Un nuovo diritto contro un nuovo nemico

Terrorismo


Ma gli stolti urlano: “Tortura”


La chiave di questo dibattito è la parola “tortura”. L’espressione evoca, anche nell’impaginazione iconografica dei giornali, lo scandalo di Abu Ghraib, il carcere iracheno dove è stata scoperta una serie di abusi sui detenuti. Quelle fotografie richiamano un bel po’ di altre cose: il campo di prigionia a Guantanamo Bay, il Patriot Act, la Convenzione di Ginevra e i memorandum giuridici, alcuni scritti da Gonzales altri da lui sollecitati, che avrebbero dato il via libera, appunto, alle torture made in Usa. Tutto insieme, tutto legato.

Milano. Alberto Gonzales, consulente legale della Casa Bianca, è il nuovo ministro della Giustizia di George W. Bush. Sostituisce John Ashcroft, il politico cristiano evangelico che fino alla nomina di Gonzales è stato accusato di aver ridotto drasticamente le libertà civili americane e, in generale, di aver commesso le peggiori sconcezze giuridiche possibili. Ora gli stessi antichi accusatori di Ashcroft dicono che Ashcroft non c’entrava nulla, ché il cattivo in realtà è sempre stato questo Gonzales, il giurista latinos che ha vissuto questi anni di guerra al terrorismo nella stanza di fianco a quella del presidente. La legge americana prevede che la nomina del nuovo Attorney General (così negli Stati Uniti si chiama il Guardasigilli) passi attraverso un’audizione pubblica, seguita da un voto di conferma, alla commissione Giustizia del Senato. In questa sede istituzionale, giovedì e venerdì, s’è discusso del ruolo ricoperto da Gonzales nella formulazione della cornice giuridica entro la quale s’è mossa la politica di Bush contro al Qaida. Che è questa: la guerra al terrorismo è una guerra asimmetrica; i terroristi di al Qaida non sono paragonabili ai prigionieri di guerra regolati dalla Convenzione di Ginevra del 1949; e non soltanto perché sono i primi a non rispettare alcuna convenzione. Il punto è che i terroristi non hanno un’uniforme, non c’è uno Stato a cui riconsegnarli e, a differenza dei soldati di una guerra tradizionale, dispongono di informazioni utili a sventare altri attentati.


La chiave di questo dibattito è la parola “tortura”. L’espressione evoca, anche nell’impaginazione iconografica dei giornali, lo scandalo di Abu Ghraib, il carcere iracheno dove è stata scoperta una serie di abusi sui detenuti. Quelle fotografie richiamano un bel po’ di altre cose: il campo di prigionia a Guantanamo Bay, il Patriot Act, la Convenzione di Ginevra e i memorandum giuridici, alcuni scritti da Gonzales altri da lui sollecitati, che avrebbero dato il via libera, appunto, alle torture made in Usa. Tutto insieme, tutto legato. Come se questi elementi fossero la prova provata di un unico disegno criminoso ordito da Bush per torturare i nemici e cancellare le regole della nostra civiltà. Un progetto crudele, ovviamente suggeritogli dalla malefica lobby dei neoconservatori (il Corriere di giovedì definiva Gonzales un “neocon”, ma è un’informazione che risulta soltanto al quotidiano di via Solferino).


La questione Gonzales invece è molto più seria, ed è centrale nella lotta occidentale contro lo stragismo islamista. Eppure è ristretta a un solo punto: come si interrogano i terroristi di al Qaida. Gli abusi di Abu Ghraib non c’entrano nulla, come è evidente. Quelle fotografie non mostravano torture per estorcere informazioni ai detenuti. Sono piuttosto immagini di pochi o tanti mascalzoni, non importa, che hanno abusato dei prigionieri per divertimento. Il caso è stato scoperto da altri soldati. Il Pentagono ha sospeso, processato e punito i responsabili. Da allora per valutare altri casi si sono susseguiti otto diversi rapporti sui maltrattamenti (Taguba, Fay-Jones-Kerr, Schlesinger, Navy I.G., Army I.G., Jacoby, Ryder, Miller) e altre inchieste sono in corso.


Non c’entra nemmeno il Patriot Act, legge votata quasi all’unanimità e anche da John Kerry, John Edwards, Ted Kennedy e Hillary Clinton. Non c’entra la Convenzione di Ginevra. O, meglio, c’entra, ma non per la tortura. Invece giornali e commentatori ripetono che Bush, grazie a Gonzales, ha scelto di non applicare la Convenzione sui diritti dei prigionieri di guerra, così da poterli torturare.


La polemica nasce da un memorandum scritto da Gonzales il 29 gennaio del 2002, tagliato e ricucito male l’11 novembre 2004 dal New York Times. Nell’articolo del quotidiano newyorkese, ripreso da tutti i giornali del mondo, il memo di Gonzales suggeriva di non applicare la Convenzione di Ginevra perché “alcune sue previsioni sono curiose”, come a far intuire chissà quale lasciapassare giuridico a violazioni di diritti fondamentali. In realtà, come è stato costretto ad ammettere il Times il giorno dopo, ma solo nella rubrica “correzioni, “le curiose previsioni” di cui scriveva Gonzales erano specifiche e ben specificate: riguardavano “gli anticipi sulla paga mensile”, le “uniformi sportive” e gli “strumenti scientifici”, roba effettivamente curiosa da fornire ai “nemici combattenti” catturati in battaglia in Afghanistan.



Alla fine del 2001, mentre era in corso la guerra in Afghanistan, la Cia e altre agenzie hanno chiesto alla Casa Bianca, quindi a Gonzales, di specificare che cosa costituiva “tortura” visto che c’erano da interrogare i talebani catturati. Le Torri gemelle fumavano ancora, si temeva un altro attentato e c’era l’allarme antrace. L’Amministrazione e le agenzie di intelligence volevano trovare un modo per non violare la legge e, contemporaneamente, essere efficaci nella prevenzione di un altro attacco. La Convenzione di Ginevra, ed è questo il punto, impedisce di interrogare i prigionieri, se questi rifiutano di rispondere. Le uniche domande ammesse sono (articolo 17) quelle sul nome, cognome, data di nascita, numero di matricola e grado. Non solo. Come è ovvio “nessuna tortura fisica o morale né coercizione alcuna potrà essere esercitata sui prigionieri di guerra per ottenere da essi informazioni di qualsiasi natura”, ma i prigionieri che rifiutano di rispondere “non potranno essere né minacciati, né insultati, né esposti ad angherie o a svantaggi di qualsiasi natura”. Secondo Ginevra, non si può neanche premiare chi collabora. Insomma se gli americani avessero catturato Osama bin Laden non avrebbero potuto estorcergli informazioni sul suo network né su eventuali altri attentati.


Gonzales allora ha chiesto all’Ufficio legale del Dipartimento di Giustizia, l’organo che interpreta per l’Amministrazione le leggi in vigore, un parere sullo status giuridico da accordare ai terroristi catturati in battaglia. L’ufficio ha risposto con una serie di memorandum scritti dal professor John C. Yoo, dell’Università della California. Il più rilevante, del 9 gennaio 2002, argomenta in dieci fitte pagine che la Convenzione di Ginevra non si applica a terroristi e a talebani perché riguarda esclusivamente conflitti tra Stati oppure guerre civili. Nel 1949 ovviamente non c’era terrorismo. In realtà, nel 1977, alla Convenzione è stato aggiunto un protocollo (Protocol one) che tra le altre cose equipara i terroristi ai soldati di quelle nazioni che non hanno firmato la Convenzione. A costoro sono riconosciuti alcuni diritti. Il protocollo però non è stato ratificato da molti paesi, tra cui gli Stati Uniti. Fin da allora, e l’Amministrazione era quella liberal di Jimmy Carter, questa è la politica ufficiale dei governi americani: rifiutare di considerare i terroristi come dei semplici prigionieri di guerra.


Alcuni giorni dopo, Gonzales ha scritto un memo giuridico per il presidente, quello con cui definiva “curiosa” l’applicazione ai terroristi e ai talebani di alcune previsioni della Convenzione di Ginevra. A meno che non si voglia sostenere che a gaglioffi come Khaleed Sheikh Mohammed dovesse essere fornito un anticipo in dollari da spendere allo spaccio, il ragionamento non fa una grinza. Gonzales ha aggiunto, e lo ha ripetuto anche all’audizione al Senato, che Ginevra obbliga a detenere i prigionieri di guerra nello stesso edificio, liberi quindi di potersi scambiare informazioni e di coordinare le loro versioni, come spesso si è visto al cinema. Nella guerra al terrorismo però è fondamentale riuscire a ottenere informazioni dai detenuti. Il caso di scuola è quello proposto dal professore liberal di Harvard, Alan Dershowitz: che fare di fronte a un terrorista che sa di un imminente attentato e si rifiuta di dare le informazioni necessarie a prevenirlo?


Il 7 febbraio George Bush ha deciso, sulla base dei pareri legali ricordati, di non applicare la Convenzione ai terroristi di al Qaida, ma di applicarla ai talebani. Al punto 3 del memorandum inviato a Cheney, Rumsfeld, Powell, all’esercito, alla Cia, e intitolato “Trattamento umano dei detenuti di al Qaida e talebani”, ha scritto: “Naturalmente i nostri valori ci impongono di trattare umanamente i detenuti, anche coloro che legalmente non hanno diritto a questo trattamento”. Dunque: Bush non ha applicato la Convenzione di Ginevra solo ai terroristi di al Qaida, pur garantendo il trattamento umano dei detenuti. Non è stata mai sospesa, invece, per i detenuti talebani e per quelli iracheni. La Croce rossa, come previsto da Ginevra, entra regolarmente nei campi di detenzione e salvo casi isolati di abusi fisici, ha lamentato solo l’assenza di status giuridico dei detenuti. Ora, dopo una decisione della Corte suprema, è stata avviata la procedura per fare sapere ai prigionieri di Guantanamo il motivo della detenzione e consentirgli di contestarla davanti a un giudice neutro.


Il primo agosto del 2002 il vice Attorney General, Jay S. Bybee, su richiesta di Gonzales ha scritto un parere di 50 pagine per definire che cosa è tortura e che cosa no. E’ tortura, ha spiegato il giurista restringendo la definizione, tutto ciò che provoca la morte o un dolore fisico pari a quello che provoca danni permanenti. Bybee ha scritto che il presidente, invocando la sicurezza nazionale, ha il diritto di autorizzare la tortura. A dicembre scorso, il Dipartimento della Giustizia ha ribaltato il parere, definendo in modo più ampio la tortura e spiegando che non c’era alcun motivo di dire che il presidente ha il diritto di autorizzare la tortura perché, inequivocabilmente, fin dal 7 febbraio 2002, Bush ha detto che l’America non la permette.


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Christian Rocca


Il Foglio 8 gennaio 2005