Una Tac contro l’«effetto Lazzaro»

Vita: politiche di bioetica

Una Tac contro l’«effetto Lazzaro»


«A volte il cadavere ha riflessi automatici, perché il midollo spinale reagisce ancora Ma dalla fine cerebrale non si torna indietro» «Oggi ci sono tecniche e strumenti sufficienti per accertare la morte del cervello, quando lo spirito è dipartito» .

Da Roma Luigi Dell’Aglio


Il nodo è tutto qui: esistono certezze assolute nella diagnosi di morte cerebrale, la più complessa e difficile che la scienza medica si trovi ad affrontare? Risponde il professor Jean-Didier Vincent, neurofisiologo dell’Università di Parigi, un nome di grande credito nella comunità scientifica, intervenuto al convegno Signs of death concluso ieri presso la Pontificia Accademia delle Scienze. «Bisogna avere una certezza assoluta, non c’è dubbio su questo. Ma, anche se si raggiunge una certezza assoluta, c’è sempre chi rifiuta la validità della diagnosi di morte cerebrale. Se c’è un arresto cardiaco, che non è seguito da rianimazione, l’evento viene accettato come morte certa. Senza problemi. Ora anche la morte del cervello è morte. Sembrerò brutale: non si è mai visto che uno al quale sia stata tagliata la testa si alzi e cammini, tranne san Dionigi che se la porta sotto il braccio».
Ma come dimostrare, in modo incontrovertibile, che il cervello è morto?
«Prima si ricorreva solo ai controlli di base: polso, battito cardiaco; nei secoli passati, i medici mordevano il piede del paziente per vedere se era vivo. E quanta gente veniva sotterrata ancora in vita! Oggi si dispone di tecniche e strumenti sufficienti per accertare che il cervello è morto. Si pratica l’elettroencefalogramma, si verifica che non vi sia ipotermia cerebrale prodotta da sostanze tossiche o narcotiche».
Ma esistono condizioni molto simili alla morte cerebrale.
«Il coma profondo, il cosiddetto locked-in. Il paziente è chiuso in sé, come blindato dal di dentro, e non può comunicare in alcun modo. Non è morte, intendiamoci: il paziente è vivo, magari comunica muovendo appena una palpebra».
E c’è il rischio che questa condizione sia scambiata per morte cerebrale ?
«In un certo senso sì… se il paziente non respira spontaneamente. Il rischio c’è, ma poi si procede agli esami di rito. Per essere chiari, in questo caso ci troviamo di fronte a una “persona”, in senso filosofico e cristiano. Nel caso della morte cerebrale, il cuore batte ma la “persona” non c’è più. Lo spirito è dipartito».
Perché la Chiesa ha accettato dalla scienza il concetto di morte cerebrale?
«La Chiesa ha avuto fiducia nei medici. Il cervello, la coscienza di sé, è essenziale perché sia definita la persona umana, secondo il pensiero cattolico, secondo la “scienza della fede”. Dalla tomistica fino a Edith Stein. Debbo dire che trovo invece alquanto riduzionisti e materialisti quei filosofi che qui contestano così vivacemente la formula della morte cerebrale».
Secondo il neurologo Conrado Estol, il paziente di cui viene diagnosticata la morte cerebrale morirebbe comunque (indipendentemente dall’espianto di organi) dopo giorni o settimane. Quali sono le basi biologiche di questa affermazione?
«Automaticamente, l’organismo del paziente non riesce più a conservare le altre funzioni. Smette di battere anche il cuore».
Ci sono esami e procedure, considerati obbligatori ma – come ha segnalato Joseph Evers – alcuni Paesi li praticano e altri no. Nel Minnesota – ma anche in Gran Bretagna – non è richiesto neanche l’elettroencefalogramma. Invece in Norvegia si pratica sempre l’arteriografia.«Questo è un problema reale. Per non parlare poi della maggior parte del mondo, dove il rispetto della vita e della persona è decisamente più basso. I Paesi sviluppati sono tutti, più o meno, d’accordo sulle procedure da compiere. Altrove avvengono anche genocidi davanti ai quali il nostro dibattito potrebbe sembrare bizantino».
Anestesisti e bioet ici hanno raccontato che, al momento dell’espianto, il corpo del donatore «cerebralmente morto» si scuote fortemente, fa opposizione ai chirurghi che lo afferrano. È stato uno choc molto forte ascoltarli.
«Il cervello è morto ma il midollo spinale no. E allora, per alcune ore, il paziente dichiarato morto ha riflessi automatici come questo. Si vede negli animali ma anche nell’uomo (“effetto Lazzaro”: le braccia del paziente si sollevano e poi ricadono giù). Ma poi muore anche il midollo spinale, anche se non si procede ad alcun espianto».
Resta il fatto che, con qualche giorno o settimana di anticipo, si compie quello che rischia di sembrare un «omicidio» (così lo chiama il vescovo Bruskewitz).
«Sappiamo che non c’è possibilità di uscita dalla “morte cerebrale”. E poi, in cambio di una vita che comunque in pratica non c’è più, si realizza il dono di una vita nuova a chi sta per morire e ha bisogno del trapianto».
Ma si può considerare «cadavere» la giovane donna che, dopo la diagnosi di «morte naturale», mette al mondo un bambino?
«Questo è veramente un evento che turba, mette a dura prova la nostra sensibilità. Ma poi non possiamo non riconoscere che quella donna è purtroppo una madre, per così dire, meccanica, quasi un utero artificiale».

Le sofisticate apparecchiature di un reparto rianimazione in un ospedale italiano


Avvenire 5 febbraio 2005