Un vero riformista oscurato dal falso riformismo

Socialismo

Zhao Ziyang, un profeta per la Cina di oggi

di Bernardo Cervellera

La sua proposta di affiancare riforme economiche e politiche rimane ancora attuale. Zhao è ricordato anche per aver aperto le chiese cattoliche e dato libertà alle religioni.

Ora che Zhao Ziyang è morto, il governo di Pechino ha un gran lavoro per farne scomparire la memoria. Fino a questa mattina, i siti internet cinesi, i forum e le chat  erano pieni zeppi di notizie e di commenti. In pochi minuti tutte le pagine di internet che parlavano di lui sono state oscurate. Rimane solo lo scarno comunicato stampa di Xinhua. Quando Zhao Ziyang era vivo, il governo di Pechino ha cercato tutti i modi per soffocarlo: proibito dare interviste, polizia in continua vigilanza alla sua casa, visite controllate. Solo qualche volta ha potuto lasciare la sua casa dove lo avevano relegato per andare a trovare suoi vecchi amici del Guangdong, dove era stato segretario in passato e dove aveva cominciato quelle riforme che hanno reso le zone economiche speciali il nerbo della ripresa cinese.
Il punto è proprio questo: che la Cina di oggi, con la crescita economica più grande del mondo, deve i primi passi di liberalismo proprio a Zhao. Fu lui ad introdurre nel Sichuan le riforme contadine, disgregando le sterili comuni e affidando alle famiglie l’uso della terra. In due-tre anni la produzione agricola aumentò del 400%. E fu lui che pose le basi per il “socialismo con caratteristiche cinesi”, aprendo al liberalismo, superando la struttura centralizzata dell’economia maoista. Gli annali del partito esaltano Deng Xiaoping come “l’architetto delle modernizzazioni”, ma i primi passi, di rottura col passato, sono da attribuire a Zhao e al suo predecessore Hu Yaobang.
Oltre alle riforme economiche Zhao Ziyang, aveva proposto anche riforme politiche di tipo liberale: separare lo stato dal partito; permettere una democrazia di base; fermare la corruzione separando i 3 poteri (legislativo, giudiziario, esecutivo) e sottraendoli alla dittatura del Partito comunista cinese (Pcc).
Il periodo di Zhao Ziyang come segretario generale del Pcc è stato uno dei più liberali anche dal punto di vista intellettuale: un vivace pluralismo nel teatro, nel cinema, nella pittura e nella scultura. Perfino la religione ha sperimentato una rinascita senza precedenti: le chiese cattoliche riaperte, i cristiani raccolti in massa nelle chiese, i templi buddisti e le feste tradizionali in forte ripresa nelle campagne.
È vero però che la Cina di oggi è frutto di Deng. Per amore alla cosiddetta “stabilità”, Deng scelse di bloccare le riforme politiche e agli studenti e operai che chiedevano democrazia e fine della corruzione ha risposto con la legge marziale e con il massacro di Tiananmen. Da allora la “stabilità” (del potere del Pcc) ha sempre il sopravvento su ogni diritto umano e l’unica democrazia permessa è il “centralismo democratico” che afferma la supremazia del partito in ogni campo.
La Cina di oggi è il brutto risultato di queste riforme incompiute: ricchi e imprenditori acclamati dal partito; operai e contadini trattati come schiavi; corruzione endemica che raggiunge il 14% del prodotto interno lordo, religioni controllate in ogni attività, vescovi imprigionati. Quanto più il governo si ostina ad attuare una stabilità senza diritti umani, tanto più contadini e operai manifestano in Guangdong, Shanxi, Mongolia e Shandong.  In tutto questo Zhao è stato un profeta: le riforme economiche e politiche devono andare di pari passo, altrimenti si rischia la rottura. Secondo molti analisti cinesi il paese è sull’orlo del collasso e l’inquietudine sociale rischia di preparare un altro scontro 100 volte più violento del massacro di Tiananmen. A meno che la morte di Zhao, invece di essere cancellata dalla memoria, non divenga l’occasione di un esame di coscienza per riannodare lo sviluppo politico a quello economico.

Asianews – 18 gennaio 2005