Un SÍ per un futuro migliore per tutti

Partecipazione del cittadino

UN VOTO PER AMMODERNARE LO STATO


di Francesco Mario Agnoli


 

L’argomento principe dei partiti di centro-sinistra e di tutti i fautori del “No” al prossimo referendum del 25-26 giugno, ossessivamente ripetuto dai mass-media, è quello della necessità di fare ritorno alla Costituzione del 1948, “violentata” – si dice – con la “devolution” varata dalla riforma costituzionale del centrodestra e, appunto per questo, adesso sottoposta al giudizio degli elettori.
Nulla di più falso. Se gli elettori bocceranno la riforma costituzionale si tornerà non alla Costituzione nell’impianto originario del 1948, ma a quella “riformata” del 2001. In quell’anno, alla fine della XIII legislatura, i partiti dell’Ulivo vollero caparbiamente approvare con soli cinque voti di scarto (alla faccia delle chiacchiere sulle “riforme condivise”) una riforma costituzionale che attribuiva (“decentrava”) alle Regioni molte competenze fino ad allora statali.
Giuristi e costituzionalisti (inclusi non pochi di quelli ora politicamente schierati a favore del “no”) concordano nel dare un giudizio decisamente negativo della riforma del 2001 e non solo perché approvata con scarto minimo di voti in Parlamento e, successivamente, nel referendum confermativo, da una esigua porzione (appena il 30%) del corpo elettorale. E’ opinione comune che quella riforma abbia decentrato troppo e soprattutto male, perché alle Regioni sono state attribuite in via di competenza esclusiva materie in gran parte sbagliate. Inoltre – ed è il difetto fondamentale- non sono stati previsti i meccanismi indispensabili a livello centrale per il funzionamento di uno Stato avviato ad assumere struttura federale.
Non si tratta soltanto di opinioni. L’errata ripartizione di competenze e materie ha innescato un continuo e crescente contenzioso a livello costituzionale fra Stato e Regioni, che ha ingolfato i lavori della Consulta, le cui pronunce in materia evidenziano un pressoché costante aumento: 28 nel 2002, 98 nel 2003, 116 nel 2004, 101 nel 2005, 45 nei soli primi quattro mesi del 2006.
Al contrario di quanto solitamente si afferma dai suoi avversari, che parlano di smembramento e dissoluzione della Repubblica giacobinamente “una e indivisibile”, la riforma varata dal centro-destra nel corso della legislatura appena terminata, ha sì attribuito alle regioni nuove competenze, ma ha anche riportato alla competenza statale tredici, importanti materie, come “grandi reti di trasporto e navigazione” e “distribuzione nazionale dell’energia” dall’Ulivo indebitamente passate alle Regioni, alle quali – è bene ricordarlo – rimarranno se, com’è purtroppo probabile (non sono consentite illusioni al riguardo dopo l’eccesso di ravvicinate chiamate alle urne), il “no” avrà la prevalenza. Verranno invece meno quelle modifiche che miravano a coordinare le competenze regionali con il permanere dell’unità statale, come l’istituzione del Senato federale, la valorizzazione del criterio-principe dell’interesse nazionale, la velocizzazione delle procedure legislative.
Verrà anche meno la modifica all’art. 118 Cost., che nel nuovo testo valorizzava il principio della sussidiarietà, da sempre caro alla Chiesa cattolica, connotandola come “sussidiarietà fiscale”.
Infine, con la vittoria del “no” non verrà diminuito l’attuale, esorbitante numero di parlamentari. Forse non è azzardato pensare che questo possa essere uno dei principali scopi perseguiti da un esecutivo e da una maggioranza che, dopo avere proclamato l’inderogabile necessità di drastica riduzione delle spese pubbliche, hanno varato la più numerosa e costosa squadra di governo della storia italiana: 25 ministri, 10 viceministri, 66 sottosegretari.


La Padania [Data pubblicazione: 15/06/2006]