“Un figlio per l’eternità”

Vita: altri temi

Intervista ad Isabelle de Mézerac, madre di un figlio morto dopo la nascita


www.zenit.org – 13 marzo 2005 


PARIGI, domenica, 13 marzo 2005 (ZENIT.org).- Cosa avviene quando una madre sa che il figlio che porta in grembo è malato ed è destinato con ogni probabilità a morire poco dopo la nascita? A questa drammatica domanda risponde Isabelle de Mézerac, madre di quattro figli, il suo libro “Un hijo para la eternidad” [Un figlio per l’eternità] ( Ediciones Rialp , 2005).  La controcopertina del libro dice: “Il nostro Emmanuel è nato alle 11,18. Il suo cuore ha smesso di battere alle 12,30. Quanta emozione in una vita così breve! Che intensità in quei minuti che hanno un valore di eternità!”.

Perché ha deciso di pubblicare un libro su questa sua esperienza?
Ho accettato di scrivere la storia del nostro piccolo Emmanuel su richiesta dei medici dell’Ospedale universitario di Lille, dove sono stata assistita. Senza la loro insistenza non l’avrei mai fatta uscire dal nostro ambito familiare. Insieme al medico che mi ha seguito durante la gravidanza e che ha partecipato alla stesura del libro, il dottor Jean-Philippe Lucot, vorremmo dimostrare che esiste un cammino diverso rispetto a quello dell’aborto, nel caso di una malattia letale diagnosticata ad un bebè non ancora nato. È la scelta di voler accompagnare questa piccola vita al suo tramonto naturale. Certamente è un cammino doloroso, in un contesto di fin di vita, ma può essere vissuto serenamente, dedicando il tempo ad amare questo piccolino e a costruire insieme dei ricordi.


Ha conosciuto altri casi come il suo, nei quali la madre ha deciso di dare alla luce il figlio?
Dopo la pubblicazione del libro ho conosciuto molte madri che hanno fatto o che stanno facendo la medesima scelta: tutte mi confermano di sperimentare gli stessi sentimenti descritti nel libro, indipendentemente dall’età o dalla situazione personale.


Non sopportiamo l’idea che si possa pensare che la nostra scelta derivi dal fatto di essere cattolici: è semplicemente l’espressione del nostro amore materno per i nostri piccolini. Difatti ho conosciuto madri atee che non hanno avuto la possibilità di fare questa scelta e che invece avrebbero voluto scegliere di vivere questo accompagnamento fino alla fine.


Per me è stata una prova di fede, poiché vivevo nella mia stessa carne il confronto con la morte, con l’aldilà, con l’eternità… Qual è il senso di queste parole? Cos’è la fede?


Secondo lei, perché questo quinto figlio è arrivato così tardi, all’età di 45 anni, con quattro figli e due gravidanze fallite?
Non saprei come rispondere alla sua domanda. L’arrivo di Emmanuel, poco prima del momento in cui sarebbe stato per me troppo tardi, continua ad essere totalmente incomprensibile e persino misterioso. Abbiamo atteso per lungo tempo questo quinto figlio… Mi ha insegnato cosa vuol dire “mai dire mai”…


Il nome Emmanuel (“Dio con noi”), è stato deciso prima della nascita?
Il nome Emmanuel è stato scelto qualche mese prima della nascita, dopo aver appreso della terribile malattia di cui era affetto. Alcuni di noi, in famiglia, hanno avuto la stessa intuizione per questo nome!


Per me non significava “Dio con noi”, ma rappresentava piuttosto l’uomo più piccolo tra i piccoli, il più povero tra i poveri, come appunto il caso del mio figlio che stava per nascere malato e che sarebbe morto. Allora pensai all’Emmanuele, nato duemila anni fa in un una stalla, in mezzo ai più poveri…


Che testimonianza vi ha lasciato il piccolo Emmanuel?
Emmanuel, consentendomi di vivere una straordinaria storia di amore, mi ha insegnato la bellezza della vita e l’opportunità che rappresenta. Mi ha insegnato la potenza di questo amore gratuito, dato di tutto cuore senza chiedere nulla in cambio: mi ha permesso di scoprire la pienezza e questo mi ha reso profondamente felice, nonostante le lacrime che continuo a versare per la sua mancanza.


Grazie a lui ho scoperto i limiti del nostro mondo, la mia fragilità e l’immensa necessità che abbiamo degli altri: la vita è relazione con gli altri, ci rende responsabili di questa relazione, soprattutto quando l’altro si avvicina ai confini della morte.