trasse di tasca un libretto, lo aperse, bagnò la punta del lapis con la lingua e poi scrisse energicamente qualcosa.
– Ecco qui: «Don Camillo!».
– Bene! – approvò Peppone. – Tenetevi i vostri Tedei e anche le vostre Messe! Il Partito non ha certamente bisogno dei vostri Santi e delle vostre Madonne! E da oggi il primo dei nostri che mette piede ancora in chiesa lo spacco! Così!
Peppone agguantò una sedia e stritolò, torcendola, l’assicella dello schienale.
Poi guardò negli occhi don Camillo.
– Adesso però mela fai accomodare – disse calmo don Camillo.
Peppone non lo prese neanche in considerazione: fece dietro-front e, seguito dallo stato maggiore, uscì sbatacchiando la porta.
Poi, subito dopo, rientrò lo Smilzo che, truce in volto, agguantò la sedia rotta, se la portò via e camminava fieramente, con la testa alta e il petto in fuori, e pareva la marcia inesorabile della rivoluzione proletaria.


Don Camillo riebbe poi la sedia riaggiustata, ma non rivide mai più in chiesa né Peppone né nessuno dei suoi e delle loro famiglie. Dopo tre mesi nacque un bambino al Bigio, ma don Camillo lo aspettò invano per il battesimo. Il Bigio, quando incontrava don Camillo, scantonava rapidamente; ma una sera don Camillo lo agguantò.
 – Che tu non venga in chiesa per via delle direttive del Partito, transeat. All’animaccia tua ci devi pensare tu. Ma tuo figlio ci può venire almeno una volta per farsi battezzare. O l’hai già iscritto al Partito?
Il Bigio, che era il più ragionevole di tutta la banda, allargò le braccia.
 – Reverendo – disse – l’ordine vale per tutta la famiglia: nessuno deve mettere più piede in chiesa. Se lui sa che ho mandato il bambino a battezzare mi dà una martellata in testa.
 – Non occorre che Peppone lo sappia – rispose don Camillo.
La notte stessa gli portarono il bambino e ci fu il battesimo clandestino. Ma fu tutto quello che don Camillo riuscì a ottenere. Però non si scoraggiava.
 – Gesù – diceva al Cristo crocifisso dell’altare – io li aspetto a Natale. Non s’è mai dato, in tanti anni che son qui, che siano mancati alla Messa di mezzanotte. E la notte di Natale ritorneranno. È impossibile che possano rinunciare alla Messa di mezzanotte. Giubài, quando l’altr’anno era ricercato dalla polizia per via di quel pasticcio, la notte della Vigilia ritornò a galla e io lo vidi là in fondo, in quell’angolo, intabarrato fino agli occhi. Gesù, fidatevi di me.
 – Io mi sono sempre fidato di te – rispondeva il Cristo sorridendo. – Ma tu poi ti fidi di te?
 – Be’… abbastanza. Però, più che altro, io mi fido di voi.
Quando ci si appressò al Natale, don Camillo mise in movimento le sue cellule e cominciarono ad arrivare le prime notizie: nelle famiglie si discuteva fra i mariti e le mogli. Le mogli cominciavano a dire che, insomma, almeno per la Messa della Vigilia bisognava rompere la regola.
Poi, via via che il Natale si avvicinava, le discussioni si facevano più accese, poi le donne presero posizione: noi e i nostri figli ci andiamo, voi fate quello che volete! Venne fatta una riunione speciale alla Casa del Popolo. Peppone che, tra l’altro, si era preso da sua moglie un tal calcio negli stinchi da rimanere mezzo azzoppato, riconobbe che l’agitazione era da prendere in considerazione seria e alla fine si decise: le donne e i ragazzi facciano l’accidente che vogliono. Gli uomini rimangono fermi nella loro posizione di intransigenza! Hanno detto che non metteranno piede in chiesa e non lo metteranno: Per evitare defezioni e per dar prova di cosciente disciplina, tutti i compagni si sarebbero riuniti la notte della Vigilia alla Casa del Popolo e avrebbero contrapposto alla provocatoria e reazionaria Messa di mezzanotte una democratica «Cellula di mezzanotte», vale a dire una speciale e solenne riunione di cellula con letture di testi classici della religione Marxista-Leninista e di pagine scelte di scrittori democratici quali lo Stalin e roba del genere.


E venne la Vigilia di Natale, cadde la notte e la chiesa era piena di luci e di canti; ma, seduti sulle dure panche dello squallido salone della Casa del Popolo, uomini cupi ascoltavano in silenzio Peppone che leggeva roba che nessuno sapeva cosa fosse. Ogni tanto, nelle pause, il vento della notte portava le note dell’organo della chiesa ad appiccicarsi contro i vetri delle finestre del salone.
La Messa finì alla sveltina perché don Camillo era nervoso: aveva un chiodo piantato nel cervello, un chiodo che gli dava un fastidio tremendo.
Rimasto solo in chiesa, si svestì in fretta e andò a sbarrare la porta col catenaccio. Camminò in su e in giù per qualche minuto, poi si fermò davanti al Cristo crocifisso.
 – Gesù – disse – avete visto?
 – Ho visto – rispose il Cristo. – Ti sei fidato troppo di te, don Camillo.
 – No: mi sono fidato troppo di voi – precisò don Camillo.
 – Quindi, adesso, hai perso la fede in me!
Don Camillo si indignò.
 – Gesù – protestò –  questo mai! Sarebbe come uno che ha fame e, lì sulla tavola, c’è un pezzo di pane e l’uomo dice: «Lo so che Dio non mi lascerà morire di fame» e se ne sta lì senza muovere un dito. È logico che, se non allunga la mano e non prende il pane, Dio non può prendere il pane e metterglielo in bocca. Insomma, uno, anche quando ha una grande fiducia nella Divina Provvidenza, non deve rinunciare a ragionare. E, ragionando, uno conclude che se il pane non va verso di lui, è lui che deve andare verso il pane. D’altra parte lo dice anche la sacra scrittura: se la montagna non va a Gesù, Gesù va alla montagna.
Il Cristo sorrise.
 – Don Camillo, veramente la frase è: «Se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna».
 – Perdonate – si dolse don Camillo – credetemi, io…
 – Non ho niente da perdonarti, don Camillo: non sono le parole quelle che contano, contano le intenzioni.
Don Camillo si passò la grossa mano sulla fronte e guardò su, verso il Cristo. Ma pensava a Maometto e il Cristo, che lo sapeva, sorrise.


 – Compagni – stava dicendo Peppone – adesso, per finire degnamente questa democratica riunione vibrante di fede, vi leggerò un magistrale profilo di Mao Tsetung – quando la porta si spalancò ed entrò un grosso uomo intabarrato che, passando come un panzer tra le panche, arrivò davanti al palco sul quale stava Peppone, salì la scaletta e, spalancato il tabarro, cavò fuori una vecchia cassetta grigioverde che mise con violenza sul tavolino di Peppone.
Tutti quelli delle prime due file di panche la conoscevano a memoria, quella vecchia cassetta grigioverde, perché l’avevano vista tante volte in montagna, quando don Camillo rischiava le pallottole per arrivare fin lassù. E si alzarono.
Don Camillo sollevò il coperchio della cassetta ed ecco sorgere l’altarino da campo. Peppone intanto si era alzato ed era sceso dal palco.
Don Camillo si volse un momento e fece un grugnito.
Allora, caracollando, lo Smilzo salì la scaletta e arrivò al fianco di don Camillo, come aveva fatto tante volte lassù. Poi lo aiutò a vestirsi, accese le candele e, quando fu ora, si inginocchiò a lato dell’altare.
Fu una Messa povera, roba da soldati, quasi clandestina. Ma avevano spento le luci della sala e le candele dell’altarino facevano un bell’effetto. E poi, le note dell’organo della chiesa, quelle che erano venute ad appiccicarsi ai vetri delle finestre del salone, erano ancora vive e palpitanti e così c’era anche una lontana musica nell’aria.


Giovannino Guareschi, Mondo Candido 1948-1951, Biblioteca Universale Rizzoli, 2003, C. 52, 26-12-1948.